Anche il World Economic Forum quest’anno lo ha ammesso: la “Montagna Incantata” di Thomas Mann che ha reso immaginifico e attraente il panorama alpino di Davos, la località svizzera dove ogni anno il think tank fondato da Klaus Schwab celebra il suo ritrovo annuale, inizia a somigliare sempre più a una cronaca del presente piuttosto che a una narrazione del passato.
La lezione di Mann
Quando Mann, nel 1924, scrisse il romanzo che parlava di un luogo lirico tra le montagne, assediato da un mondo in guerra, pensava all’orrore appena passato della Grande Guerra. Ma oggi, attorno alla Davos dove dal 19 al 23 gennaio va in scena la 37esima riunione del Wef, le nubi evocate da Thomas Mann sembrano sempre più concretizzarsi. E sul sito del Wef è stato scritto un interessante articolo in cui si ricorda la presenza di due diverse fenomenologie di “uomini di Davos”. Da un lato, si legge, ” i sostenitori del potere della scienza, della ragione e della cooperazione globale per risolvere grandi problemi”, che “ai tempi di Mann significavano cose come la tubercolosi e l’espansionismo . Nel 2026, potrebbero significare un clima più caldo e… espansionismo.
Dall’altro lato, a Davos emergono gli “adoratori dell’istinto”, ovvero coloro che “credono fermamente nel potere grezzo dei mercati, e in quella forza che può fare la differenza per costruire economie per il presente, non fare supposizioni sugli accordi necessari per il futuro, soprattutto se non si sta ottenendo il meglio da quegli accordi”. Si sostiene, nella narrazione, principalmente la causa dei primi pur dando diritto di cittadinanza ai secondi nel definire le rotte dell’ordine globale.
Montagna Incantata o torre d’avorio?
La “Montagna Incantata” rinuncia a farsi torre d’avorio e di fronte a quella che su Money.it si è definita “globalizzazione senza globalismo“ si accetta che il mondo stia scivolando verso uno scenario alla “Cuore di tenebra” di Joseph Conrad, verso territori inesplorati che possono portare il seme di nuovi conflitti. Su InsideOver abbiamo più volte sottolineato come all’inizio di molti anni il Wef si trovava a constatare cambi di paradigma pressanti. Nel 2023, ad esempio sottolineavamo il peso di decisori strategici, militari e dell’intelligence tra i relatori, lo scorso anno ci interrogavamo proprio sul peso politico dell’evento alla prova del mondo in guerra. Quest’anno dovremo capire se ci saranno spazi di dialogo in un mondo caotico.
Chi verrà a Davos
Ci sarà, a Davos, Donald Trump, presidente degli Stati Uniti e primo avversario di quel globalismo spesso associato, nella narrazione, a Davos. Assieme a lui, alleati in questo campo come il capo di Stato argentino Javier Milei. Ci saranno, per Siria e Ucraina, Ahmad al-Sharaa e Volodymyr Zelensky, alla prova degli investitori e dei decisori internazionali. Non mancheranno molti leader europei: Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Pedro Sanchez. Arriverà sulle Alpi svizzere anche il premier canadese Mark Carney. Ci saranno molti top manager della tecnologia: Jensen Huang (Nvidia) Satya Nadella (Microsoft) Dario Amodei (Anthropic); con loro, il tecnocrate guerriero Alex Karp, Ceo di Palantir.
Tutti chiamati a discutere dei trend globali tra apertura e chiusura del sistema mondiale, alla luce di un titolo che è più una speranza: “Uno spirito di dialogo”. Quel che oggi serve al mondo per evitare di scivolare nei crepacci del contesto che circondava la Montagna Incantata di Mann. E ciò la cui esistenza può essere testata proprio a partire da Davos. Simbolo di una globalizzazione non più trionfante ma da cui nessuno, in fin dei conti, ha il desiderio di ritirarsi.

