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	<title>Sara Pugliese Archives - InsideOver</title>
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	<lastBuildDate>Tue, 19 Aug 2025 16:41:15 +0000</lastBuildDate>
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	<title>Sara Pugliese Archives - InsideOver</title>
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		<title>L’importanza della diagnostica nella lotta contro il cancro</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/limportanza-della-diagnostica-nella-lotta-contro-il-cancro.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Andrea Muratore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 19 Aug 2025 16:41:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[Cancro]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1024" height="970" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert-300x284.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert-768x728.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert-600x568.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Quando parliamo di lotta al cancro, pensiamo alle terapie, alla ricerca di farmaci innovativi, alle campagne di prevenzione. Eppure c’è un pilastro invisibile, ma essenziale, che sorregge tutto l’impianto: la diagnostica. Senza test affidabili, tempestivi e capillari, la medicina di precisione resta una promessa incompleta. Lo ricorda anche la più recente fotografia del carico oncologico &#8230; <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/limportanza-della-diagnostica-nella-lotta-contro-il-cancro.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/limportanza-della-diagnostica-nella-lotta-contro-il-cancro.html">L’importanza della diagnostica nella lotta contro il cancro</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1024" height="970" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert-300x284.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert-768x728.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/08/1024px-Thorax_pa_peripheres_Bronchialcarcinom_li_OF_markiert-600x568.jpg 600w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></p>
<p>Quando parliamo di <strong>lotta al cancro</strong>, pensiamo alle terapie, alla ricerca di farmaci innovativi, alle campagne di prevenzione. Eppure c’è un pilastro invisibile, ma essenziale, che sorregge tutto l’impianto: la <strong>diagnostica</strong>. Senza test affidabili, tempestivi e capillari, la medicina di precisione resta una promessa incompleta.</p>



<p>Lo ricorda anche la più recente fotografia del carico oncologico globale: nel 2022 i nuovi casi stimati sono stati 20 milioni e i decessi 9,7 milioni, con differenze nette tra aree del mondo e <strong>livelli di sviluppo</strong>.</p>



<p>All’interno di questa cornice, i marcatori tumorali e, più in generale, i <strong>biomarcatori</strong> utilizzati nei centri diagnostici sono spesso letti come cartina di tornasole dello sviluppo di un’area geografica.</p>



<p>Non tanto per il numero assoluto di test eseguiti, ma per ciò che tali numeri implicano: disponibilità di <strong>laboratori attrezzati</strong>, personale formato, percorsi di presa in carico chiari, rimborsi, qualità analitica e clinica del dato, tempi di risposta utili a guidare le decisioni terapeutiche.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L’importanza della diagnostica</strong></h2>



<p>È l’<strong>infrastruttura</strong> che fa la differenza. I marcatori tumorali non sono solo strumenti clinici: nelle mani giuste, diventano indicatori di sviluppo sanitario. Il <strong>diagnostic gap mondiale</strong> è ampio: la <em>Lancet Commission on Diagnostics</em> ha quantificato il problema con un dato che pesa: il 47% della popolazione mondiale ha scarso o nullo accesso alla diagnostica.</p>



<p>È un <strong>deficit strutturale</strong>, non un dettaglio tecnico, e incide su tutto: dalla diagnosi precoce all’accesso alle cure mirate. In assenza di diagnostica, i sistemi sanitari si muovono al buio. Questa frattura si sovrappone alle disuguaglianze economiche. Le proiezioni indicano che entro il <strong>2050</strong> l’aumento di casi e decessi oncologici sarà molto più marcato nei Paesi a basso indice di sviluppo umano (HDI) rispetto a quelli ad HDI molto alto.</p>



<p>Non si tratta solo di “più casi”, ma di casi diagnosticati tardi, senza la possibilità di caratterizzare il tumore con <strong>test molecolari</strong> (EGFR, ALK, HER2, PD-L1, BRAF, e altri) che oggi orientano terapie e prognosi. Inoltre, non conta se un territorio esegue molti test, ma come li esegue: se i laboratori sono accreditati, se c’è controllo qualità, se i medici sono formati e i percorsi sanitari strutturati.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Tecnologie all’avanguardia</strong></h2>



<p>Un laboratorio con tecnologie all’avanguardia ma senza sistemi di governance non garantisce nulla. Prendiamo l’<strong>India</strong>: l’introduzione di programmi di <em>External Quality Assessment</em>(EQA) per il cancro al seno ha migliorato non solo i dati diagnostici, ma anche la fiducia nelle strutture. E in <strong>Europa</strong>? Anche qui l’accesso non è uniforme. Un’analisi dell’industria e delle società scientifiche fotografa forti differenze tra <strong>Paesi Ue</strong> nell’accesso a test di biomarcatori di qualità, con effetti immediati sull’equità delle cure.</p>



<p>Naturalmente, parlare di marcatori tumorali non significa affidarsi a bacchette magiche. Alcuni marcatori sierici “storici” (come PSA, CEA, CA-125) hanno un ruolo preciso, ma non sono test di screening universali e devono essere interpretati nel contesto clinico, altrimenti generano ansia, esami inutili e costi evitabili. Il punto non è “fare più test”, ma fare i test giusti, con <strong>qualità certificata</strong>, nei percorsi assistenziali adeguati.</p>



<p>Qui rientra il tema della qualità: laboratori accreditati, controlli interni ed esterni, comparabilità dei risultati tra centri. C’è poi un tema culturale e geopolitico: i marcatori tumorali “contano” solo se i pazienti arrivano ai servizi. Povertà, distanza dai centri, bassa alfabetizzazione sanitaria e fragilità istituzionale frenano l’accesso.</p>



<p>Gli <strong>studi sulle disuguaglianze</strong> lungo il continuum oncologico (dalla prevenzione alla riabilitazione) dimostrano che il luogo in cui si nasce e il reddito che si ha plasmano le possibilità di diagnosi e cura. Che cosa ci dice, quindi, la distribuzione dei marcatori tumorali sui territori? Che non basta misurare quanti test si fanno. Bisogna chiedersi dove, con quale qualità, con che tempi, con quale rimborso, con quali percorsi di presa in carico, e quale quota di popolazione rimane fuori.</p>



<p>La <strong>strategia sistemica</strong> per chi fa politiche pubbliche, è chiara:</p>



<ol class="wp-block-list">
<li>Investire nella diagnostica come infrastruttura (rete, personale, tecnologie, qualità).</li>
</ol>



<p>2. Allineare i rimborsi ai test che guidano davvero la clinica, evitando prestazioni inutili.</p>



<p>3. Rendere trasparenti i dati di accesso, qualità e tempi, per individuare i “deserti diagnostici”.</p>



<p>4. Integrare la cultura del dato: formazione per clinici e cittadini sull’uso e i limiti dei marcatori.</p>



<p>5. Seguire le roadmap internazionali (OMS/EDL; raccomandazioni delle commissioni Lancet) adattandole ai contesti locali.</p>



<p>In conclusione, i marcatori tumorali non sono semplici numeri clinici: sono finestre sul valore di un <strong>sistema sanitario</strong>, sulla sua capacità di leggere i bisogni e restituire risposte. Il loro significato emerge solo nel contesto: geopolitico, economico, culturale. Investire nella diagnostica di qualità non è un’opzione: è condizione necessaria per ridurre le disuguaglianze oncologiche.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Biotech e sanità: il ruolo strategico delle PMI innovative</title>
		<link>https://it.insideover.com/geopolitica-della-salute/biotech-e-sanita-il-ruolo-strategico-delle-pmi-innovative.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Federico Giuliani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Jun 2025 07:46:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geopolitica della salute]]></category>
		<category><![CDATA[Sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1280" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b-600x400.jpg 600w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b-1024x683.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2025/06/OVERCOME_20250614110200859_14d1d33738349c1de5e623bcb5ed8a1b-1536x1024.jpg 1536w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>Le piccole biotech sono, in molti casi il cuore pulsante dell'innovazione scientifica. Serve una visione sistemica per sostenerle.</p>
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<p>C&#8217;è un&#8217;immagine che rende bene l&#8217;idea: una <strong>piccola biotech</strong> è come una <strong>pianta rara</strong> che cresce ai margini di una foresta. Ha bisogno di luce, acqua, spazio. Ma soprattutto necessita di tempo per mettere radici e fiorire. Attenzione però, perché se il <strong>terreno </strong>non è fertile, se le condizioni intorno sono ostili o trascurate, anche la pianta più promettente rischia di non sopravvivere.</p>



<p>È una metafora semplice,quella della pianta, ma efficace per raccontare la realtà di tante imprese biotecnologiche che, ogni giorno, lavorano nell&#8217;ombra per sviluppare soluzioni che potrebbero salvare vite. Non si tratta di multinazionali dalle risorse illimitate, ma di piccole realtà, spesso spin-off universitari, composte da pochi ricercatori e scienziati animati da una visione. </p>



<p>Sono loro, paradossalmente, a trovarsi spesso in prima linea nel proporre innovazioni radicali – test diagnostici rapidi, terapie personalizzate, nuovi vaccini – eppure si muovono in un sistema che, troppo spesso, non le tutela né le valorizza.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>L&#8217;importanza delle PMI innovative</strong></h2>



<p>Le piccole biotech sono, in molti casi il cuore pulsante dell&#8217;<strong>innovazione scientifica</strong>. Non hanno la lentezza strutturale delle grandi aziende farmaceutiche né la rigidità di molti enti pubblici: sono rapide, flessibili, capaci di correre grandi rischi scientifici dove altri si fermano. Spesso sono le prime a esplorare nuove frontiere: l&#8217;mRNA, i vaccini a DNA, la diagnostica su base CRISPR, l’intelligenza artificiale applicata alla selezione di candidati farmacologici. Gran parte di queste rivoluzioni è nata proprio nei laboratori di piccole <strong>startup biotech</strong>.</p>



<p>Ma con la stessa velocità con cui innovano, possono anche scomparire. La &#8220;valle della morte&#8221; tra la <strong>ricerca di base</strong> e la sua <strong>applicazione industriale</strong> è particolarmente profonda nel settore biotech. Bastano pochi mesi senza fondi, un trial clinico in ritardo, una partnership mancata, per compromettere anni di lavoro. Ecco perché il sostegno istituzionale non è un&#8217;opzione accessoria: è la condizione minima per permettere a queste realtà di sopravvivere e, soprattutto, di prosperare. </p>



<p>La logica dovrebbe essere quella dell&#8217;<strong>interesse nazionale e collettivo</strong>: sostenere una piccola biotech oggi significa investire in una soluzione che, domani, potrebbe salvare migliaia di vite o risolvere un’emergenza sanitaria.</p>



<p>Negli ultimi anni, anche grazie alle lezioni dure della pandemia, qualcosa è cambiato. I governi hanno iniziato a comprendere che non si può più lasciare la salute pubblica in balia delle logiche esclusivamente di mercato. In <strong>Italia</strong>, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha promosso politiche industriali che guardano finalmente alla biotecnologia come a un asset strategico, non solo economico ma anche geopolitico.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Una visione per la ricerca</strong></h2>



<p>Però non è solo una questione di <strong>fondi </strong>– pur fondamentali – ma anche di <strong>visione</strong>. Quando un Paese decide di facilitare le autorizzazioni, di creare incentivi fiscali per chi investe in ricerca, di istituire elenchi speciali per le imprese ad alto impatto sociale e sanitario, sta facendo una scelta precisa: sta dicendo che l&#8217;innovazione non è un lusso, ma un <strong>diritto collettivo</strong>. E quando queste misure vengono applicate con intelligenza, i risultati si vedono. Programmi come i “Mini contratti di sviluppo” o le linee di credito dedicate da alcune banche hanno già sostenuto centinaia di realtà emergenti. In molte regioni del Sud Italia, queste risorse rappresentano l’unico vero volano per far nascere una filiera biotech autonoma, capace di trattenere giovani talenti e attrarre competenze.</p>



<p>Ma serve di più. Servono <strong>strumenti specifici</strong> per le fasi precoci, in cui i rischi sono più alti e gli investimenti privati meno disponibili. Servono fondi ponte per il passaggio dalla validazione preclinica alla sperimentazione. Servono meccanismi di acquisto pubblico innovativi – come i cosiddetti “<strong>advance market commitments</strong>” – che diano un segnale di fiducia concreta ai progetti con un impatto potenziale sulla salute pubblica.</p>



<p>Inoltre, non basta creare startup, se poi queste non trovano un <strong>sistema sanitario</strong> capace di accoglierne i frutti. Qui entra in gioco un altro grande tema: quello delle disparità. Non è accettabile che nel 2025 la prevenzione di una malattia infettiva dipenda dal luogo in cui si nasce o si vive. Eppure, succede.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>La situazione in Italia e in Europa</strong></h2>



<p>In Italia, lo sappiamo bene: il <strong>sistema sanitario nazionale</strong> – pur universalistico nella sua architettura – è frammentato nella pratica, con differenze enormi tra nord e sud, tra grandi città e aree interne, tra chi ha accesso a centri di eccellenza e chi è costretto a emigrare per una diagnosi. Il risultato è una doppia ingiustizia: sociale e sanitaria. Da un lato, i cittadini più fragili restano esposti e non tutelati. Dall&#8217;altro, le innovazioni prodotte dalle piccole biotech – magari con fondi pubblici – faticano a essere integrate nei protocolli clinici o nei programmi di prevenzione. Un paradosso che si traduce in spreco di risorse, ritardi diagnostici, aumento dei costi e – peggio di tutto – vite che si potevano salvare.</p>



<p>Allargando lo sguardo a <strong>livello europeo</strong>, il problema non migliora. Anzi. I modelli sanitari europei, pur condividendo alcuni principi, sono profondamente diversi nella pratica.</p>



<p>Il <strong>modello Beveridge</strong>, basato su finanziamento pubblico e accesso universale, garantisce teoricamente l’equità ma sconta inefficienze organizzative, con tempi d’attesa che scoraggiano anche i più pazienti. Il <strong>modello Bismarck</strong>, invece, offre una risposta più rapida ed efficiente, ma introduce barriere economiche che penalizzano chi ha redditi più bassi o contratti di lavoro atipici. In entrambi i casi ciò che manca è una vera <strong>integrazione europea della sanità</strong>, soprattutto sul fronte della <strong>prevenzione</strong>. Le malattie infettive non conoscono confini. I virus viaggiano più velocemente dei decreti e delle burocrazie. Eppure, ancora oggi, solo una minima parte dei bilanci sanitari nazionali viene destinata alla prevenzione: si spende per curare, non per evitare.</p>



<p>Questo approccio miope è costoso, non solo in termini di pil ma soprattutto in termini umani. Un’infezione non rilevata in tempo può diventare un’epidemia. Un vaccino non somministrato può fare la differenza tra un focolaio contenuto e una crisi sanitaria. Le piccole biotech possono fornire strumenti agili, soluzioni flessibili e approcci innovativi. Ma senza un sistema che li accolga, restano lettera morta.</p>



<p>Alla fine, tutto si riduce a una scelta politica. Serve un&#8217;Europa – e un&#8217;Italia – dove la salute è un diritto e non una lotteria geografica. Siamo disposti a investire oggi per prevenire domani? Il sostegno alle piccole biotech non è solo una questione di sviluppo economico o di competitività internazionale. È una forma di <strong>responsabilità verso le generazioni future.</strong></p>



<p>Perché la vera innovazione non è quella che finisce sulle riviste, ma quella che arriva nei territori, nei centri sanitari, nei quartieri più difficili. Quella che permette a un medico di avere un test più rapido, a un paziente di ricevere una diagnosi prima, a una comunità di non ammalarsi. È lì che si misura il valore di un ecosistema biotech. Ed è lì che le istituzioni devono concentrare gli sforzi: non solo sostenendo chi innova, ma costruendo ponti perché quell’innovazione diventi accessibile a tutti.</p>
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