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Il lupo perde il pelo ma non il vizio. La serie di gravissimi attentati che scuote ormai da anni il Pakistan ha registrato un ulteriore peggioramento con l’attacco al Gulshan-e-Iqbal Park di Lahore, la scorsa domenica di Pasqua. Charsadda, Mandan, Peshawar, sono solo alcune delle località che hanno visto il terrore negli ultimi anni.

In un quadro globale di crescita della galassia jihadista e delle sue azioni, viene da chiedersi perché proprio il Pakistan, paese permeato da un’interpretazione fortemente tradizionalista dell’Islam, sia fiaccato da così tanti e tanto gravi attentati. Questa nazione, sin dalla metà degli anni Settanta è stata caratterizzata da una duplice essenza che ne ha determinato tratti di schizofrenia. Se da un lato il Pakistan si è sempre di più avvicinato al mondo Occidentale mediante l’alleanza con gli Stati Uniti, come contraltare dell’indomabile Iran sciita, dall’altra, i vari governi parademocratici che si sono susseguiti hanno iniettato nel tessuto sociale forti dosi di islamismo, nel classico tentativo di fare della religione un instrumentum regni, per addomesticare le sacche di popolazione più riottose.

Per comprendere questa doppia dinamica è sufficiente guardare a cosa sia accaduto durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. La sperduta regione dell’Asia Centrale era diventata un simbolo. Gli Usa non avevano modo di intervenire, ma era necessario arginare la minaccia comunista che, sfruttando la difficoltà di un governo filorusso, aveva approfittato per mandare i propri carri armati sul suolo afghano. La sola possibilità era una guerra per procura. Lo storico del mondo islamico Gilles Kepel ha stimato nell’ordine dei 600 milioni di dollari annui la cifra che è stata devoluta dal Congresso per l’aiuto alla guerra contro i sovietici. Altri autori come Ahmed Rashid minimizzano il totale fino al solo miliardo di dollari durante tutto il conflitto. Il punto nevralgico non è tanto il quantum ma il cui.

Visti i molteplici esempi a noi contemporanei, non è difficile immaginare l’enorme massa di sfollati e profughi che segue un’invasione con bombardamenti annessi. Milioni di afghani avevano trovato rifugio nel vicino Pakistan durante tutta la durata del conflitto. Il regime instaurato dal generale Zia nel 1978 aveva utilizzato l’islamismo a tinte wahabite per rinforzare la propria posizione all’interno del paese. I campi profughi erano divenuti veri e propri campi di reclutamento per le varie fazioni, più o meno fondamentaliste, di mujaheddin per il jihad afghano.

Per anni il regime pakistano non solo aveva fatto da tramite per l’erogazione dei finanziamenti statunitensi e dell’Arabia Saudita, ma aveva contribuito fortemente alla dotazione e al sostentamento dei combattenti islamici. Abbattuto il nemico sovietico, troppo tardi ci si è resi conto del mostro che era stato utilizzato per sconfiggerlo.

A prescindere dalla veridicità o meno di alcune interpretazioni, che addirittura vedrebbero nella stessa Al-Qaeda un prodotto dei governi pakistano e statunitense, è opportuna una riflessione sul modus operandi seguìto. Il vizio che il lupo pakistano non perde è l’assurda concezione della possibilità di separare la dottrina islamista più radicale dall’azione che ad essa segue. Il pensare di poter utilizzare l’islam estremista per governare e trovare una giustificazione teocratica al proprio governo, senza dover incappare nelle drammatiche conseguenze del jihad. L’attuale premier Sharif parallelamente continua l’impegno militare contro il terrorismo e strizza l’occhio a Riyadh per spargere nel paese moschee e madrasa sunnite ultraortodosse.

La follia che emerge sembra essere sempre la stessa, la stessa che ha portato Pakistan e Usa a finanziare i mujaheddin in Afghanistan, la stessa che spinge gli USA ad appoggiare ribelli “moderati” in funzione anti-Assad: pensare che il jihad, fisico o metafisico, possa essere addomesticato per i propri scopi politici. Proprio la natura religiosa di questo istituto ne preclude un utilizzo mondano: ci sarà sempre un nemico dell’Islam. Scacciata l’URSS, il nemico sono divenuti gli USA. Sconfitti i comunisti, il nemico è il governo corrotto del Pakistan. O la minoranza cristiana.

Articolo di Michele Orlandi