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	<title>Maged Srour Archives - InsideOver</title>
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	<title>Maged Srour Archives - InsideOver</title>
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	<item>
		<title>Il Coronavirus è una guerra mondiale?</title>
		<link>https://it.insideover.com/societa/il-coronavirus-e-la-terza-guerra-mondiale.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Carnieletto]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Apr 2020 05:00:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Società]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Coronavirus in Iran (LaPresse)" decoding="async" fetchpriority="high" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p>
<p>&#8216;Nulla sarà più come prima&#8217;, si diceva dopo l&#8217;11 settembre 2001 e tante cose in effetti quel giorno cambiarono. Quasi vent&#8217;anni dopo, quella frase torna attuale. A inizio gennaio 2020 si pensava che l&#8217;uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte di un drone americano avrebbe scatenato la &#8216;terza guerra mondiale&#8217;, quasi potesse essere &#8216;l&#8217;11 &#8230; <a href="https://it.insideover.com/societa/il-coronavirus-e-la-terza-guerra-mondiale.html">[...]</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1500" height="1000" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="Coronavirus in Iran (LaPresse)" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601.jpg 1500w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601-300x200.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601-768x512.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/03/LAPRESSE_20200307182134_32192601-1024x683.jpg 1024w" sizes="(max-width: 1500px) 100vw, 1500px" /></p><p>&#8216;Nulla sarà più come prima&#8217;, si diceva dopo l&#8217;11 settembre 2001 e tante cose in effetti quel giorno cambiarono. Quasi vent&#8217;anni dopo, quella frase torna attuale. A inizio gennaio 2020 si pensava che l&#8217;uccisione del generale iraniano <strong>Qassem Soleimani</strong> da parte di un drone americano avrebbe scatenato la &#8216;terza guerra mondiale&#8217;, quasi potesse essere &#8216;l&#8217;11 settembre del nuovo decennio&#8217;, come se puntuale, ciclicamente, ogni dieci anni fosse inevitabile uno choc simile. Nulla di più improbabile. La crisi Soleimani rientrò velocemente: il deterrente delle armi nucleari, della guerra totale o mondiale, spinse tutti gli attori a un relativo buon senso, persino <strong>Donald Trump</strong>.</p>
<p>In secondo piano, prima in Cina e poi in ogni angolo del pianeta, il <strong>coronavirus</strong>, a gennaio era già presente da settimane e continuava silenziosamente a diffondersi. Gradualmente ha iniziato a terrorizzare e a mietere vittime, proprio come una guerra, però su scala globale: ad oggi solo l&#8217;Antartide rimane l&#8217;unico luogo rimasto immune al virus. E se diversi governi hanno usato una narrativa bellica per descrivere l&#8217;emergenza (“Siamo in guerra contro un nemico invisibile”, hanno detto sia Trump che Macron), ci accorgiamo che per la portata della crisi (appunto, mondiale) e per le drammatiche conseguenze che sta avendo e avrà sulle nostre vite, questo virus è esso stesso una &#8216;guerra mondiale&#8217;, paragonabile per certi aspetti ai drammatici eventi scoppiati nel 1914 e nel 1939. Anche Mario Draghi, scriveva pochi giorni fa sul <em>Financial Times</em> che “stiamo fronteggiando una guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza”.</p>
<p>L&#8217;era delle guerre convenzionali però è già finita da un pezzo. E ora non dovrebbe dunque essere difficile immaginare una ipotetica &#8216;terza guerra mondiale&#8217; dove non si hanno due schieramenti di Stati ma due schieramenti dove da una parte c&#8217;è l&#8217;umanità (e gli Stati) e dall&#8217;altra il virus. Sembra uno scenario distopico ma questa è la realtà, ed è una guerra che questa volta, ci vede davvero tutti coinvolti.</p>
<h2>Il solito dilemma: sicurezza vs libertà</h2>
<p>Attenzione però. Potremmo essere d&#8217;accordo con tutto ciò ma definire questa pandemia &#8216;guerra mondiale&#8217; è un&#8217;arma a doppio taglio. Se da una parte ci impone una riflessione su quello che sarà il &#8216;dopoguerra&#8217;, riflessione che è opportuno iniziare a fare ora per pianificare e non trovarci impreparati dopo, dall&#8217;altra, interpretare questa fase emergenziale convinti di essere attori belligeranti, apre la strada a pericolose deviazioni.</p>
<p>Nei paesi democratici, i provvedimenti eccezionali in situazioni gravi come questa emergenza sanitaria sono previsti dalle stesse Costituzioni. Accadde anche dopo l&#8217;11 settembre e, nell&#8217;immediato, nessuno rimase particolarmente scioccato dalle violazioni della privacy come il Patriot Act, attuate negli Stati Uniti (e similmente anche in Europa) o dalle limitazioni di libertà individuali per persone anche solo sospettate di terrorismo.</p>
<p>Nessuno discute sulla forza maggiore, almeno durante l&#8217;emergenza. Il problema è che “accade spesso che il potere governativo si espanda in tempo di emergenza e non ritorni completamente allo status quo ante dopo che l&#8217;emergenza è passata”, come scrive Richard Primus, studioso di diritto costituzionale all&#8217;Università del Michigan.</p>
<p>Per questo, quello che sta accadendo in tutto il mondo da questo punto di vista può essere fonte di preoccupazione per il futuro. In tanti paesi l&#8217;esercito è nelle strade, in Israele il premier <strong>Benjamin Netanyahu</strong> ha deciso di tracciare i cellulari per verificare le violazioni alla quarantena, iniziativa peraltro proposta anche da alcuni politici italiani. In Ungheria, il parlamento ha dato al premier <strong>Viktor Orbán</strong> pieni poteri; in India e finanche in Perù, esercito e forze di polizia hanno utilizzato metodi poco ortodossi o violenti, per costringere i cittadini a rimanere nelle case. In Egitto e in Iran, i numeri legati al contagio e alle vittime del virus sono stati chiaramente ridimensionati dalle autorità e in entrambi i casi, medici e infermieri hanno (anonimamente) affermato di aver paura di fornire dettagli sulla realtà dei fatti per paura di ritorsioni da parte delle autorità. L&#8217;Egitto ha persino espulso una giornalista del <em>Guardian</em> e censurato un reporter del <em>New York Times</em> per aver condiviso “dati errati” sull&#8217;epidemia. L&#8217;obiettivo del Cairo e di Teheran è quello di evitare imbarazzi, domestici o internazionali. In ogni caso, è un copione già visto (vedi l&#8217;11 settembre): all&#8217;avanzare di un grande pericolo e di un&#8217;emergenza (presunta o tale), corrisponde spesso un aumento del controllo dello Stato sulla vita dei cittadini.</p>
<p>Tuttavia, se da una parte siamo certi che in Europa le misure restrittive (peraltro non rivolte contro la libertà di stampa e il diritto all&#8217;informazione) sicuramente verranno eliminate una volta finita l&#8217;emergenza, non è detto che in paesi meno democratici accadrà lo stesso. È il solito dilemma che si ripropone in situazioni di emergenza: quando diritto alla sicurezza si scontra con le libertà individuali, dove finisce il confine di entrambi?</p>
<h2>Nulla sarà più come prima? Il rischio di rottura sociale</h2>
<p>Seconda questione da approfondire. In questi giorni, analisti, economisti, ricercatori, accademici, giornalisti, esperti o meno, hanno pubblicato contenuti sui possibili scenari post-coronavirus. La frase &#8216;We&#8217;re not going back to normal&#8217;, è stata rilanciata in decine di lingue. E va detto: è un terreno di analisi interessante; un tema che ci riguarda tutti: come sarà la nostra vita dopo questa emergenza?</p>
<p>Su una cosa bisogna essere chiari: se da una parte alcune categorie di persone usciranno da questa crisi lasciandosi presto alle spalle l&#8217;esperienza dell&#8217;isolamento sociale, molte persone ne usciranno devastate. Ci saranno diversi crolli, economici o psicologici; imprese che falliscono, persone che perdono il lavoro. C&#8217;è peraltro un&#8217;altra fetta di criticità, meno visibile. Le persone con problemi psichici, oggi rinchiuse in casa, rischiano ulteriori crolli emotivi. Le donne che subiscono violenza domestica, oggi sono rinchiuse in casa con i propri carnefici. In una realtà di convivenza forzata, nelle ultime settimane in Cina sono aumentati i divorzi del 30 per cento, e così anche le violenze domestiche. E in Italia, negli ultimi 15 giorni le chiamate al “Telefono Rosa” e le denunce alle forze dell&#8217;ordine sono entrambe diminuite del 50 per cento.</p>
<p>Ulteriore rischio è che questi crolli arrivino prima della fine dell&#8217;emergenza, portando a una drammatica rottura sociale nella fase più delicata dell&#8217;emergenza. Nei giorni scorsi, l&#8217;intelligence italiana ha consegnato al governo un report riservato che segnala un “potenziale pericolo di rivolte e ribellioni, spontanee o organizzate, soprattutto nel sud Italia, dove l&#8217;economia sommersa e la capillare presenza della criminalità organizzata sono due dei principali fattori di rischio”. Dati preoccupanti.</p>
<h2>Nulla sarà più come prima? La vittoria definitiva del digitale sull&#8217;analogico</h2>
<p>Terza questione. Il settore analogico viene quasi decimato, mentre le tradizionali attività tra cui hotel, ristoranti e settore dell&#8217;aviazione, in crisi profonda e in molti casi bloccati fino a data indefinita. Il settore digitale, invece, è più che mai fiorente, attraversa un boom senza precedenti. Dopotutto stiamo sopravvivendo a questa pandemia anche grazie alla tecnologia. Il mondo ai tempi della pandemia cambia e come. Gli smartphone e i computer, improvvisamente appaiono beni di necessità per mantenere un certo equilibrio psicologico. Un paradosso, se si pensa che prima di questa crisi molte persone erano invece più ciniche e critiche nei confronti della tecnologia a causa del suo potere di renderci individui più passivi.</p>
<p>Il mondo sta cambiando e come. Ora lo <strong>smart-working</strong> non è più indiscriminatamente visto come un &#8216;assurdo&#8217;. Ora, investire nel digitale sembra quasi una necessità per tutti i settori: la normalità. Almeno nel breve termine, le persone dimenticheranno quell&#8217;ostilità diffusa nei confronti dei big della Silicon Valley e le grandi aziende tecnologiche americane (ma anche asiatiche) diventeranno ancora più potenti e dominanti, altro fattore da tenere a mente nel momento in cui immaginiamo i prossimi trend e scenari del &#8216;dopoguerra&#8217;.</p>
<p>Tuttavia, l&#8217;ulteriore ascesa del digitale porta con sé anche possibili risvolti negativi. Basti pensare alla <strong>scuola</strong>. Per quanto abbia riscosso un relativo successo in molti paesi, la &#8216;scuola digitale&#8217; rischia di rendere l&#8217;educazione sempre più elitaria, avendo le famiglie bisogno di risorse economiche per tenere il passo di un aggiornamento in digitale della formazione tradizionale. Senza dimenticare che l&#8217;accesso a una buona connessione internet non è un bene scontato per molti studenti in tanti paesi del mondo.</p>
<h2>Vivere a lungo in uno stato di pandemia? L&#8217;importanza della &#8216;emergency preparedness&#8217;</h2>
<p>Altre riflessioni su questo possibile &#8216;dopoguerra&#8217;. Secondo uno studio di alcuni ricercatori dell&#8217;Imperial College di Londra, pubblicato il 16 marzo 2020, il distanziamento sociale, durerà a lungo anche dopo la fine della pandemia. Di fatto, entrerà a far parte della vita e lavoro di tutti per molto tempo, forse per sempre. Avranno sempre maggior rilievo tutti quei servizi di una &#8216;shut-in economy&#8217;, un&#8217;economia nascosta che emergerà appunto quando molti servizi verranno gradualmente riconvertiti in veste digitale.</p>
<p>Lo studio sottolinea una realtà ormai nota a tutti i governi e sistemi sanitari del mondo: ogni paese ha bisogno di appiattire la curva dei contagi da Covid-19, imponendo un distanziamento sociale per rallentare la diffusione del virus ed evitare il collasso del sistema sanitario. Il dramma è che il problema persisterà, anche a lungo termine, almeno fino a quando non sarà individuata una cura efficace o meglio ancora un vaccino. Anche dopo la pandemia ci saranno nuovi contagi, forse altri focolai importanti. Lo studio dell&#8217;Imperial College propone dunque un metodo che preveda l&#8217;imposizione di forme di distanziamento sociale più estreme ogni volta che i ricoveri nei reparti di terapia intensiva inizino ad aumentare, e rilassarli ogni volta che i ricoveri diminuiscano. Significherebbe predisporre il sistema sanitario a quella che è nota come &#8216;emergency preparedness&#8217;, ovverosia la capacità di un sistema di rispondere efficacemente allo scoppio di un&#8217;emergenza, in questo caso sanitaria.</p>
<p>Reparti civili e militari – anche la stessa Croce Rossa – hanno in realtà unità dedicate a emergenze simili, ma nei singoli paesi – Italia compresa – manca un reale apparato in grado di fronteggiare efficacemente una situazione simile, e lo stiamo pagando a caro prezzo. E la burocrazia, spesso complica le cose. Per il futuro, usciti dalla crisi, le autorità (italiane e non solo), dovranno realmente affrontare non solo il tema dell&#8217;assurdità del taglio di fondi al sistema sanitario, ma anche della necessaria predisposizione, nello stesso sistema, di meccanismi per una rapida conversione a fronte di emergenze simili.</p>
<h2>Quale futuro?</h2>
<p>I conflitti mondiali hanno fornito all&#8217;umanità importanti insegnamenti, pagati a caro prezzo, ma che ci hanno messi tutti d&#8217;accordo sul fatto che orrori come quelli dei totalitarismi, dell&#8217;Olocausto o delle armi nucleari, non dovessero mai più verificarsi.</p>
<p>E quale sarà, dopo che questa crisi sarà passata, l&#8217;insegnamento che ne avremo tratto? Difficile dirlo ora che siamo ancora nel bel mezzo della crisi, che non sappiamo peraltro quanto durerà. Abbiamo però un&#8217;idea di quelle cose che sicuramente dovremo migliorare e affrontare. Inutile nascondere l&#8217;evidenza.</p>
<p>Quello che ci aspetta nei prossimi mesi è uno scenario inedito, difficile da sopportare e che probabilmente durerà a lungo. Prepariamoci dunque nel migliore dei modi a quel &#8216;dopoguerra&#8217;, ricordandoci che “c&#8217;è sempre il sole dopo una tempesta”. La ciclicità della storia ci mostra che questa è una legge universale.</p>
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		<title>Nove anni dopo: cosa è cambiato in Egitto dalla rivoluzione del 2011</title>
		<link>https://it.insideover.com/politica/nove-anni-dopo-cosa-e-cambiato-in-egitto-dalla-rivoluzione-del-2011.html</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Vita]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 05:42:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-334x188.jpg 334w" sizes="(max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p>
<p>“In Egitto l&#8217;esercito comanderà sempre, su tutto e tutti. Non lasceranno il potere”. Questo il futuro secondo Amir* mentre, camminando per le vie del Cairo, giungevamo insieme nell&#8217;estate del 2019 in una piazza Tahrir ormai continuamente presidiata da militari, poliziotti o forze di sicurezza. Sono passati nove anni da quella rivoluzione che gridava “pane, libertà &#8230; <a href="https://it.insideover.com/politica/nove-anni-dopo-cosa-e-cambiato-in-egitto-dalla-rivoluzione-del-2011.html">[...]</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/nove-anni-dopo-cosa-e-cambiato-in-egitto-dalla-rivoluzione-del-2011.html">Nove anni dopo: cosa è cambiato in Egitto dalla rivoluzione del 2011</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1920" height="1080" src="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970.jpg" class="attachment-post-thumbnail size-post-thumbnail wp-post-image" alt="" decoding="async" loading="lazy" srcset="https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970.jpg 1920w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-300x169.jpg 300w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-768x432.jpg 768w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-1024x576.jpg 1024w, https://media.insideover.com/wp-content/uploads/2020/01/Egitto-presidenziali-militari-La-Presse-e1580057370970-334x188.jpg 334w" sizes="auto, (max-width: 1920px) 100vw, 1920px" /></p><p><span style="font-weight: 400;">“In <strong>Egitto</strong> l&#8217;esercito comanderà sempre, su tutto e tutti. Non lasceranno il potere”. Questo il futuro secondo Amir* mentre, camminando per le vie del Cairo, giungevamo insieme nell&#8217;estate del 2019 in una piazza Tahrir ormai continuamente presidiata da militari, poliziotti o forze di sicurezza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono passati nove anni da quella rivoluzione che gridava “pane, libertà e giustizia sociale” eppure oggi la situazione dei diritti umani in Egitto “è</span> <span style="font-weight: 400;">grave da diversi punti di vista: torture, sparizioni, arresti arbitrari, condanne al termine di processi irregolari, bavaglio alla libertà di espressione, impedimenti alla libertà di manifestare, repressione ai danni dei difensori dei diritti umani”, ci ricorda Riccardo Noury – portavoce di Amnesty International Italia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Paradossalmente, esattamente nove anni fa, il 25 gennaio 2011, sembrava che il vento in Egitto soffiasse in direzione della libertà. Gli appelli sui social network e l&#8217;esempio della rivoluzione tunisina: milioni di egiziani scendevano in piazza pacificamente con la speranza nel cuore che fosse finalmente giunto il momento di rendere simili le sponde sud e nord del Mediterraneo: un nord-Africa democratico come l&#8217;Europa democratica. Sembrava che il popolo si fosse svegliato dopo un torpore durato trent&#8217;anni, quelli del regime di <strong>Mubarak</strong>. In poche settimane il &#8220;Faraone&#8221; si dimetteva e il popolo egiziano era euforico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 2012, dopo un anno di transizione, le prime elezioni democratiche della storia del paese consegnarono però agli elettori alternative poco incoraggianti. Scegliere tra <strong>Mohamed Morsi</strong>, islamista esponente dei Fratelli Musulmani e Ahmad Shafiq, ex generale </span><span style="font-weight: 400;">dell&#8217;aeronautica</span><span style="font-weight: 400;"> ritenuto da molti complice del regime di Mubarak. La scelta elettorale cadde su Morsi, il quale coltivava legami con i jihadisti del Sinai e pensava di potersi attribuire poteri speciali per poter superare le difficoltà economiche. “L&#8217;elezione di Morsi ha dato l&#8217;impressione a una parte della popolazione che la sua presidenza potesse aprire la strada ad una deriva in senso islamista e autoritario del paese,” ci ricorda Matteo Colombo, </span><i><span style="font-weight: 400;">Associate Reserch Fellow</span></i><span style="font-weight: 400;"> presso Ispi. Tale impressione fu poi rafforzata dall&#8217;approvazione di una Costituzione che poneva alcuni aspetti della legislazione sotto un controllo esterno di aderenza ai dettami della legge islamica.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando un anno dopo, nel 2013, gli egiziani tornarono a protestare contro il malgoverno di Morsi, quel tipo di unità popolare che si era avuto nel 2011, non esisteva più. “Dopo la caduta di Mubarak, l&#8217;opinione pubblica egiziana si era gradualmente divisa rispetto ai temi della laicità dello stato, del ruolo dei militari e dei poteri da assegnare al presidente,” precisa Colombo. Gli islamisti, che nel 2011 erano in piazza insieme ai liberali per chiedere le dimissioni di Mubarak, erano ora dall&#8217;altra parte, e difendevano il neo presidente Morsi. È proprio in quel momento, con la presidenza Morsi, che l&#8217;Egitto ha perso la sua occasione storica per modernizzarsi in senso liberale. Il primo esperimento realmente democratico, le <strong>elezioni</strong> e gli egiziani chiamati a scegliere. Forse scelsero male, eppure un germoglio di pluralismo era sbocciato e il fatto che la piazza nel 2013 fosse divisa, dimostrava proprio che nel paese si era finalmente innescato quel meccanismo di pluralità di opinioni tipico della democrazia. Se Morsi non avesse commesso l&#8217;errore di imitare il &#8216;Faraone&#8217; nel suo autoritarismo, oggi forse saremmo a un epilogo diverso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Memore della rivoluzione del 2011, il popolo scese di nuovo in piazza e questa volta l&#8217;esercito intervenne anche a livello politico. Il generale <strong>Abdelfatah al-Sisi</strong> guidò un colpo di stato con quale depose Morsi. Un anno dopo, nel 2014, al-Sisi, dimessosi dall&#8217;esercito, si candidava alle elezioni diventando presidente della Repubblica. Molti già intuivano cosa stava accadendo: la parabola della democrazia. Il 2011: la piazza e la protesta e poi la rimozione del dittatore. In seguito le elezioni, la transizione e infine il colpo di stato militare che riporta alla dittatura. Il ciclo si chiude, nel 2014, tre anni dopo la rivoluzione. L&#8217;epilogo però è diverso da quello sperato: da una dittatura si arriva a un&#8217;altra dittatura, secondo molti anche peggiore.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da allora, la storia dell&#8217;Egitto appare più buia. In nome della lotta al terrorismo si è contribuito a criminalizzare persone non coinvolte in nessun atto violento o addirittura impegnate in attività del tutto pacifiche. “Ad Amnesty International non piace fare confronti,” afferma Noury, “ma la repressione attuale in Egitto è (dal punto di vista del numero e della vastità delle violazioni dei diritti umani) persino peggiore e comunque più feroce rispetto ai tempi di Mubarak. A partire dalla <strong>&#8220;Tiananmen del Cairo&#8221;</strong> (i massacri delle piazze dell&#8217;agosto 2013), abbiamo assistito a una repressione sempre più ampia, riguardante interi gruppi e non solo la classica opposizione politica”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La </span><span style="font-weight: 400;">repressione</span><span style="font-weight: 400;"> in questi anni non ha riguardato solo cittadini egiziani, e questo l&#8217;Italia lo sa bene. Il 25 gennaio per il Cairo vuol dire anniversario della rivoluzione ma per l&#8217;Italia vuol dire un altro anno senza Giulio Regeni. Il ricercatore italiano scomparve in quella data, nel 2016. Oggi sappiamo che fu arrestato dalle forze di sicurezza egiziane, torturato e ucciso in circostanze fino ad oggi mai chiarite. Dal 2016 ad oggi, depistaggi e mancata collaborazione delle autorità egiziane non hanno permesso di trovare la verità sulla morte del giovane italiano. Le indagini sono infatti a un punto fermo. “La procura di Roma ha fatto il massimo, arrivando a individuare una serie di funzionari egiziani coinvolti nelle fasi immediatamente precedenti il sequestro di Giulio. Purtroppo, la collaborazione delle autorità giudiziarie del Cairo continua a non esserci”, afferma Noury, il quale ritiene sia giunto il momento che l&#8217;Italia richiami nuovamente il proprio ambasciatore dal Cairo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma dove sono tutti quegli egiziani che nove anni fa erano in piazza? Perché non protestano più? Nel settembre 2019, poche migliaia di manifestanti sono nuovamente scese in piazza a protestare, fomentate da Mohamed Ali, un <strong>ex contractor</strong> in esilio volontario in Spagna, che ha rivelato scandali legati agli alti gradi militari e politici del paese. Questa del 2019 era però una piazza differente rispetto a quella del 2011 e a quella del 2013. “Non ha l&#8217;ambizione di cambiare il sistema, in quanto i numeri dei manifestanti sono troppo limitati,” afferma Colombo. Si tratta più che altro di “uno sfogo di insofferenza nei confronti di una certa gestione della politica”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa insofferenza va però interpretata sotto un&#8217;ottica che va oltre la corruzione delle autorità. Al popolo egiziano non importa tanto della corruzione: in Egitto c&#8217;è sempre stata. Quello che fa rabbia e che potrebbe, forse, scatenare ancora qualche sacca di protesta, è il fatto che la situazione economica è piuttosto critica. Sulla carta, e secondo le stime della Banca Mondiale, l&#8217;economia egiziana non se la passa male: il prodotto interno lordo è cresciuto in media del 3,6% dal 2012 al 2018. Tuttavia, se osserviamo i dati nel dettaglio, come sottolinea Colombo, è evidente che “una parte della popolazione non abbia beneficiato da questa crescita”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E in effetti, come sottolinea l&#8217;analista, il modello egiziano si è basato principalmente sui grandi appalti per la costruzione di grandi opere, soprattutto nell&#8217;edilizia e nel turismo, facendo affidamento su <strong>investimenti stranieri</strong>, in particolare dall&#8217;Europa e dal Golfo. Le aziende coinvolte in questi investimenti – e che ne hanno tratto profitto – sono soprattutto quelle vicine ai militari. Il raddoppiamento del canale di Suez, la costruzione della nuova capitale, le numerose località turistiche che si stanno rinnovando o nascendo dal nulla nel deserto, come New El Alamein City, Al Galala City, Ain Sokhna, solo per citarne alcune. Basta uscire fuori dal Cairo, guidando lungo la costa del mar Rosso, o lungo la costa nord sul Mediterraneo o nel sud del Sinai, e si è di fronte a un immenso cantiere. Gli egiziani comuni difficilmente potranno usufruire di queste strutture: non se le possono permettere. “In Egitto, è come se fosse scomparsa la classe media,” ci fa notare Mohamed*, un commerciante del Cairo. “Una parte della popolazione è incredibilmente ricca; si tratta di <strong>famiglie legate all&#8217;establishment militare</strong> o coinvolte in attività economiche importanti, con grandi aziende del turismo, dell&#8217;import-export o dell&#8217;edilizia”. La maggior parte degli egiziani però, ancora fatica ad arrivare a fine mese, in molti casi sotto la soglia di povertà. Per fare un esempio, ci sono molte persone che arrivano a guadagnare anche 30.000 sterline egiziane (circa 1.800 euro) al mese e altre arrivano a malapena a 2.000 sterline (circa 120 euro). Questo divario in alcuni casi è anche maggiore e la cosa sconcertante è che una via di mezzo in realtà non c&#8217;è e i prezzi continuano a salire, mettendo in difficoltà soprattutto i ceti più popolari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I progetti legati all&#8217;edilizia sono numerosissimi. Migliaia di abitazioni tutte identiche tra loro, sono già state costruite in aree periferiche ma la domanda che ci si pone è: chi abiterà queste case? Comprare un&#8217;abitazione in Egitto oggi è un lusso e i giovani egiziani faticano a far decollare le proprie ambizioni di vita (casa, lavoro, famiglia), interrotte necessariamente, per gli uomini, dalla leva obbligatoria: due anni in cui tutto si blocca per questi giovani che si trovano a percepire una <strong>paga tra i 17 e i 29 dollari al mese</strong>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che fine ha fatto dunque la rivoluzione? Se c&#8217;è povertà, poca libertà e repressione violenta di oppositori (presunti o tali), dove sono finiti i giovani rivoluzionari? Perché non scendono in piazza, magari emulando un&#8217;altra volta i paesi vicini, visto che in Iraq, Libano e Iran si sta gridando la fame di libertà e giustizia? Quella generazione di giovani egiziani ha semplicemente perso la speranza. Gli arresti, le sparizioni, le torture, hanno convinto molti di loro che non ne vale più la pena, soprattutto se la creatura contro cui ci si vorrebbe opporre controlla ogni singolo aspetto dell&#8217;economia, della politica e della società di questo immenso paese. I militari, attraverso il controllo dei media, hanno inoltre convinto buona parte della popolazione che senza di loro l&#8217;Egitto cadrebbe in mano agli islamisti e al caos. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per gli amanti della libertà è una constatazione amara: per quei <strong>giovani</strong> che solo nove anni fa scoprivano la politica, il dibattito e la piazza, oggi la “protesta” si traduce solo nel divertimento, nel praticare sport, frequentare locali dove si suona musica dal vivo, andare ai concerti e nelle discoteche. In qualche modo protestano trasgredendo, essendo l&#8217;Egitto comunque un paese musulmano dove molte di queste attività sono ancora viste come “peccato” e in un certo senso “proibite”. L&#8217;alcol non è illegale, è venduto e consumato da molti egiziani, giovani e non, ma rimane comunque vietato dall&#8217;Islam. Emblematico di questa condizione, è uno dei più storici “baladi bar” (bar popolari) del Cairo: Horreya, che tradotto vuol dire, ironicamente, proprio “libertà”. In un paese dove la protesta per la libertà è stata soffocata, l&#8217;unico luogo in cui questa rimane ancora “viva”, sono i luoghi come Horreya: dei tavoli, tante birre vuote ed egiziani di tutte le estrazioni sociali che si mischiano agli occidentali che oggi vivono al Cairo. Entrando, prima di lasciarsi andare alla leggerezza alimentata dall&#8217;alcol, i clienti del bar si guardano tutti a vicenda: c&#8217;è chi è solo, con tre birre vuote sul tavolo e fuma un narghilè, chi è in coppia e chi in gruppo. Quando ci si scambia sguardi, tra un sorso di Stella e un altro, sembra quasi che le menti comunichino telepaticamente, dicendosi queste parole: “non ci resta che protestare così. Questa, nove anni dopo, è la nostra piazza Tahrir”. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;">*(Nome di fantasia).</span></p>
<p>L'articolo <a href="https://it.insideover.com/politica/nove-anni-dopo-cosa-e-cambiato-in-egitto-dalla-rivoluzione-del-2011.html">Nove anni dopo: cosa è cambiato in Egitto dalla rivoluzione del 2011</a> proviene da <a href="https://it.insideover.com">InsideOver</a>.</p>
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