C’è un’immagine che rende bene l’idea: una piccola biotech è come una pianta rara che cresce ai margini di una foresta. Ha bisogno di luce, acqua, spazio. Ma soprattutto necessita di tempo per mettere radici e fiorire. Attenzione però, perché se il terreno non è fertile, se le condizioni intorno sono ostili o trascurate, anche la pianta più promettente rischia di non sopravvivere.
È una metafora semplice,quella della pianta, ma efficace per raccontare la realtà di tante imprese biotecnologiche che, ogni giorno, lavorano nell’ombra per sviluppare soluzioni che potrebbero salvare vite. Non si tratta di multinazionali dalle risorse illimitate, ma di piccole realtà, spesso spin-off universitari, composte da pochi ricercatori e scienziati animati da una visione.
Sono loro, paradossalmente, a trovarsi spesso in prima linea nel proporre innovazioni radicali – test diagnostici rapidi, terapie personalizzate, nuovi vaccini – eppure si muovono in un sistema che, troppo spesso, non le tutela né le valorizza.
L’importanza delle PMI innovative
Le piccole biotech sono, in molti casi il cuore pulsante dell’innovazione scientifica. Non hanno la lentezza strutturale delle grandi aziende farmaceutiche né la rigidità di molti enti pubblici: sono rapide, flessibili, capaci di correre grandi rischi scientifici dove altri si fermano. Spesso sono le prime a esplorare nuove frontiere: l’mRNA, i vaccini a DNA, la diagnostica su base CRISPR, l’intelligenza artificiale applicata alla selezione di candidati farmacologici. Gran parte di queste rivoluzioni è nata proprio nei laboratori di piccole startup biotech.
Ma con la stessa velocità con cui innovano, possono anche scomparire. La “valle della morte” tra la ricerca di base e la sua applicazione industriale è particolarmente profonda nel settore biotech. Bastano pochi mesi senza fondi, un trial clinico in ritardo, una partnership mancata, per compromettere anni di lavoro. Ecco perché il sostegno istituzionale non è un’opzione accessoria: è la condizione minima per permettere a queste realtà di sopravvivere e, soprattutto, di prosperare.
La logica dovrebbe essere quella dell’interesse nazionale e collettivo: sostenere una piccola biotech oggi significa investire in una soluzione che, domani, potrebbe salvare migliaia di vite o risolvere un’emergenza sanitaria.
Negli ultimi anni, anche grazie alle lezioni dure della pandemia, qualcosa è cambiato. I governi hanno iniziato a comprendere che non si può più lasciare la salute pubblica in balia delle logiche esclusivamente di mercato. In Italia, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ha promosso politiche industriali che guardano finalmente alla biotecnologia come a un asset strategico, non solo economico ma anche geopolitico.
Una visione per la ricerca
Però non è solo una questione di fondi – pur fondamentali – ma anche di visione. Quando un Paese decide di facilitare le autorizzazioni, di creare incentivi fiscali per chi investe in ricerca, di istituire elenchi speciali per le imprese ad alto impatto sociale e sanitario, sta facendo una scelta precisa: sta dicendo che l’innovazione non è un lusso, ma un diritto collettivo. E quando queste misure vengono applicate con intelligenza, i risultati si vedono. Programmi come i “Mini contratti di sviluppo” o le linee di credito dedicate da alcune banche hanno già sostenuto centinaia di realtà emergenti. In molte regioni del Sud Italia, queste risorse rappresentano l’unico vero volano per far nascere una filiera biotech autonoma, capace di trattenere giovani talenti e attrarre competenze.
Ma serve di più. Servono strumenti specifici per le fasi precoci, in cui i rischi sono più alti e gli investimenti privati meno disponibili. Servono fondi ponte per il passaggio dalla validazione preclinica alla sperimentazione. Servono meccanismi di acquisto pubblico innovativi – come i cosiddetti “advance market commitments” – che diano un segnale di fiducia concreta ai progetti con un impatto potenziale sulla salute pubblica.
Inoltre, non basta creare startup, se poi queste non trovano un sistema sanitario capace di accoglierne i frutti. Qui entra in gioco un altro grande tema: quello delle disparità. Non è accettabile che nel 2025 la prevenzione di una malattia infettiva dipenda dal luogo in cui si nasce o si vive. Eppure, succede.
La situazione in Italia e in Europa
In Italia, lo sappiamo bene: il sistema sanitario nazionale – pur universalistico nella sua architettura – è frammentato nella pratica, con differenze enormi tra nord e sud, tra grandi città e aree interne, tra chi ha accesso a centri di eccellenza e chi è costretto a emigrare per una diagnosi. Il risultato è una doppia ingiustizia: sociale e sanitaria. Da un lato, i cittadini più fragili restano esposti e non tutelati. Dall’altro, le innovazioni prodotte dalle piccole biotech – magari con fondi pubblici – faticano a essere integrate nei protocolli clinici o nei programmi di prevenzione. Un paradosso che si traduce in spreco di risorse, ritardi diagnostici, aumento dei costi e – peggio di tutto – vite che si potevano salvare.
Allargando lo sguardo a livello europeo, il problema non migliora. Anzi. I modelli sanitari europei, pur condividendo alcuni principi, sono profondamente diversi nella pratica.
Il modello Beveridge, basato su finanziamento pubblico e accesso universale, garantisce teoricamente l’equità ma sconta inefficienze organizzative, con tempi d’attesa che scoraggiano anche i più pazienti. Il modello Bismarck, invece, offre una risposta più rapida ed efficiente, ma introduce barriere economiche che penalizzano chi ha redditi più bassi o contratti di lavoro atipici. In entrambi i casi ciò che manca è una vera integrazione europea della sanità, soprattutto sul fronte della prevenzione. Le malattie infettive non conoscono confini. I virus viaggiano più velocemente dei decreti e delle burocrazie. Eppure, ancora oggi, solo una minima parte dei bilanci sanitari nazionali viene destinata alla prevenzione: si spende per curare, non per evitare.
Questo approccio miope è costoso, non solo in termini di pil ma soprattutto in termini umani. Un’infezione non rilevata in tempo può diventare un’epidemia. Un vaccino non somministrato può fare la differenza tra un focolaio contenuto e una crisi sanitaria. Le piccole biotech possono fornire strumenti agili, soluzioni flessibili e approcci innovativi. Ma senza un sistema che li accolga, restano lettera morta.
Alla fine, tutto si riduce a una scelta politica. Serve un’Europa – e un’Italia – dove la salute è un diritto e non una lotteria geografica. Siamo disposti a investire oggi per prevenire domani? Il sostegno alle piccole biotech non è solo una questione di sviluppo economico o di competitività internazionale. È una forma di responsabilità verso le generazioni future.
Perché la vera innovazione non è quella che finisce sulle riviste, ma quella che arriva nei territori, nei centri sanitari, nei quartieri più difficili. Quella che permette a un medico di avere un test più rapido, a un paziente di ricevere una diagnosi prima, a una comunità di non ammalarsi. È lì che si misura il valore di un ecosistema biotech. Ed è lì che le istituzioni devono concentrare gli sforzi: non solo sostenendo chi innova, ma costruendo ponti perché quell’innovazione diventi accessibile a tutti.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

