Le recenti tensioni con la Cina hanno spinto l’Australia a rafforzare le proprie capacità militari. Con un comunicato stampa, il governo guidato da Scott Morrison ha informato che sarà accelerato il procedimento per la creazione di una politica industriale militare adeguata al contesto geopolitico in cui si trova ad operare il Paese. In particolare, si fa menzione di una Sovereign Guided Weapons Enterprise, un progetto dal valore di 750 milioni di dollari americani incaricato di potenziare la capacità di produzione della difesa nazionale.

Questo significa che il Dipartimento della Difesa inizierà a selezionare un partner industriale strategico per gestire la produzione di armi “sovrane”, missili guidati e altri strumenti per conto dell’esecutivo. Il piano avanzato da Canberra “è essenziale per mantenere gli australiani al sicuro” e fornirà anche “migliaia di posti di lavoro locali nelle imprese lungo tutta la catena di approvvigionamento della difesa”, ha spiegato Morrison. In sostanza, l’Australia intende creare una produzione industriale di armi radicata nel territorio nazionale sia per migliorare la capacità di self-reliance del Paese, ma anche e soprattutto per lanciare un messaggio alla Cina, considerato dal governo australiano un vicino troppo invadente.

Un assist a Washington

L’Australia fa parte del Quad, il Quadrilateral Security Dialogue, un’alleanza strategica informale – che comprende anche Giappone, India e Stati Uniti – la cui funzione primaria consiste nel contenimento dell’espansione cinese tanto in Asia quanto nel Pacifico. Va da sé, dunque, che Canberra collaborerà spalla a spalla con Washington per contrastare l’avanzata di Pechino, con il Dragone già entrato in rotta di collisione con l’isola.

Secondo quanto riportato da The Conversation, che cita il think tank Australian Strategic Policy Institute, l’Australia spenderà la bellezza di 100 milioni di dollari da qui ai prossimi 20 anni per acquistare missili e armi guidate. C’è però dell’altro alla base della decisione del governo australiano di accelerare i ritmi del riarmo. In parte a causa del sostanziale deterioramento del contesto geopolitico della regione, e in parte per la comprensione della vulnerabilità delle catene di fornitura globali, Morrison ha deciso di cambiare registro. Da qui, l’idea di provare a diventare più autosufficienti.

L’ombra cinese sul commercio

Del resto l’Australian Defence Force, le forze armate australiane, ricevono i missili da vari produttori stranieri – europei, israeliani e statunitensi – e per giunta passando lunghe catene di approvvigionamento, con tutti i rischi connessi. Stando ad alcune indiscrezioni, nella lista delle aziende che potrebbero diventare potenziali partner del governo troviamo Raytheon Australia, Lockheed Martin Australia, Kongsberg e BAE Systems Australia. Last but not least, il suddetto partner dovrà essere idoneo a lavorare con gli Stati Uniti, nonché avere forti legami con le imprese australiane della imprescindibile catena di approvvigionamento.

La posizione dell’Australia, tanto politica, quanto commerciale e geografica, non è affatto semplice da spiegare. È vero che Canberra può contare su influenti amici occidentali, ma è altrettanto vero che due terzi del suo interscambio si svolgono con l’Asia. Da questo punto di vista, la Cina, da sola, è destinataria del 30% dell’export australiano. Nel caso in cui Pechino dovesse ignorare l’isola, quest’ultima incasserebbe notevoli danni economici, come del resto è avvenuto nei mesi scorsi.

Al netto del commercio, l’Australia è tuttavia alleata di ferro degli Stati Uniti e parte integrante dell’alleanza di intelligence Five Eyes. Ricordiamo che Canberra aveva già messo nero su bianco un sostanziale piano militare, relativo all’investimento, da qui ai prossimi dieci anni, di oltre 165 miliardi di euro per nuove armi a lungo raggio made in Usa, droni e strumenti per affrontare una possibile cyber-guerra.