Per etichettare gli eventi che hanno scosso la Russia nelle ultime 72 ore sono stati utilizzati due termini: golpe o ribellione/rivolta. In entrambi i casi, va da sé, tentativi avallati dal capo e fondatore del gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, l’ex “chef” di Vladimir Putin che questa volta ha davvero fatto, se non tremare, almeno preoccupare il suo vecchio amico.
Esiste però una terza chiave di lettura dei fatti – in realtà quarta, se consideriamo anche l’ipotesi del bluff organizzato a tavolino (maskirovka): quella della possibile faida, tutta interna alla Russia, tra gruppi di potere tra loro rivali e portatori di interessi opposti.
Le chiamano, forse frettolosamente e troppo mediaticamente, “gang“. Come se la Federazione russa fosse esclusivamente e in toto uno Stato semi feudale in mano a cerchie di uomini riuniti attorno a vari leader, o signori della guerra, pronti a sfruttare la debolezza del grande capo per soffiargli il posto di comando in vetta alla torre più alta del Cremlino.
Una visione del genere è forse riduttiva, nel senso che, quando parliamo di gang in seno alla Russia, non dobbiamo pensare ad una sorta di far west suddiviso in molteplici aree di influenza, ciascuna delle quali in mano ad una diversa banda. Al contrario, le gang che si sono recentemente scontrate all’ombra di Mosca, rischiando più volte di gettare il Paese nell’anarchia più totale, hanno la stessa funzione e ruolo dei famigerati “cerchi magici” che sostengono i vari leader nelle nazioni occidentali. L’unica, grande, enorme, sostanziale differenza è che le prime, le gang, parlano un’altra lingua. Non solo dal punto di vista dell’idioma, ma anche da quello fattuale.

Guerra tra gang?
I protagonisti della ribellione sono figli politici e militari di Putin ma provengono da due “famiglie” di potere diverse. Prigozhin è diventato ricco e potente grazie all’amicizia con il presidente russo. Ha creato un’organizzazione di mercenari che, sul fronte, accanto all’esercito russo, si è rivelata decisiva in Siria così come in Ucraina.
Ad un certo punto della cosiddetta operazione militare speciale in terra ucraina, il fondatore della Wagner ha iniziato ad attaccare la leadership militare del Cremlino, quando per il mancato invio di munizioni e armamenti necessari, quando per criticarne le decisioni strategiche. Putin pensava di stroncare sul nascere ogni possibile faida, mediante decreto presidenziale, incorporando i combattenti di Prigozhin nelle forze armate ufficiali.
Così non è stato, visto che, a quel punto, l’ex chef è giunto al limite della sopportazione entrando, con i suoi uomini, a Rostov sul Don. Per poi marciare su Mosca con obiettivi mai del tutto chiariti. Alla fine, grazie alla mediazione di Aleksandr Lukashenko, la tensione si è abbassata e la Wagner ha placato i suoi spiriti bollenti. Sono solo le vicende ucraine ad aver innescato la rivolta di Prigozhin? È possibile che, proprio partendo dai fatti militari, sia esplosa una guerra tra gang contrapposte (razborka).
Mosca contro San Pietroburgo
Per l’analista Velina Tchakarova quanto è andato in scena lo scorso week end non è stato un colpo di stato di Prigozhin. Dovremmo parlare, piuttosto, di “una guerra interna tra la banda di Putin di San Pietroburgo e la banda di Mosca di Gerasimov e Shoigu”.
Considerando che in Russia le prossime elezioni sono fissate il 17 marzo 2024, non è da escludere che gruppi di potere tra loro contrapposti abbiano pensato bene di regolare i conti segnando una specie di turbolento inizio di campagna elettorale. Per la Bbc, il cocktail tossico di gelosia, rivalità e ambizione che ha originato il quasi scontro tra Mosca e la Wagner avrebbe richiesto mesi, se non anni, di preparazione.
Sergej Shoigu e Valerij Gerasimov, rispettivamente ministro della Difesa e capo di Stato Maggiore, rientrano nell’establishment moscovita. Mentre Putin, pur a capo del Cremlino, proviene dalla cosiddetta cricca di San Pietroburgo, la stessa che riuscì a frenare le ambizioni di quella moscovita proprio grazie all’azione dell’attuale presidente russo.
In mezzo ai due fuochi troviamo Prigozhin che, nonostante il crescente potere accumulato negli anni, è sostanzialmente rimasto un estraneo ad entrambe. E, cosa ancor più rilevante, non ha mai trovato uno spazio di primo piano nella ristretta cerchia ristretta di consiglieri di Putin. Il capo della Wagner potrebbe aver perso la pazienza e aver pensato che fosse arrivato il momento di mescolare le carte in tavola.
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