Quattro anni fa Zhina Mahsa Amini, 22 anni, moriva sotto la custodia della polizia morale iraniana. Era stata fermata a Teheran perché l’hijab non le copriva bene i capelli. Tre giorni dopo era in coma, poi morta.
Da allora il suo nome è diventato il simbolo di chiunque, in Iran, dica no.
Mahsa era una donna in un sistema che esercita il potere sui corpi femminili. Ed era curda, parte di una comunità discriminata da decenni. Nella sua storia si incrociano oppressione di genere, discriminazione etnica e repressione del dissenso. Da qui è nato “Donna, Vita, Libertà”, un movimento che non chiede solo giustizia per lei ma uguaglianza e dignità per tutti.
Il prezzo più alto lo hanno pagato le minoranze. Secondo Iran Human Rights e Hengaw, nella prima ondata di proteste del 2022 quasi la metà dei manifestanti uccisi in strada viveva nelle regioni a maggioranza curda e balucia.
In questi quattro anni la risposta del regime è stata sparizioni forzate, torture, violenze sessuali nelle carceri.
Nel 2025 Nessuno Tocchi Caino ha registrato 2.156 esecuzioni. Nel 2026 siamo già a 562 secondo Iran Human Rights, e 19 riguardano donne. Dall’inizio dell’anno almeno 26 persone sono state impiccate con accuse legate direttamente alle proteste. I processi si celebrano nei tribunali rivoluzionari, senza garanzie, sulla base di confessioni estorte con la tortura, per reati vaghi come “inimicizia contro Dio” o “corruzione sulla terra”.
Fermare l’escalation militare innescata da Israele e Stati Uniti è la precondizione perché possano riprendersi i propri diritti. Garantire che accada dovrebbe essere un dovere della comunità internazionale.