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I meno giovani ricorderanno quando, nel 2002-2003, l’Unione europea creò la Convenzione sul Futuro dell’Europa, presieduta da Valéry Giscard d’Estaing, che tra doveva redigere un progetto di Costituzione dell’Unione Europea. Durante i lavori della Convenzione, numerosi gruppi cattolici, associazioni e anche alcuni governi (soprattutto Italia, Polonia, Spagna e Irlanda) proposero di inserire nel preambolo un riferimento esplicito all’eredità cristiana dell’Europa, o più genericamente alle “radici giudaico-cristiane”. Anche Giovanni Paolo II intervenne più volte pubblicamente a favore dell’inserimento di un riferimento alle radici cristiane. Risultato: la proposta venne respinta per l’opposizione di diversi governi (Francia, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Finlandia). La motivazione principale fu la laicità dello Stato e la neutralità religiosa dell’UE, per evitare discriminazioni verso le minoranze religiose e i cittadini non cristiani.

Più di vent’anni dopo l’esito del dibattito sarebbe più o meno lo stesso, anche se nel frattempo le motivazioni dei sostenitori delle “radici cristiane” non si sono affatto indebolite. Caso mai il contrario. Ci sono paesi, infatti, nei quali la situazione interna presenta tantissime ragioni di preoccupazione per una crisi che investe la coesione sociale, il senso di appartenenza ad una comunità che si fonda su principi e valori condivisi, fino a mettere in discussione la stessa tenuta democratica. Si tratta per lo più di quelle nazioni che hanno conosciuto per prime fenomeni di immigrazione di massa, prevalentemente da paesi islamici o con forte prevalenza islamica. La Francia è in cima alla lista. E non a caso è lì che il dibattito sul tramonto dell’eredità cristiana si è sviluppato con maggior vigore, con una nutrita schiera di intellettuali impegnati sul fronte “identitario”.

Vi sono personalità come il famoso romanziere Michel Houellebecq, il quale non è propriamente un teorico delle “radici cristiane”, ma i cui romanzi (es. Sottomissione) denunciano la vacuità spirituale dell’Occidente secolarizzato, spesso evocando la perdita delle fondamenta religiose europee. Vi sono i cosiddetti “neo-reazionari”, come Chantal Delsol e Michel Onfray (da una prospettiva atea ma anti-islamica) e, almeno per certi aspetti, Alain Finkielkraut, membro dell’Académie Française, la cui evoluzione da intellettuale di sinistra a critico del multiculturalismo e difensore dell’identità culturale europea lo ha reso una figura centrale in questo dibattito.

Vi sono poi gli Héritiers (gli Eredi), convinti di essere gli eredi di una civiltà, di una storia e di un patrimonio culturale e morale di matrice cristiana, che ritengono vada preservato e trasmesso, indipendentemente dalla fede personale. Tra costoro Il filosofo Régis Debray, ateo, che parla del “fare di Dio un’eredità culturale”.
Poi vi sono i “laicisti di destra”. Questo termine paradossale descrive coloro che, pur difendendo una rigida laicità (laïcité) dello stato, lo fanno non per promuovere il progressismo, ma per proteggere l’identità culturale e storica francese, che vedono minacciata dall’islam politico. Per loro, il Cristianesimo è il fondamento storico della cultura da difendere, anche se non necessariamente una verità dogmatica da professare. Tra questi Éric Zemmour, che è forse la personalità più rappresentativa della galassia identitaria.

Nelle sue opere, come nei suoi innumerevoli articoli e interviste, Zemmour tenta di rispondere ad una domanda fondamentale: che cosa resta della Francia se le si toglie la sua matrice cristiana? La risposta che lui propone – e che solleva tanto polemiche quanto consensi – è semplice quanto radicale: non resta la Francia. Resta uno spazio geografico, forse un insieme amministrativo, un luogo ancora ricco di storia ma privo di anima. E un paese senza anima, si sa, può sopravvivere qualche decennio, ma non può durare nei secoli. Ciò che forse rende il messaggio di Zemmour più sorprendente è che proviene da un ebreo francese di origine algerina, un uomo che si è immerso così profondamente nella civiltà cristiana da difenderla con più passione della maggior parte dei cattolici francesi.
Una risposta analoga alla domanda sulla Francia, secondo lo schema di ragionamento suggerito da Zemmour, vale ovviamente anche per l’Europa, che farebbe bene a prenderne nota.

Vale la pena di riassumere a grandi linee la tesi del pensatore francese. Diciamo subito che essa non è una nostalgia clericale né un’esortazione a “tornare in chiesa”. Al contrario, Zemmour – e con lui molti altri intellettuali – non fa appello alla religione come dogma, bensì come matrice culturale, come linguaggio originario attraverso il quale la Francia ha imparato a raccontarsi. Per capirne il senso, occorre liberarsi dalla superficialità con cui troppo spesso si affrontano questioni identitarie e ammettere che le nazioni non sono costruzioni puramente politiche: sono organismi storici.

La Francia è nata cristiana, non per caso ma per scelta

Ogni civiltà ha un nucleo fondativo: per l’Europa occidentale, quel nucleo è il cristianesimo. Non perché sia stato imposto in tempi antichi o perché sia tuttora praticato dalla maggioranza – oggi non lo è – ma perché ha modellato istituzioni, mentalità, arte, diritto, persino la geografia urbana. Le nostre cattedrali, i nostri codici, il nostro calendario, la nostra lingua politica e morale portano impressi i segni di una visione del mondo plasmata dalla Chiesa.

Dire che “la Francia senza il cristianesimo non è più la Francia” significa riconoscere che l’identità nazionale non è un vestito intercambiabile. La Francia non è semplicemente un territorio compreso tra l’Atlantico e le Alpi, né una formula giuridica. È una continuità storica, una narrazione condivisa, una memoria incarnata in pietra e istituzioni. E quella continuità si chiama cristianesimo.
I re di Francia furono consacrati a Reims; la costruzione dello Stato moderno passò attraverso l’opera di clero, giuristi e monaci; i comuni, l’università, l’ospedale, la carità organizzata, tutto ciò che oggi consideriamo “pubblico” o “sociale” ha radice nell’esperienza cristiana.

Anche la laicità francese – progetto in apparenza opposto – è figlia del cristianesimo: nasce proprio come risposta interna a una società che aveva già introiettato un codice morale e simbolico cristiano.
La crisi contemporanea: un vuoto che non si può riempire con l’amministrazione
Il problema che Zemmour mette in evidenza non è religioso, ma culturale. Il declino del cristianesimo come pratica spirituale non è di per sé un dramma: le società cambiano. Il dramma è il vuoto culturale che questo declino ha lasciato e che oggi nessuna istituzione laica è riuscita a colmare. Lo Stato amministrativo non può sostituire una tradizione millenaria che ha formato i sentimenti e i criteri morali di un popolo.

La Francia contemporanea vive una crisi identitaria più profonda di quanto spesso si ammetta: secolarizzazione accelerata, individualismo, perdita di riferimenti, disgregazione comunitaria. A questa fragilità si somma una trasformazione demografica che, in sé, non sarebbe problematica, ma che diventa esplosiva quando l’identità culturale della nazione è indebolita. Una società che non sa più chi è non può integrare chi arriva: non ha nulla da offrire se non procedure.
Zemmour vede in questa combinazione – decristianizzazione interna e islamizzazione crescente di alcuni quartieri e città – una minaccia alla continuità culturale del paese. Non perché l’islam sia “incompatibile” in sé, ma perché nessuna società multietnica e multireligiosa può reggere senza un principio unificante comune. Gli Stati Uniti lo hanno (la Costituzione e un patriottismo civico fortissimo). La Francia lo aveva: le sue radici cristiane. Ora rischia di non averne più.

Radici non significa religione di Stato, ma coscienza di sé

Chi fraintende la tesi di Zemmour immagina un ritorno alla teocrazia o all’Ancien Régime. Nulla di più fuorviante. Difendere il cristianesimo come matrice fondativa non significa voler imporre la fede; significa riconoscere che una nazione ha bisogno di un orizzonte simbolico comune, un codice morale e culturale che precede la politica e la rende possibile.

Il cristianesimo francese – con la sua sintesi di universalismo, ragione, dignità della persona e tensione verso il trascendente – ha svolto per secoli questo ruolo. Anche i non credenti, anche i rivoluzionari più anticlericali, hanno pensato e scritto in un linguaggio impregnato di categorie cristiane. Voltaire denunciava la Chiesa usando concetti cristiani; Rousseau immaginava la società civile come una comunità morale nata da una promessa reciproca che ha l’eco della teologia cristiana.

Dimenticare queste radici non è “modernità”, è smarrimento storico.
Perché il cristianesimo è ancora l’unica base possibile per l’unità francese
In un’epoca di pluralismo religioso e culturale, la Francia non può né tornare a un passato idealizzato né vivere nel relativismo assoluto. Serve un principio identitario stabile, non negoziabile, condiviso. Quale può essere? La risposta più realistica – e storicamente fondata – è quella di Zemmour: il cristianesimo come cultura, non come dogma.
Cultura cristiana significa:

  • un’idea della dignità umana che ha plasmato il diritto europeo;
  • un concetto di libertà radicato nella responsabilità individuale;
  • un senso della comunità come corpo sociale;
  • una visione del tempo lineare, del progresso morale, della storia come compito;
  • una grammatica simbolica che ha generato arte, architettura, musica, letteratura.
  • Senza questo humus, la Francia rischia di diventare un mosaico di identità slegate, incapaci di dialogare. Le democrazie non possono reggersi solo su procedure: hanno bisogno di un ethos. Conclusione: per salvare la Francia bisogna riscoprire ciò che l’ha creata
  • La tesi di Zemmour non è un invito alla conversione religiosa, ma un appello alla memoria. Per ritrovare la propria unità, la Francia deve riconoscere ciò che l’ha fatta grande: le sue radici cristiane. Non si tratta di nostalgia, ma di realismo storico. Le nazioni che dimenticano le proprie origini si dissolvono. Quelle che le riconoscono, senza fanatismi e senza complessi, hanno ancora qualcosa da dire al mondo. Forse la Francia e l’intera Europa sono davvero a un bivio. Ma non è un bivio politico: è un bivio spirituale e culturale. Da una parte c’è il vuoto; dall’altra c’è la storia. E scegliere la propria storia, oggi, sarebbe già un atto di rinascita.

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