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Riarmo, boom di occupati nella Difesa in Germania. Ma il vuoto dell’auto è ben più ampio

Riarmo, boom di occupati nella Difesa in Germania. Ma il vuoto dell'auto è ben più ampio nell'occupazione nazionale.

Le imprese della Difesa, in Germania, sono nel pieno di un ampio ciclo di assunzioni e di ampliamento della propria base produttiva e, ad oggi, la questione della riconversione industriale di molti impianti e del passaggio di competenze e manodopera dall’automotive declinante al campo del riarmo tiene banco. Ma c’è un dato di fatto: l’effetto-sostituzione, almeno sul piano del personale, ancora non c’è e, anzi, complessivamente i posti di lavoro sviluppati nell’industria della Difesa sono molti meno di quelli persi nel solo ultimo anno dall’auto.

Lo ha sottolineato su X l’economista Andrea Roventini, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa del cui Istituto di Economia, formato da Giovanni Dosi, è direttore, commentando i dati del Financial Times circa l’intero ciclo di assunzioni del sistema-difesa della Germania, guidato dall’arrembante Rheinmetall che ha alzato di oltre il 50% la forza lavoro dal 2021 a oggi, e sottolineando che si tratta di dati insufficienti a compensare la perdita nel settore automotive.


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Riarmo e forza lavoro in Germania

Da 63mila a 83mila dipendenti: l’aumento complessivo del personale dei cinque maggiori attori della Difesa e delle quattro start-up più in crescita della Germania, contando anche i dipendenti all’estero, è stato notevole dal 2021 a oggi secondo la stima del Ft. L’analisi, che non comprende i dati di Knds e Mbda, per citare due big, segue l’aumento dell’intensità del riarmo tedesco. 207 miliardi di euro il valore delle commesse militari tedesche cumulate negli ultimi cinque anni, 83 miliardi solo nel 2025 che apre un periodo di spesa intensa destinata a mobilitare 355 miliardi di euro nei prossimi 15 anni.

Ciononostante, il riarmo continua a non essere in grado di sostituire l’auto nella copertura industriale della manifattura, “il numero di persone impiegate nel settore della Difesa in Germania resta ben al di sotto delle circa 700.000 persone impiegate nel settore automobilistico tedesco in difficoltà”, scrive il Ft.

La crisi occupazionale dell’auto

L’occupazione nel settore, in Germania, è in continuo calo. L’Associazione tedesca dei costruttori automobilistici, la Vda, indica il 2018 come anno di massima occupazione del settore, con 834mila unità impegnate. Nel 2024, erano scesi a 773mila (-7,3%) sulla scia di cambiamenti tecnologici, regressioni di gruppi come Volkswagen, mancate sostituzioni del turnover.

I dati sul totale del 2025, anno nero per il settore, non sono ancora disponibili, ma la statistica di una perdita di 48.700 posti di lavoro (-6,3%) nei nove mesi conclusi a settembre è consolidata. Insomma, in sette anni la Germania ha perso oltre un ottavo della sua forza lavoro produttiva nell’automotive, con un calo di circa 100 mila addetti, mentre dal 2021 a oggi le aziende della Difesa hanno aumentato di poco più di un quinto di questo gap i loro dipendenti.

Il riarmo non svolta il Pil tedesco

La prospettiva dell’aumento di forza lavoro nella Difesa resta sostenuta. In particolare, aziende come Rheinmetall, che vuole portare a 40-50mila unità la sua forza lavoro, stanno puntando esplicitamente ad ex lavoratori dell’automobile per consolidare i ranghi. Ma ad oggi, come mostrano i dati sul Pil, difficilmente si può dire che sarà l’effetto-riarmo a spingere in là occupazione e produzione:

“Supponendo che le aziende tedesche possano modernizzare la loro produzione e che la Germania mantenga parte della sua produzione nazionale, l’impatto positivo sull’economia rimane limitato”, ha scritto in un report Lundsgreen Capital, aggiungendo che “sebbene il settore manifatturiero contribuisca al 18% del PIL in termini di valore aggiunto e al 19% dell’occupazione totale, negli ultimi anni ha registrato un calo”. Difficilmente sarà il riarmo, dunque, a dare la scossa a un’industria tedesca in stagnazione. Quel che è certo è che la svolta non si avrà sulla forza lavoro, tra due settori che ragionando troppo superficialmente i decisori di Berlino hanno ritenuto intercambiabili, ma che hanno dinamiche industriali e di mercato ben differenti.

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