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Religioni

Cristiani senza diritti

SATKHIRA – Dopo i lunghi controlli all’ufficio visti riusciamo a uscire dall’aeroporto. L’aria è irrespirabile e i rumori sono fortissimi. Una marea di persone sosta nelle vicinanze. Alcune gridano, altre sono intente a caricare le valige dei viaggiatori. In sottofondo si sentono con insistenza i clacson delle auto e dei motorini. Siamo appena atterrati a Dacca, la capitale del Bangladesh, ancora sconvolta dall’assalto al ristorante nel quartiere diplomatico avvenuto lo scorso luglio, quando un commando di jihadisti ha brutalmente ucciso 23 persone, compresi 9 nostri connazionali. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese

Terrorismo

L’ospedale della disperazione

Nel bacino del Lago Ciad si sta consumando il disastro umanitario più complesso dei nostri giorni. Desertificazione, instabilità economica e terrorismo di Boko Haram hanno fatto di quest'area una delle regioni più martoriate del pianeta. Il reportage dall'interno dell'ospedale regionale di Bol, l'unico ospedale di tutta la regione del Lago Ciad, dove lavorano soltanto due medici, costretti a far fronte a una pluralità di patologie. I pazienti ricoverati sono centinaia. 

Terrorismo

Vivere con la paura

SATKHIRA – “Dopo l’attentato dello scorso luglio a Dacca è cambiato tutto, abbiamo molta paura”. Siamoall’interno dell’orfanotrofio dei Padri Saveriani e a parlarci è Melecio Cuevas, giovane missionario messicano arrivato in Bangladesh da nove anni. “Ad agosto un gruppo di persone è entrato nella nostra chiesa e ha messo all’aria tutto”. In quei giorni la tensione è altissima. Le immagini dell’assalto all’Holey Artisan Bakery, nella zona diplomatica della capitale del Paese, sono impresse nelle menti di tutti. Soprattutto in quelle di chi viene considerato “infedele” dai feroci terroristi. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese

Migration

500 euros to get to Europe

We tried, but it didn't go well. The story of Samir, Lutfi and Omar is one of three economic migrants, of three young Algerians that through different routes have infiltrated themselves among refugees in order to get to Europe, among those who have escaped wars and bombing, from thirst and the dead, to the desperate search for a future that continues to slip out of their hands. They live in an old silos that is just ten meters squared. The roof has holes in it, eroded by the rust that floats in the air and gets everywhere. They escaped difficult living conditions in the South of Algeria: the motive therefore was not war, but social rebirth. Now what the call "home" is a rancid storage tower on the outskirts of town, where they live like squatters without running-water and electricity in the No Border Social Centre of Mytilene. In a compound of a ruined building blocks and old abandoned factories live around two-hundred squatters entrenched in arranged accommodation and in make-shift tents, these migrants and refugees escaped from refugee camps in the north of the island of Egeo.

Migration

Greece, the conditions of the refugees

Mytilene. On the island of Lesbo, the hotspot "Moria" located around ten kilometers north of Mytilene. The agreement for the control of refugees that was signed in March 2016 between Europe and Turkey transformed it into a center of detention under military custody, in the "Guatanamo of Lesbo" as exposed by the recent media debate on the subject. Today, the same media have access to the structure.

Religioni

L’Islam che non si arrende

Nel bacino del lago Ciad, dal 2014, è presente il gruppo estremista Boko Haram. La popolazione sta conducendo una lotta quotidiana contro il terrorismo. L'affermazione della cultura e delle tradizioni locali è uno degli strumenti impiegati dalla gente per non soccombere al totalitarismo jihadista. Il reportage da Bol, durante la festa della comunità che, per prima, aderì alla setta di Boko Haram e che adesso, facendo conoscere alla gente la sua cultura, sta cercando di uscire dalla stigmatizzazione e sta cercando di dimostrare che un altro Islam non integralista è possibile.

Terrorismo

Il luogo del massacro

DACCA – “Mi dispiace molto per quello che è successo, non so come sia stato possibile”. Sadat Mehdi, il proprietario dell’Holey Artisan Bakery a Gulshan, la zona diplomatica della capitale del Bangladesh, è provato. Le indagini della polizia sono state appena chiuse e le autorità gli hanno riconsegnato le chiavi del ristorante. Siamo i primi giornalisti occidentali ad entrare nel luogo del massacro. Per ragioni di sicurezza, però, non possiamo fare riprese. Le forze dell’ordine stazionano fuori dal cancello che chiude l’accesso. Dopo qualche controllo arriva l’ok. “Potete andare”, dice il capo della polizia in servizio nella zona. “Ma non dovete assolutamente riprendere nulla, né foto né video”. Reportage di Gabriele Orlini e Fabio Polese

Religioni

L’azione silenziosa dei cristiani tra i rifugiati siriani

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile.

Migrazioni

Il dramma dei siriani nei campi in Libano

Prima che tra gli alberi iniziassero a sorgere le strutture tirate su con legno e coperte da teloni di plastica, c’era un giardino rigoglioso. La vicinanza con campi coltivati, soprattutto a frutta, tabacco o ulivi, lo ha reso strategico. Non per l’agricoltura però. Ma per ospitare chi in quei campi ha trovato un lavoro illegale, sfruttato e pagato così poco da non potersi permettere alcuno spostamento dalla zona. E così, chi ha potuto ha concesso ai profughi in fuga dalla guerra in Siria la possibilità di rimanere sulla propria terra. Ovviamente pagando. Aanut, Joun, Koblias. Sono centinaia i piccoli campi in Libano che le autorità definiscono “Informal tent settlement”, numerosi soprattutto nella valle della Bekaa e Monte Libano. Accampamenti sono sorti in case abbandonate, vicino a piccole fabbriche e nei dintorni dei villaggi. Dovunque è stato possibile. Reportage di Marco Negri e Luigi Spera

Migration

Life Jackets EPISODE 1

"For two years now, here in Chios, we have slept with the door open. Nothing ever happened, because we know everyone. Today however almost everybody has alarm systems or insurance on their house: we're afraid of what we can't see and what we can't control. In the few months we have suffered violations and theft from refugees who aren't escaping any war. The island of Chios used to be a beautiful place to live or spend a holiday. But not anymore. This cruel game between Turkey and Europe has transformed our island into a filtering system for migrants and refugees." This is not the voice of a mayor, an assessor or a politician: these words are from ordinary people, the couple Nanà and Giorgios Agios who live in the Old Town of Chios. Report by Luigi Avantaggiato and Benedetto Sanfilippo

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