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È reale uno scenario da terrorismo nucleare? Forse, ma non come è realmente percepito.

Belgio, agosto del 2014. Un addetto presso il reattore nucleare di Doel-4 apre una valvola e svuota il lubrificante da una turbina. Non si è verificato alcun problema al reattore, ma danni ambientali per oltre cento milioni di dollari. Quell’uomo si chiamava Ilyass Boughalab. Si scoprirà essere affiliato allo Stato islamico. Lo scorso novembre, poco dopo gli attacchi di Parigi, le autorità belghe hanno arrestato un uomo di nome Mohammed Bakkali. È stato trovato in possesso di alcuni filmati interni dell’impianto di ricerca nucleare belga SCK-CEN di Mol. Il 24 marzo scorso, infine, una guardia del National Radioactive Elements Institute di Fleurus è stata ritrovata morta. Le indagini avrebbero dimostrato l’assenza di collegamenti con il terrorismo.

Le prove fino ad oggi raccolte dimostrano che lo Stato islamico avrebbe l’intenzione di provocare un qualche disastro nucleare, magari provando a ricreare le stesse condizioni che determinarono la tragedia di Fukushima.

Ma per determinare volontariamente tali criticità sono necessarie particolari competenze oltre ad una serie di specifiche condizioni. Determinare volontariamente una fusione nucleare, ad esempio, non è una faccenda semplice. Ma siamo davvero sicuri che gli obiettivi dello Stato islamico siano i protetti siti nucleari del Paese?

La dissimulazione è alla base della tattica e sebbene in pochi stiano palesando tali prospettive, potremmo essere dinanzi ad un piano ben congegnato che non ha ancora mostrato il suo vero obiettivo. Perché il sito nucleare, per definizione, non è l’unica struttura che ospita il materiale radioattivo. In un recente rapporto della Nuclear Threat Initiative Bunn, si rileva che “il materiale necessario per realizzare una bomba sporca esiste in decine di migliaia di fonti radiologiche situate in più di 100 paesi nel mondo”.

In questo caso è la detonazione che disperde il materiale radioattivo: parliamo di una bomba nettamente inferiore come potenza rispetto ed una esplosione nucleare, ma con una ricaduta degli agenti coinvolti che possono raggiungere anche i dodici chilometri di altezza.

Se una bomba sporca dovesse esplodere in una capitale europea, per esempio, i danni sarebbero devastanti perché proprio la ricaduta del materiale (grazie anche ai venti) si estenderebbe oltre gli effetti dell’esplosione, soprattutto se si verificassero delle detonazioni superficiali ad alto rendimento.Ospedali, siti industriali, università, così come i siti nucleari sovietici, i centri di studio dei paesi in rivolta, rifiuti tossici abbandonati. I materiali radiologici sono disponibili in molti luoghi, alcuni dei quali con scarsissima sicurezza. Basti pensare che secondo il rapporto del James Martin Center for Nonproliferation, “tra il 2013 ed il 2014 ci sono stati 325 episodi di materiale radioattivo perduto, rubato o di cui si sono perse le tracce. Un esempio è il cesio-137. Un sottoprodotto della fissione che viene comunemente utilizzato nella radioterapia”.

Una bomba sporca con poche libbre di uranio-235 sarebbe capace di far propagare un fall-out devastante, contaminando vaste aree di una metropoli. È, invece, opinione comune ritenere remota le possibilità che i terroristi possano ottenere uranio altamente arricchito in quantità tali da realizzare una bomba nucleare.Un recente rapporto del Belfer Center per conto dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dimostra che “tra il 1993 ed il 2014 sono stati accertati 13 episodi che riguardavano l’illegale possesso, vendita o trasporto di uranio altamente arricchito. Quantità non sufficiente per costruire una bomba nucleare, ma vi è comunque una domanda per tale materiale”. Ad oggi è impossibile stabilire la reale portata del mercato nucleare illecito.