Fino a qualche mese fa era in prima linea nell’attaccare l’Unione Europea sull’immigrazione, sull’eccessivo sostegno offerto all’Ucraina e sull’ostracismo mostrato nei confronti della Russia. Anzi: mentre Bruxelles criticava il Cremlino, lui, Peter Szijjarto, si è più volte recato a Mosca nei panni di ministro degli Esteri dell’Ungheria per negoziare accordi sull’acquisto di petrolio e gas.
Ora Szijjarto, che per 12 anni è stato il massimo diplomatico del governo dell’ex primo ministro ungherese Viktor Orban, ha fatto una scelta radicale: si è dimesso dal Parlamento nazionale, dove conservava un seggio come deputato dell’opposizione dopo la batosta elettorale rimediata da Fidesz alle ultime elezioni, per diventare un dirigente della casa automobilistica cinese BYD.
L’ex braccio destro di Orban, da tempo sostenitore degli investimenti del Dragone nel settore dei veicoli elettrici, diventerà responsabile delle Relazioni esterne e dello sviluppo di nuove linee di business presso il colosso di Shenzhen. “BYD è stata una delle più grandi storie di successo nel settore automobilistico degli ultimi due decenni e il produttore leader a livello mondiale di veicoli elettrici”, ha dichiarato Szijjarto in un post su Facebook annunciando la sua scelta.
Da Orban a BYD: le porte girevoli di Szijjarto
L’attuale primo ministro magiaro Peter Magyar ha trasformato lo step carrieristico di Szijjarto in un attacco politico, accusandolo di aver “a lungo rappresentato interessi stranieri” e di aver fatto pressioni per ottenere “ingenti sussidi statali ungheresi” per BYD prima di entrare a far parte dell’azienda.
Fedele a Fidesz dalla fine degli anni Novanta, Szijjarto è stato portavoce di Orban prima di diventare ministro degli Esteri nel 2014, incarico che ha ricoperto fino all’inizio di quest’anno. Come massimo diplomatico ungherese ha spinto per avere legami più stretti con Pechino e Mosca. L’ex ministro era nello specifico il volto della strategia di “apertura a Est” del governo Orban, che di fatto privilegiava le relazioni con Cina e Russia rispetto a quelle all’interno dell’Unione Europea e della Nato.
Nel frattempo BYD ha fatto sapere che inizierà ad assemblare auto nel suo nuovo stabilimento in Ungheria nel quarto trimestre dell’anno. “L’Ungheria è la priorità numero uno in questo momento. La seconda priorità sarà quella di concentrarci sulla ricerca di un secondo stabilimento (di produzione) in Europa”, ha dichiarato a Reuters la vicepresidente esecutiva Stella Li.

Un rapporto particolare
La trasformazione di Szijjarto ha suscitato aspre critiche. In Ungheria c’è chi ha puntato il dito contro il ruolo che ha avuto durante il suo mandato nel facilitare ingenti sussidi governativi all’azienda cinese. L’ex ministro ha infatti svolto un ruolo chiave nel convincere BYD ad aprire il richiamato primo stabilimento europeo a Szeged, definendo quel progetto “uno dei maggiori investimenti nella storia economica ungherese”, e spiegando che il governo Orban avrebbe fornito incentivi finanziari all’azienda asiatica per la costruzione del sito.
Lo stesso Szijjarto ha in seguito annunciato che BYD avrebbe stabilito la propria sede europea e un centro di ricerca e sviluppo a Budapest, ricevendo un finanziamento governativo di quasi 64 milioni di dollari. Non solo: la coppia Szijjarto-Orban si è fortemente opposta ai dazi doganali dell’Ue sui prodotti cinesi, ha cercato in tutti i modi di attrarre ingenti investimenti di Pechino in Ungheria e ha favorito la creazione di un corridoio ferroviario con la Serbia nell’ambito della Belt and Road Initiative di Xi Jinping.
Secco e ironico il commento finale di Magyar: “L’unica differenza rispetto a prima è che, d’ora in poi, Péter Szijjártó non sarà più pagato dal popolo ungherese per lo stesso lavoro, ma dal suo effettivo datore di lavoro”.

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