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Rifugiato ormai in un fazzoletto di terra, l’Isis è passato dall’essere un’organizzazione di insorti, con un ampio territorio su cui governare e roccaforti fisse, a una rete terroristica clandestina, diffusa nella regione e nel mondo.

Le continue battaglie con le Forze democratiche siriane (Sdf) e i loro alleati occidentali hanno decimato i combattenti dello Stato islamico.

Con le perdite subite negli ultimi anni, che hanno portato alla sua sconfitta definitiva a livello territoriale, lo Stato islamico si è visto costretto a cambi di strategia e persino a modifiche nella struttura interna dell’organizzazione.

La conseguenza – inaspettata per un’organizzazione come l’Isis, con una rigida gerarchia di genere – è stata l’impiego delle donne in ruoli operativi e di spionaggio.

Dall’educazione dei jihadisti agli attacchi suicidi

Da circa un anno e mezzo – a partire cioè dalla battaglia per la liberazione di Mosul (ottobre 2016) – l’organizzazione ha iniziato a rivolgersi alle donne, spingendole a ricoprire ruoli militari attivi nel conflitto.

Un’innovazione radicale, rispetto agli anni in cui il califfato godeva di una certa stabilità e alle donne veniva richiesto “solo” di crescere la nuova generazione di jihadisti, secondo i principi dell’Islam radicale.

L’unica eccezione era rappresentata da una brigata completamente femminile, con il compito di  monitorare il comportamento delle donne dello Stato Islamico, in modo che fosse sempre in linea con le norme religiose e morali professate dall’Isis.

E’ la battaglia di Mosul a segnare un nuovo spartiacque: le donne vengono direttamente impiegate sul campo di battaglia, e persino incaricate di condurre attacchi suicidi.

Sulla via di Allah

Un cambiamento simile – probabilmente dovuto alla mancanza di combattenti uomini -, è stato motivato dall’Isis attraverso una campagna di propaganda inneggiante a “una nuova era di conquista” e giustificato attraverso l’esempio delle donne combattenti che avrebbero fatto parte dei compagni del profeta Maometto.

Nel febbraio 2018, l’Isis ha diffuso un video di elogio delle donne combattenti. Mostrando donne con il burqa che brandiscono kalashnikov contro i nemici, la voce narrante le invita a dirigersi “verso il loro Signore con abiti di purezza e fede, cercando vendetta per la loro religione e per l’onore delle loro sorelle, imprigionate dai curdi apostati”.

Già nell’ottobre 2017, il giornale dell’organizzazione aveva invitato le donne a prepararsi alla battaglia, definendolo “un dovere”. “Oggi” – si leggeva – “nel contesto della guerra contro lo Stato islamico, si è reso necessario che le musulmane adempiano ai loro doveri su tutti i fronti […], preparandosi a difendere la loro religione con il sacrificio nel nome di Allah”.

Qualche mese prima, nel luglio 2017,  in un articolo intitolato “Our Journey to Allah” – pubblicato sul numero 11 della rivista online dell’Isis, Rumiyah –  l’autrice si rivolgeva direttamente alle donne: “Mie amate sorelle, i nostri compiti e le nostre responsabilità non sono finite, anzi sono aumentate”. Per cui, aggiungeva, “è giunto il momento di esaminare i nostri doveri e i nostri ruoli, di dare la priorità alle nostre preoccupazioni per l’Aldilà e non per l’Aldiquà”.

Le ragioni di una militanza

Fino a un paio di anni fa la presenza di donne combattenti era un fenomeno sporadico. Oggi le “mogli dell’Isis” hanno ormai uno status consolidato nella lotta jihadista.

Sono vari i motivi che spingono le donne a spendersi attivamente per l’organizzazione terroristica. Molte di loro si sono unite all’Isis per profonda convinzione, rivelandosi, in certi casi, anche più radicali dei mariti.

Altre si sono mobilitate per vendetta, necessità, a volte entrambe. Ad esempio, la battaglia per la liberazione di Mosul ha scatenato la furia delle forze di sicurezza irachene, che in alcuni casi hanno violentato e maltrattato le donne dell’Isis, oltre ad averne saccheggiato le case.

Molte vedove dell’Isis vorrebbero ripristinare le istituzioni del Califfato; altre, invece, senza stipendio e vivendo in condizioni limite all’interno dei campi profughi, vedono la militanza attiva come l’unica possibilità per mantenere la propria famiglia.

Le donne sono il futuro dell’Isis?

Quando ancora lo Stato islamico controllava il territorio del califfato, aveva un esercito ben strutturato, con uniformi ben riconoscibili. Ora la segretezza è diventata una priorità per l’organizzazione. In questo frangente, le donne potrebbero rivelarsi un’arma fondamentale.

Stando a uno studio della ricercatrice di Harvard, Vera Mironova, questo nuovo movimento di donne terroriste potrebbe rivelarsi più pericoloso di una vera e propria insurrezione militare.

Spesso, comportamenti considerati sospetti negli uomini, sono tollerati nelle donne o, addirittura, visti come normali. Ad esempio, donne che in Iraq camminano tra i detriti delle città trasportando acqua e cibo non destano l’attenzione delle forze di sicurezza. Tuttavia, le provviste potrebbero essere consegnate ai combattenti nascosti, altrimenti costretti a uscire allo scoperto.

Inoltre, le forze di sicurezza irachene non sono preparate ad affrontare la nuova minaccia. Le donne che fanno parte della polizia irachena, ad esempio, non svolgono ruoli operativi. D’altro canto, i soldati iracheni, evitano il contatto fisico con le donne,  rendendo complesso verificare se stiano trasportando armi o esplosivo.

Adesso, le forze irachene si stanno attrezzando per porre rimedio a questa carenza operativa. Il sindaco di Mosul, Zuhair Al-Araji, si è detto comunque preoccupato che il tempismo non sia sufficientemente veloce per arginare la minaccia terroristica rappresentata dalle donne dell’Isis.

C’è di più. Alcune mogli dell’Isis che chiedono di tornare in Occidente potrebbero non aver svolto soltanto il ruolo di madri o spose nel califfato, e rappresentare quindi una minaccia per la sicurezza nei Paesi di origine.