Mentre erano in corso le trattative per porre fine alla guerra, gli Usa hanno avvertito il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, alla guida del team negoziale, che Israele voleva ucciderli.
Non una minaccia aleatoria, come annota il New York Times, che ricorda come la delegazione iraniana fu scortata da jet pakistani a Islamabad – dove si sono incontrati con gli americani – e che al ritorno due caccia israeliani erano penetrati nello spazio aereo iraniano per abbattere il velivolo su cui viaggiava Ghalibaf, fuggito alla caccia con un atterraggio di emergenza (vicenda confermata da Mahdi Mohammadi, il più importante consigliere di Ghalibaf).
Storie di ordinaria follia omicida delle autorità israeliane e che si inserisce nel solco di una direttrice politica consolidata che prevede l’eliminazione degli antagonisti moderati per favorire l’emersione di figure più intransigenti che Tel Aviv può brandire come minaccia, legittimando così le sue ambizioni belliche-espansioniste come necessarie alla sicurezza.
Chi segue le vicende mediorientali da tempo sa di cosa parliamo, ma più di recente lo si è potuto riscontrare nel corso del genocidio di Gaza. Quando ancora era viva la possibilità di un accordo di pace in cambio della liberazione degli ostaggi, Tel Aviv uccise il capo politico di Hamas, il moderato Ismail Haniyeh, così che l’intransigente Yahya Sinwar, allora a capo della sola Gaza, divenne il dominus assoluto del movimento islamico.
Sul punto va dato il giusto peso al fatto che Sinwar non avvertì la dirigenza di Hamas in esilio, guidata da Haniyeh, dell’aggressione del 7 ottobre, nel timore di essere fermato (vedi Ehud Yaari e Matthew Levitt sul sito del Washington Institute).
La politica israeliana volta alla creazione del nemico perfetto, che permette a Tel Aviv di presentarsi come vittima di irriducibili ostilità altrui, si è rivelata anche nel recente conflitto iraniano, con la manovra per intronizzare a Teheran il più acerrimo nemico di Israele, Mahamoud Ahmadinejad, grazie al regime-change che si sarebbe dovuto innescare con l’aggressione israelo-americana.
Politica che è poi proseguita nel corso della guerra quando Trump, fallito il regime-change, iniziò a cercare un modo per negoziare per porre fine al conflitto. Per chiudere tale possibilità Israele assassinò Alì Larijani.
Lo ricorda il Washington Post in un articolo dedicato al tentativo israeliano di uccidere Araghchi e Ghalibaf nel quale, ripercorrendo le divergenze tra Trump e Netanyahu, riferisce quanto rivelato da un funzionario: “Il punto di svolta non è stato l’assassinio della Guida Suprema, ma l’assassinio di Larijani [capo del Consiglio per la sicurezza nazionale ndr.]. Gli Stati Uniti stavano cercando un funzionario iraniano con cui trattare e all’improvviso lui non c’era più”.
Larijiani, infatti, era la figura più qualificata per tale scopo. Nel ricordare l’assassinio del politico iraniano, il Wp rammenta il disappunto espresso alcuni giorni dopo da Trump: “Sapete, è un po’ difficile. Hanno sterminato tutti. Non voglio che vengano uccisi”.
Interessante e non casuale la tempistica della rivelazione su Araghchi e Ghalibaf, volta a cercare di rassicurare i (giustamente) diffidenti iraniani sulle buone intenzioni di Trump, sventando il tentativo di intorbidire le acque di cui si è fatto carico il bellicista Wall Street Journal attraverso un articolo nel quale si adombrava l’idea che Trump volesse riprendere la guerra su larga scala (così lo hanno interpretato più o meno tutti grazie alla manipolazione dei fatti operata dal WSJ, nonostante il fatto che, a leggere con attenzione l’articolo, raccontasse l’esatto contrario).
La divergenza Trump – Netanyahu non è nuova. Nonostante tutti i suoi difetti, e nonostante la connivenza col genocidio di Gaza, Trump non è consegnato alla religione delle guerre eterne – che ha nel premier israeliano uno dei più autorevoli vati – come si è visto anche durante la presidenza pregressa nei vari scontri con il Consigliere per la Sicurezza nazionale, il falco John Bolton.
Una divergenza che si dipana nell’agone internazionale, ma che abita il cuore dell’Impero dove da tempo si consuma uno scontro segreto tra gli adepti della religione di cui sopra, alleati di Netanyahu, e i realisti.
Una dialettica accesa, senza esclusione di colpi, che all’interno dell’amministrazione Trump ha nello scontro tra il vicepresidente J.D. Vance e il Capo del Dipartimento di Stato Marco Rubio il suo aspetto più visibile (la dialettica tra i due, mai deflagrata pubblicamente perché inopportuna per entrambi gli schieramenti, è, appunto, solo la punta dell’iceberg di uno scontro di potere ben più ampio).
Trump propende per Vance, ma non può andare allo scontro aperto con Rubio e i neocon che questi rappresenta, né può opporre resistenza alle pressioni di cui il Capo del Dipartimento di Stato si fa latore quando il potere che rappresenta ha il sopravvento sugli antagonisti interni. Da cui un gioco di equilibrismo e le tante contraddizioni, verbali e non, della presidenza Trump.
Se non si tiene conto di questa dialettica interna all’Impero non si comprende la politica estera americana, dove tale diatriba è più accesa, né parte della politica interna, soprattutto quella che s’interseca con la geopolitica (spese per la Difesa etc).
Quanto ai rischi di andare allo scontro con certo potere, basta leggere un articolo del Jerusalem Post sulle conclusioni di un’inchiesta governativa sull’attentato subito da Trump a Butler.
Prima dell’attentato, la polizia locale aveva ricevuto oltre cento telefonate sulla presenza di una persona sospetta, poi individuata ufficialmente come l’attentatore, e sul fatto che c’erano tetti non vigilati dai quali si poteva sparare. Allarmi non rigirati alla Sicurezza del candidato alla presidenza perché non c’era un’interfaccia tra questa e la polizia locale (che, peraltro, nulla ha fatto).
Inoltre, la persona identificata come l’attentatore aveva fatto volare un drone sull’area interessata per “quasi nove minuti”, ma il sistema anti-drone era fuori servizio e l’operatore addetto (uno solo, peraltro un novellino non addestrato) si è trovato alle prese con un guasto… inutile ironizzare, è già ironico così.