Dalla stagione del “woke” alla battaglia per il voto operaio, passando per la scelta di congelare gli ovociti: Alexandria Ocasio-Cortez è oggi molto più di una parlamentare progressista. È uno dei principali laboratori politici del Partito democratico. Ma la sua eventuale corsa nel 2028 avrebbe ancora un problema: trasformare una formidabile macchina comunicativa e militante in una maggioranza elettorale nazionale.
La deputata democratica di New York è tornata al centro delle cronache americane dopo una settimana nella quale si sono concentrati alcuni degli elementi più caratteristici della sua politica: un’intervista nella quale ha definito “crazy” la stagione del “Woke 1“, la pubblicizzazione sui social del percorso di congelamento degli ovociti, una nuova attenzione alla working class e una serie di segnali che continuano ad alimentare le speculazioni su una possibile candidatura presidenziale o al Senato nel 2028.
Ocasio-Cortez ha dimostrato negli ultimi mesi di poter esercitare un’influenza che va oltre il proprio collegio elettorale. A giugno Axios rilevava che quattro candidati progressisti da lei sostenuti nelle primarie democratiche avevano ottenuto vittorie nette, trasformandola in una sorta di queenmaker della sinistra democratica mentre valutava le proprie opzioni per il 2028.
E il dato più interessante arriva dal New Hampshire. Un sondaggio della University of New Hampshire pubblicato il 22 luglio tra 648 probabili elettori democratici delle primarie del 2028 attribuiva ad AOC il 22% delle preferenze. Il dato la collocava nel gruppo di testa del campo democratico, a dimostrazione del fatto che il suo nome non appartiene più soltanto alla nicchia della sinistra progressista ma è già competitivo, almeno in una prima rilevazione statale, nella discussione sulla futura nomination. Naturalmente è ancora troppo presto per trasformare quel 22% in una previsione elettorale. Il sondaggio riguarda un solo Stato e una primaria lontana quasi due anni.
Ma la domanda è ormai legittima: AOC può davvero diventare presidente degli Stati Uniti? E, prima ancora, che cosa significa oggi essere “socialista” dentro il Partito democratico?
Dal “woke” alla classe: AOC sta cambiando pelle?
Il passaggio più significativo delle ultime settimane è probabilmente quello che riguarda il passato.
In un’intervista ad ABC, Ocasio-Cortez ha preso le distanze dalla fase che oggi definisce “Woke 1”, arrivando a descriverla come “folle”. Il riferimento riguarda soprattutto alcune delle posizioni che avevano caratterizzato una parte della sinistra democratica all’inizio degli anni Venti, dalla questione della polizia alla decarcerazione, fino ad alcune posizioni radicali sui temi sociali e sull’immigrazione. Un tentativo di riscrivere il rapporto con quella fase e di rendere il messaggio progressista più competitivo davanti a un elettorato più ampio. La prima AOC aveva costruito una parte enorme della propria notorietà sulla capacità di portare al Congresso un nuovo linguaggio della sinistra: disuguaglianza, cambiamento climatico, potere delle corporation, diritti delle minoranze, sanità universale e critica del capitalismo.
La AOC del 2026 sembra invece più interessata a come trasformare quelle battaglie in una coalizione elettorale abbastanza larga da conquistare il potere. La differenza è sostanziale. Il problema della sinistra americana, infatti, non è necessariamente che le singole politiche progressiste siano impopolari.

Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 29 luglio e il 3 agosto mostra che il 64% degli elettori indipendenti sostiene l’aumento delle tasse sui ricchi e sulle grandi corporation e il 60% sostiene un sistema di assistenza sanitaria finanziato dal governo. Ma la stessa rilevazione evidenzia una distanza molto più grande quando entra in gioco l’etichetta politica: il 43% degli indipendenti afferma di essere meno propenso a votare per un candidato identificato come “democratic socialist“.
È qui che si trova una delle contraddizioni centrali della nuova sinistra americana. Il problema non è necessariamente ciò che propone. È il marchio politico con cui lo propone. La difficoltà è anche semantica. Secondo un precedente sondaggio Reuters/Ipsos di luglio, soltanto il 49% degli americani dice di comprendere le politiche del democratic socialism, mentre il 47% ammette di non comprenderle. Il risultato è un paradosso: alcune delle politiche associate alla sinistra economica possono ottenere consensi relativamente larghi, mentre la definizione di “socialista democratico” continua a generare diffidenza. Un sondaggio Washington Post-Ipsos pubblicato a fine luglio ha fornito un’altra fotografia ancora più netta: il 55% degli americani ha dichiarato che non prenderebbe in considerazione il voto per un candidato democratico socialista alla presidenza, contro il 39% che lo prenderebbe in considerazione. Tra gli indipendenti il rifiuto arrivava al 54%.
AOC sembra aver individuato precisamente questo problema.
Il tentativo di archiviare il “Woke 1” non significa necessariamente che abbia abbandonato le proprie convinzioni progressiste. Può essere letto, più prudentemente, come uno sforzo per separare il populismo economico della sinistra dal suo passato culturale più radicale. Sanità, abitazioni, salari, tasse sui miliardari, costo della vita e potere dei lavoratori possono parlare anche a elettori che non si definirebbero mai socialisti. Le battaglie culturali più controverse sono invece molto più difficili da trasformare in una piattaforma presidenziale maggioritaria.
Il caso degli ovociti: il personale è politico
Anche la vicenda del congelamento degli ovociti va letta dentro questa trasformazione. La deputata ha raccontato sui social il percorso che sta affrontando, compresa la parte fisica della procedura e le questioni economiche a essa connesse. La vicenda ha immediatamente generato una discussione politica sulla fertilità, sulla maternità e sul rapporto tra carriera e vita privata.
La reazione è stata trasversale. Il Wall Street Journal ha sottolineato come la pubblicizzazione della procedura abbia prodotto reazioni anche fuori dal tradizionale perimetro democratico, con critiche conservatrici ma anche forme di sostegno provenienti da donne conservatrici. È interessante perché il tema consente alla sinistra di spostare la discussione sulla salute riproduttiva oltre il terreno, ormai tradizionale, dell’aborto. Entrano in campo fertilità, costi delle procedure, maternità ritardata, carriera professionale e possibilità di scegliere quando avere figli.

La deputata ha dichiarato che la decisione di congelare i suoi ovuli ha richiesto tempo “per essere ponderata, valutata e per la quale è stato necessario risparmiare”. Ciò non sorprende: un singolo ciclo di congelamento degli ovociti, comprensivo di stimolazione ormonale e procedura di prelievo, costa in media circa 16.000 dollari. La copertura assicurativa sanitaria per interventi chirurgici non urgenti non è diffusa, il che significa che molte donne devono sostenere questi costi di tasca propria. Le spese di magazzinaggio e le tasse ricorrenti possono far lievitare ulteriormente il conto. “La mia assicurazione non copre nemmeno un centesimo di questa procedura”, ha dichiarato Ocasio-Cortez sui social media a proposito del suo intervento di congelamento degli ovuli. In effetti, la copertura assicurativa sanitaria per la crioconservazione degli ovuli a scopo terapeutico è ancora l’eccezione piuttosto che la regola.
Il vero test: può il socialismo democratico diventare maggioranza?
La crescita della sinistra socialista americana è reale. La Democratic Socialists of America, organizzazione alla quale AOC è stata associata fin dall’inizio della sua ascesa nazionale, dichiara oggi più di 100mila membri e una presenza in tutti i 50 Stati. Reuters ha riportato a luglio che l’organizzazione dichiarava oltre 100mila iscritti e aveva appoggiato più di 150 candidati nel 2026, con 38 vittorie elettorali ottenute fino a quel momento.
Il fenomeno, quindi, non è più confinato a Bernie Sanders e AOC. È diventato una rete organizzativa. New York è naturalmente il laboratorio più evidente. Ma le primarie del 2026 stanno mostrando che la sinistra progressista cerca di estendere quel modello anche fuori dalle roccaforti urbane. Il caso più significativo è il Michigan, dove Abdul El-Sayed ha conquistato la nomination democratica per il Senato con una piattaforma fortemente progressista, centrata tra l’altro sul Medicare for All. Un possibile test della direzione che il Partito democratico potrebbe prendere in vista del 2028.
Ma il quadro non è affatto lineare. In Wisconsin, per esempio, la democratica moderata David Crowley ha sconfitto la socialista Francesca Hong nelle primarie per la candidatura a governatore. Un contrappeso alle recenti vittorie della sinistra: il movimento progressista è forte, ma non domina automaticamente le primarie democratiche nemmeno in Stati dove la sua agenda può trovare terreno fertile.
Il sondaggio Washington Post-Ipsos lo dimostra con chiarezza: il 75% dei democratici prenderebbe in considerazione il voto per un democratic socialist alla presidenza, ma questa disponibilità scende drasticamente quando si guarda all’elettorato nel suo complesso. E il problema per AOC è quindi costruire una coalizione molto più ampia della sua base naturale. Giovani progressisti, elettori urbani e attivisti sono il punto di partenza. Non sono però sufficienti per arrivare a 270 grandi elettori. Il vero banco di prova resta la capacità di parlare agli elettori della working class, agli indipendenti e alle comunità nere e latine fuori dalle grandi roccaforti liberal.
Il nuovo calendario delle primarie democratiche rende questa questione ancora più importante.
Il DNC ha stabilito che la stagione delle primarie presidenziali del 2028 partirà dal South Carolina il 22 gennaio, seguita da Nevada, New Hampshire, New Mexico, Michigan e Virginia. La scelta attribuisce maggiore peso fin dall’inizio agli elettori neri, latini e sindacalizzati. Per AOC è una sfida enorme. Essere competitiva in New Hampshire è un segnale interessante. Ma una candidata democratica che voglia conquistare la nomination dovrà dimostrare di poter costruire rapporti politici anche con l’elettorato nero della South Carolina, con i latini del Nevada e del New Mexico e con il mondo sindacale del Michigan. È un tipo di coalizione diverso da quello che ha reso AOC una star nazionale.
Il 2028: candidata alla Casa Bianca o futura senatrice?
La sua posizione pubblica rimane compatibile con diverse possibilità per il 2028, compresa quella di una candidatura al Senato contro Chuck Schumer. Ocasio-Cortez non ha escluso una candidatura alla presidenza e le sue azioni non hanno fatto altro che alimentare le voci di una sua possibile campagna elettorale sotto copertura. L’anno scorso ha accompagnato il suo mentore, il senatore indipendente Bernie Sanders, nel un tour “Lotta all’oligarchia” che ha attirato folle immense. Più recentemente, ha attraversato il Paese in lungo e in largo per sostenere candidati progressisti, accrescendo ulteriormente la sua notorietà a livello nazionale.
Dal punto di vista strategico, non annunciare nulla è probabilmente la scelta più razionale. Una candidatura presidenziale annunciata troppo presto trasformerebbe ogni sua dichiarazione in una dichiarazione da candidata. Restare formalmente fuori dalla corsa le permette invece di costruire influenza, sostenere candidati, testare messaggi e osservare come cambierà il Partito democratico dopo le elezioni di midterm. Il sondaggio del New Hampshire è incoraggiante, ma non risolve il problema.

Le primarie democratiche per la presidenza del 2028 si preannunciano affollate e combattute. Se Ocasio-Cortez si candidasse, potrebbe dover affrontare la concorrenza del collega progressista Ro Khanna della California, oltre a pesi massimi del partito. Alcuni democratici, ancora scottati dalle sconfitte di Clinton e Harris nel 2016 e nel 2024, potrebbero essere restii a candidarla per una questione di opportunità, se ritengono che gli Stati Uniti non siano ancora pronti a eleggere la loro prima presidente donna.
La deputata si trova poi ad affrontare un altro ostacolo potenziale. I democratici centristi sostengono da tempo che l’ala socialista democratica del partito potrebbe avere successo tra gli elettori bianchi con un’istruzione universitaria, ma fatica a entrare in sintonia con le comunità afroamericane, citando le primarie in cui i candidati progressisti emergenti hanno incontrato una netta resistenza. Il che potrebbe essere un ostacolo-quasi-insormontabile.
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