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Politica

L’Iran e l’idea della “spallata”: attenti a quel che desideriamo, come in Libia e in Siria potremmo essere accontentati

L'idea di un intervento militare per dare la spallata finale al regime degli ayatollah può dar il via a una guerra civile.
iran

Criticare la Repubblica islamica dell’Iran, nata nel 1979 dalla rivoluzione khomeinista, è facile, anzi: facilissimo. L’oscurantismo culturale e politico, la gestione assurda dell’economia con le bonyad (fondazioni) governate dai religiosi insediate nei settori decisivi e usate soprattutto come strumento di acquisto del consenso, l’incapacità quasi totale di costruire un rapporto non conflittuale in una regione, il Medio Oriente, peraltro a dominante maggioranza sunnita… Anche a chi scrive capitò, ormai parecchi anni fa, di essere cacciato a spintoni dall’Università di Teheran, a dispetto di un “salvacondotto” dell’ambasciata iraniana in Italia, da un ragazzotto armato di mitra e di ricevere qualche metro dopo, in perfetto inglese, le scuse di due ragazze velate che mi dissero: “Ci vergogniamo di questa gente”. Potremmo riempire pagine e pagine di osservazioni del genere. Ne abbiamo parlato diffusamente su InsideOver, mettendo in risalto tutte le ottime ragioni (si veda qui, qui e in generale l’ampio dossier dedicato alle proteste) per cui fin dal 2009 (le manifestazioni contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad e i brogli elettorali), con impressionante regolarità, gli iraniani scendono in piazza a sfidare la repressione dei basij e dei pasdaran per chiedere trasparenza e cambiamento.

Eppure proprio ora, mentre la Repubblica islamica pare all’apice della crisi e si parla apertamente di darle la spallata decisiva con un attacco militare, la narrazione più diffusa ci pare di giorno in giorno meno convincente. È la narrazione che abbiamo ascoltato molte volte, negli ultimi decenni, da una rivoluzione colorata all’altra, da un regime change all’altro. Narrazione che ha un grande pregio: è facilmente spendibile, trasforma tutto in confronto tra buoni e cattivi. E chi è che tifa per i cattivi?

Ovviamente non si tratta, qui, di fare il tifo per la Repubblica islamica (vedi sopra) ma di provare a capire quel che succede. Intanto: ferme restando le ottime ragioni e il grande coraggio degli iraniani che scendono in piazza, siamo sicuri che si possa parlare di una rivoluzione? Ne conosciamo i leader? Risponde a un progetto identificabile? Almeno per ora c’è una parte importante del Paese che, a dispetto dell’evidente crisi del regime, delle ipotesi di intervento esterno e del peso di un apparato sanzionatorio che potrebbe anche essere incrementato (ne parla la Ue per bocca di Kaja Kallas), resta fedele agli ayatollah. E non si tratta solo di vecchi mullah con la barba lunga: i giovani stanno sull’uno come sull’altro lato della barricata. I basij che pestano sono coetanei o quasi degli studenti da loro pestati.

Se uno va con la memoria al 1979, vede subito la differenza: quella fu una rivoluzione, chiamata islamica solo per il fatto che a prendere il potere furono poi gli ayatollah. A sostenerla c’erano i religiosi (che peraltro nel 1953 aveva sostenuto Reza Pahlevi contro il primo ministro nazionalista Mohammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato l’industria petrolifera) ma anche i feddayin marxisti, i liberali ma anche i militari e i bazarì, i grandi mercanti del bazar. E non è che l’apparato repressivo dello Shah fosse poca cosa: 60 mila uomini e (le stime variano) circa 7 mila oppositori giustiziati. Non è per caso che persino gli Stati Uniti, a un certo punto, chiesero allo Shah di andarsene dall’Iran.

La “manina” esterna

Oggi, palesemente, non è così. Il tutto in un Paese pessimamente governato e comunque pressato da sanzioni cominciate nel 1979 (dopo la “crisi degli ostaggi” e il sequestro dell’ambasciata Usa) e andate sempre in crescendo, con due brevi pause: tra il 1981 (dopo l’Accordo di Algeri) e il 1984 (designazione dell’Iran come “Stato sponsor del terrorismo”) e tra il 2015 (firma dell’accordo sul nucleare) e il 2018 (disdetta unilaterale dell’accordo da parte di Donald Trump).

E non solo. Fermo restando il coraggio di chi scende in piazza (almeno 500 le vittime finora nei disordini partiti il 28 dicembre), perché si dà per scontato che non vi sia alcuna “manina”esterna ad aggravare le cose? Ad appiccare incendi agli edifici pubblici, a distribuire le (non molte) armi che circolano, a far circolare le immagini degli scontri in un Paese che da giorni non ha Internet? Nel giugno scorso, prima e durante la “guerra dei 12 giorni”, era pratica comune esaltare le capacità di penetrazione dell’intelligence israeliana, che identificava e colpiva i rifugi degli alti gradi militari per operazioni di eliminazione mirata, mandava messaggi minatori sui cellulari dei comandanti inviandoli a disertare pena la morte loro e dei loro familiari, eliminava scienziati e tecnici per strada, faceva fare ai propri agenti selfie irridenti nei pressi delle basi aeree iraniane e così via. E ora niente? Tutto questo apparato, allora ben piazzato all’interno dell’Iran, resta inerte, in attesa che gli ayatollah se ne vadano mentre nel frattempo centinaia di persone vengono ammazzate per strada?

Dovremmo tutti essere più prudenti. O almeno essere quanto lo sono Turchia (ne abbiamo parlato qui), Arabia Saudita e Qatar, che in virtù delle vecchie rivalità e della posizione geografica conoscono bene il “problema Iran”. Nessuno di loro ha mai amato gli ayatollah ma ora la loro prima preoccupazione è un crollo senza progetto, un regime change senza change, che apra la strada a una guerra civile in un Paese che ha 92 milioni di abitanti, grandi armamenti, riserve energetiche imponenti e, a Est, confina con il Pakistan attraverso il Belucistan della guerriglia islamista e con l’Afghanistan dei talebani.

È una preoccupazione che dovremmo avere anche noi. Non gli Usa, che sono lontani e inattaccabili, e nemmeno Israele, che dal caos circostante ha sempre guadagnato. Noi europei, che abbiamo praticato il regime change in Libia e lo abbiamo tentato in Siria, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. E invece facciamo come al solito l’esatto contrario: non bastasse la Kallas, arriva anche Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, ad annunciare un bando contro i diplomatici iraniani. Ma davvero qualcuno crede che questo possa aiutare i giovani iraniani che chiedono giustizia e libertà? E se non si parla con la diplomazia nel pieno di una crisi, con chi si parla? La madre degli sciocchi è sempre incinta, come si dice. Ma si dice anche che gli insuccessi non trovano mai un padre, quindi non ci stupisce che i sostenitori delle belle imprese in Libia e in Siria siano ora schierati per la famosa “spallata”. Stiamo attenti a quel che desideriamo, perché potremmo essere accontentati.

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