La vicenda della giornalista ucraina Viktoriia Roshchyna, il cui corpo è stato restituito all’Ucraina il 14 febbraio 2025, è avvolta da ombre e interrogativi che rendono il caso tanto drammatico quanto enigmatico. Roshchyna, reporter freelance e collaboratrice di Ukrainska Pravda nota per il suo coraggio e le sue inchieste, sarebbe morta in custodia russa, ma i dettagli noti sulla sua fine sono frammentari e inquietanti. Le informazioni disponibili, riprese dal consorzio giornalistico Forbidden Stories e basate principalmente su un articolo di Ukrainska Pravda intitolato The Viktoriia Project, gettano luce su un caso che solleva gravi sospetti di torture e insabbiamenti, ma lasciano anche spazio a numerosi dubbi.
Un corpo martoriato e organi mancanti
Il corpo di Roshchyna, identificato con il numero 757 e contrassegnato con la dicitura “uomo non identificato” e l’abbreviazione russa “СПАС” (danno cumulativo alle arterie del cuore), è stato restituito durante uno scambio di prigionieri. Un esame forense ha confermato un riscontro del 99% del DNA con la giornalista, smentendo l’errata classificazione russa. Yurii Bielousov, capo del Dipartimento di Guerra dell’Ufficio del Procuratore Generale ucraino, ha descritto un quadro raccapricciante: il corpo presentava abrasioni, lividi, una costola fratturata e possibili segni di scosse elettriche. “Le lesioni sono state inflitte mentre era in vita. È altamente probabile che sia stata torturata,” ha dichiarato.
Ancora più inquietante è la scoperta di un’autopsia eseguita in Russia, con organi interni mancanti, tra cui il cervello, i bulbi oculari e parte della trachea. Un patologo forense internazionale ha suggerito che la rimozione di questi organi potrebbe essere un tentativo di occultare la vera causa della morte, forse strangolamento o soffocamento. L’esame ucraino, tuttavia, non ha potuto stabilire la causa del decesso a causa della mummificazione del corpo.
La detenzione a Taganrog: fame e isolamento
Le informazioni emerse da Ukrainska Pravda gettano luce sulla detenzione di Roshchyna nel centro di pre-detenzione n. 2 di Taganrog, in Russia, dove fu trasferita all’inizio del 2024. Una ex detenuta, rilasciata a maggio, ha raccontato di aver visto personalmente la giornalista, descrivendo condizioni disumane: le prigioniere venivano nutrite con patate marce, e Roshchyna, a causa della malnutrizione, iniziò a perdere peso rapidamente. Le guardie, in seguito, la costrinsero a mangiare.
Il padre di Viktoriia, Volodymyr Roshchyn, ha riferito che ad agosto 2024 la figlia fu temporaneamente trasferita in ospedale per un’esaurimento fisico critico. Al ritorno a Taganrog, fu posta in isolamento. Un’ex detenuta ha notato che Roshchyna aveva un catetere al braccio e che l’amministrazione carceraria iniziò a prepararle pasti separati, chiedendo alle altre prigioniere quali cibi potesse tollerare. Sempre ad agosto, Volodymyr parlò con la figlia al telefono, su richiesta del Coordinamento ucraino per i Prigionieri di Guerra, per convincerla a interrompere uno sciopero della fame. “Le dissi: ‘Tesoro, devi mangiare, hanno promesso di liberarti’. Lei rispose: ‘Sì, sto mangiando, lo giuro’,” ha raccontato.

Un scambio mancato e un’accusa ambigua
Fonti dell’intelligence ucraina e tra i negoziatori russi hanno rivelato che Roshchyna sarebbe dovuta essere scambiata a settembre 2024. L’8 settembre, fu prelevata dalla sua cella per prepararla al rimpatrio, ma lo scambio non avvenne. Una testimone ha riferito di averla vista uscire con l’aiuto di un’altra detenuta: “Chiedemmo a una ragazza di aiutarla a scendere. Poi una guardia disse che la giornalista non era stata portata allo scambio. Aggiunse: ‘È stata colpa sua’.” Questa dichiarazione criptica solleva ulteriori interrogativi: cosa intendeva la guardia? Quali circostanze avrebbero impedito il rilascio di Roshchyna?
Un itinerario enigmatico e un buco temporale
La vicenda si complica considerando il contesto della scomparsa di Roshchyna. Il 25 luglio 2023, la giornalista lasciò l’Ucraina per la Polonia, con l’intenzione di raggiungere i territori occupati dell’Est ucraino passando per Lituania e Russia, un itinerario che appare quantomeno curioso. Perché scegliere un percorso così rischioso per arrivare a Zaporizhzhia? Inoltre, la giornalista era già stata arrestata dai russi, in precedenza. Dunque, era stata schedata per forza di cose. Nonostante ciò, viaggiava con la sua (vera) identità? Molto strano.
Roshchyna scomparve il 3 agosto 2023 nei territori occupati dove stava conducendo un’inchiesta. Tra quella data e il maggio 2024, quando la Russia ammise per la prima volta di averla detenuta, inviando una lettera al padre, c’è un buco temporale in cui non si sa cosa le sia accaduto.
Il Comitato Internazionale della Croce Rossa confermò la sua detenzione, ma dichiarò di non avere accesso a lei. Solo il 10 ottobre 2024, Petro Yatsenko, portavoce del Coordinamento per i Prigionieri di Guerra, annunciò la morte di Roshchyna in custodia. Il giorno successivo, il caso fu riclassificato come crimine di guerra e omicidio premeditato. Secondo Slidstvo.info, fu brutalmente torturata, con ferite da taglio e segni di elettrocuzione, e il personale della colonia penale la nascose durante le ispezioni.
Una voce coraggiosa, un’eredità viva
Viktoriia Roshchyna era una giornalista di straordinario coraggio. Come ha sottolineato la storica ucraina Marta Havryshko, “Viktoriia era molto impegnata. Ha realizzato inchieste sull’estrema destra in Ucraina”. Le sue indagini, spesso scomode, anche contro la stessa leadership ucraina e la componente più nazionalista, potrebbero averla resa un bersaglio. Poiché sapeva fare davvero bene il suo lavoro, aveva nemici dentro e fuori l’Ucraina.
Dubbi e silenzi
La storia di Roshchyna è un mosaico di orrori e misteri. L’itinerario improbabile, la rimozione degli organi, il fallito scambio di prigionieri e le ambigue dichiarazioni delle guardie alimentano sospetti su un possibile insabbiamento. Perché lo scambio non è avvenuto? Qual era la “colpa” di Viktoriia, secondo la guardia? E cosa è successo nei mesi in cui la sua sorte è rimasta avvolta nel silenzio?
La morte di Roshchyna è un monito sulla brutalità della guerra e sulle minacce alla libertà di stampa. Su ogni fronte, perché nessuno può lavarsi facilmente la coscienza: basti pensare al caso dimenticato di Gonzalo Lira, giornalista dalla doppia cittadinanza, statunitense e cilena, residente in Ucraina, morto il 12 gennaio scorso mentre era detenuto dalle autorità ucraine, sotto processo per “attività filo-russe”. Nessuno – almeno in Occidente – ama ricordarlo. Un crimine ne giustifica un altro? Certo che no.
Per amore della verità e del giornalismo, è doveroso onorare tutte le vittime e perseguire giustizia senza compromessi, respingendo con forza ogni strumentalizzazione politica che gli opportunisti sono pronti a cavalcare.
Abbonati e diventa uno di noi
Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

