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Guerra

Il momento d’oro del Pakistan: dietro le quinte del grande negoziatore della guerra in Medio Oriente

Il Pakistan sfrutta la guerra in Medio Oriente per mediare tra Iran e Usa rafforzando così il proprio peso globale.

Per capire cosa sta spingendo il Pakistan a mediare nella guerra in corso in Medio Oriente bisogna tornare al giugno 2025, quando Asim Munir, il capo dell’esercito pakistano, nonché figura più potente del Paese, veniva ricevuto da Donald Trump alla Casa Bianca.

Munir è riuscito a costruire un eccellente legame personale con il tycoon, oltre che a incassare complimenti non irrilevanti. Il leader statunitense ha infatti elogiato la “leadership molto, molto forte” del Pakistan e la profonda conoscenza del dossier iraniano da parte del suo ospite. Ecco: oggi che tra Teheran e Tel Aviv volano missili e droni, intervallati da raid Usa, questa conoscenza può risultare utilissima a Washington.

In primis perché all’orizzonte non si vedono mediatori interessati a risolvere la contesa: la Cina resta in disparte, la Russia ha altro a cui pensare, gli Stati Uniti sono parte attiva della guerra, così come le monarchie del Golfo, l’Europa è lontana e l’India si è troppo avvicinata a Israele per essere presa sul serio dagli iraniani.

Il Pakistan, che ha buoni rapporti sia con gli Stati Uniti che con l’Iran, ha quindi collo la palla al balzo ritrovandosi a svolgere un ruolo rilevante in negoziati diplomatici ad alto rischio. Due sono gli obiettivi di Islamabad: trasformarsi definitivamente in una potenza regionale con influenza globale e, di pari passo, guidare la costruzione, insieme a Egitto, Turchia e Arabia Saudita, del nuovo assetto mediorientale.

Shehbaz Sharif (sinistra) con Mohammed bin Salman (destra)

La diplomazia del Pakistan

Quello del Pakistan non è soltanto un gioco retorico. Islamabad crede davvero di poter sfruttare la situazione a proprio vantaggio e di alleviare le tensioni mediorientali.

Non è un caso, riferiscono i media, che i pakistani abbiano aiutato gli Stati Uniti a presentare all’Iran un piano di cessate il fuoco contenente 15 punti; che il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar, abbia dichiarato che anche la Turchia e l’Egitto stanno lavorando dietro le quinte per portare le parti al tavolo dei negoziati; che Trump abbia rinviato le sue minacce di attacchi su larga scala contro le infrastrutture energetiche di Teheran citando i progressi diplomatici; e che le risposte iraniane agli interessi statunitensi nel Golfo siano fin qui state misurate.

“Il Pakistan è molto lieto che sia l’Iran che gli Stati Uniti abbiano espresso la loro fiducia nel Pakistan per facilitare i loro colloqui”, ha affermato Dar, aggiungendo che Islamabad è “impegnata con la leadership statunitense” per “allentare la tensione e trovare una soluzione al conflitto”.

Il lavoro diplomatico del Pakistan non è affatto mancato. Come ha spiegato Tahir Andrabi, portavoce del ministero degli Esteri, mentre Munir si è concentrato su Trump, il primo ministro Shehbaz Sharif e il ministro Dar hanno avuto conversazioni telefoniche con almeno 20 leader mondiali.

Sharif, ha parlato con l’iraniano Pezeshkian, con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, con l’egiziano Abdel Fattah al Sisi, con Recep Tayyip Erdogan, e con i leader di Azerbaigian, Bahrein, Bangladesh, Indonesia, Giordania, Kuwait, Libano, Malesia e Uzbekistan. Dar ha fatto altrettanto con i massimi diplomatici di Iran (Abbas Araghchi), Emirati Arabi Uniti (Abdullah bin Zayed Al Nahyan), Iraq (Fuad Hussein) e Unione Europea (Kaja Kallas).

Gli interessi (e le contraddizioni) di Islamabad

Il Pakistan vuole certamente inseguire le proprie ambizioni globali, ma alla base della sua diplomazia ci sono chiari interessi interni e regionali. La guerra in Iran minaccia la sicurezza economica ed energetica di Islamabad, che ricava la maggior parte del suo petrolio e del suo gas dal Medio Oriente.

Non solo: nella regione travolta dal conflitto ci sono cinque milioni di pakistani che lavorano nel mondo arabo e che ogni anno inviano in patria rimesse per un valore quasi equivalente al totale dei proventi delle esportazioni pakistane. L’aumento delle tensioni ha intanto già fatto aumentare i prezzi del carburante in Pakistan di circa il 20%, mettendo sotto pressione il governo di Sharif.

Ci sono in ogni caso delle importanti contraddizioni da considerare ai fini della strategia di Munir-Sharif. Il Pakistan che vuole mediare nella guerra in Medio Oriente non intrattiene relazioni diplomatiche con Israele, una delle parti belligeranti, ed è a sua volta invischiato in un conflitto (contro l’Afghanistan, mentre ha concluso da non molto uno scontro con l’India).

Il patto di difesa reciproca tra Islamabad e Riyadh, firmato lo scorso settembre, complica inoltre le possibilità del Pakistan di presentarsi come un mediatore credibile ed efficace, rendendo la situazione estremamente delicata.

Certo è che in passato il Pakistan ha svolto rilevanti ruoli di mediazione con risultati eccellenti. Nel 1972, l’allora generale Yahya Khan facilitò i contatti informali che portarono alla storica visita del presidente statunitense Richard Nixon in Cina, con l’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino nel 1979.

Più di recente, il governo pakistano ha facilitato i contatti tra i talebani afghani e gli Usa che hanno portato a colloqui a Doha, culminati in un accordo nel 2020 e nel ritiro delle truppe Nato a guida statunitense dall’Afghanistan.

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