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Nazionalismi

Il sogno di un Nagorno Karabakh indipendente

'' Benvenuto nell'Artsakh'' è con queste parole e una ferma stretta di mano che il presidente della Repubblica del Nagorno Karabakh, Bako Sahakyan, accoglie nel suo ufficio all'ultimo piano del Palazzo presidenziale. Sulla parete campeggia lo stemma con impressa l'aquila e il Menq enq mer sarerè, il monumento che raffigura le genti del Nagorno Karabakh, il Presidente fa accomodare al tavolo delle riunioni, spegne una sigaretta Ararat e poi esordisce dicendo: ''Sono a vostra disposizione per qualsiasi domanda in merito al Nagorno Karabakh. Siamo un Paese che non è riconosciuto ma che conosce la democrazia e per questo i giornalisti sono i benvenuti''. Reportage di Daniele Bellocchio. Montaggio di Giulia Bonaudi

Nazionalismi

Nagorno Karabakh, la guerra scongelata

La storia della terra caucasica é quella di un conflitto tra l'Armenia democratica e cristiana e l'Azerbaijan regime nelle mani della famiglia Aliyev dal '69 e di fede islamica. La regione, con un' ampia maggioranza di popolazione armena, era stata assegnata da Stalin all'Azerbaijan per creare una roccaforte della rivoluzione socialista nelle terre musulmane dell'impero sovietico. Coesistenza pacifica fino al 1988 tra le genti del Nagorno Karabakh, poi la popolazione incominciò a chiedere indipendenza e l'annessione con la Repubblica Armena. Baku da un lato a difendere il suo territorio, Yerevan dall'altro a sostenere il suo popolo, ed ecco che scoppiò la guerra che vide i volontari armeni trionfare contro le truppe azere nel 1994. Il bilancio finale fu di oltre 30mila morti, un accordo di pace mai siglato e un cessate il fuoco mai rispettato. Vent'anni dopo infatti nelle trincee e nei camminamenti tra Azerbaijan e Nagorno Karabakh ancora insiste il conflitto, e la ripresa più dura delle violenza dal '94 ad oggi si è verificata proprio il 4 aprile 2016 con un'invasione azera a cui hanno fatto seguito quattro giorni di scontri, un'allerta che perdura ancor oggi e il timore tangibile che col domani, una concreta guerra, possa ritornare a infiammare la terra caucasica. Reportage di Daniele Bellocchio. Montaggio di Giulia Bonaudi

Politica

Tutte le star deluse da Hillary

La campagna per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti ha visto un enorme sforzo economico e mediatico da parte dei due contendenti. Hillary Clinton e Donald Trump per far presa su una parte dell’elettorato, per così dire, più “pop”, hanno potuto contare anche sull’appoggio di un esercito di celebrità che si sono schierate più o meno attivamente per l’una e l’altro. Se volessimo utilizzare l’appoggio delle star come termometro del gradimento dei due candidati, la vittoria sarebbe stata di Hillary Clinton, e sarebbe stata schiacciante. Per lei, cantanti, musicisti, attori, registi, scrittori, presentatori, statunitensi ma non solo, si sono esposti con appelli e dichiarazioni in tv e sui social network ai propri fan affinché andassero a votare per quella che sarebbe potuta diventare la prima donna presidente degli Stati Uniti. Contare tutti i vip a favore di Hillary Clinton è davvero difficile e si farebbe prima a contare i pochi che hanno appoggiato Donald Trump.

Terrorismo

2016: inferno Nigeria

a luce del sole nigeriano è abbacinante, trafigge lo sguardo e rende i colori di Maiduguri vacui e indistinti. Il cielo è bianco, la polvere delle strade pure. E in questo luogo di bagliori inclementi che tutto travolgono, che costringono gli occhi a socchiudersi in due piccole fessure, ecco che le uniche ombre che si scorgono sono quelle delle donne che camminano per strada, reggendo in braccio, o tenendo legati sulla schiena, piccoli corpi. Capannelli di madri, avvolte in hijab o in variopinti abiti kanuri, che si dirigono tutte nella stessa direzione, nel quartiere di Gwange. Marciano senza neanche lasciare orme nella sabbia, come sospese nella loro condizione spettrale di paria della misericordia umana. Avanzano, a gruppi, e hanno tutte le stesse espressioni: i volti scavati, gli occhi satirici, i denti eburnei e le bocche aperte che inspirano per lo sforzo e il dolore. Percorrendo la via principale, queste figure, incolonnate come in una processione di penitenti senza colpa, si lasciano guardare, mentre si trascinano portando con sè i propri figli. Bambini stravolti da una fame spietata, consumati nello sguardo, svuotati di ogni forma di resistenza al dolore, incapaci di opporsi al male, anche solo con un lenitivo e assoluto pianto. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Politica

Calexit

La California come la Padania? Sembrerebbe di sì, a giudicare dal crescente sostegno dei cittadini dello stato di San Francisco per un'eventuale secessione dagli USA. L'elezione di Trump è stata accolta con stupore ovunque, ma l'apice dello shock si è raggiunto sicuramente a Los Angeles e dintorni. Da qualche decennio a questa parte, la California rappresenta la versione più liberale e socialmente all'avanguardia degli Stati Uniti, tanto che il suo soprannome “West Coast” viene spesso adattato in “Left Coast”, ovvero costa della sinistra, intesa come idea politica. 

Terrorismo

Le ragazze di Chibok

Sono sedute nella biblioteca dell'American University a Yola, nord est della Nigeria. Quattro ragazze che parlano, si confidano, che hanno capelli raccolti, anelli, orecchini e sorrisi difficili da decifrare. Sono volti che a un primo sguardo appaiono rilassati e che sembrano rincorrere la speranza: forse sembra addirittura che l'abbiano raggiunta. Ma non è così; perchè hanno in sé un qualcosa di recondito, un dolore profondo soppesato in silenzi improvvisi, in occhi che spesso si stagliano contro il vuoto e scavano nel passato senza tregua. Hanno un fardello incastrato tra la coscienza e la memoria, ed è quello che accompagna ogni sopravvissuto che deve fare i conti con la sua condizione di vincitore quando pensa alla vita che non gli è stata strappata ed il senso di solitudine da cui viene travolto quando invece pensa agli altri che non ce l'hanno fatta e all' ingiustizia per ciò che è stato. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Terrorismo

In fuga da Boko Haram

Le immagini del racconto prendono vita nitidamente, come se l'incubo si stesse materializzandodavanti a noi. I particolari della tragedia ci fanno sprofondare in un vortice di orrore, in cui veniamo trascinati, sempre più a fondo, in preda a un'angoscia dettata dalla violenza della narrazione. È l'agosto del 2014 e nella città di Gwoza, al confine col Ciad, si sentono degli spari in lontananza. È mattina e i colpi provengono da lontano; può essere l'esercito, oppure i guerriglieri di Boko Haram. I colpi a poco a poco si fanno più nitidi e gli spari secchi degli Ak 47 ormai sono vicini e iniziano a cadere verso le abitazioni della città nigeriana. È chiaro: è un'incursione degli jihadisti di Abubakar Shekau; ora non ci sono dubbi. Non si odono solo i crepitii secchi dei kalashnikov; i miliziani islamisti attaccano anche con armi pesanti: i proiettili dell'artiglieria e dei fucili d'assalto viaggiano in tutte le direzioni e dalla boscaglia e dai campi intorno alla città si incominciano a scorgere i soldati del Califfato d'Africa. Sagome che avanzano nei cespugli, sulle piste di terra battuta, sbucano da dietro alberi e arbusti e queste figure, dagli occhi satirici e dalle barbe spettrali, diventano sempre più definite. Alcuni hanno delle divise militari, altri solo delle giacche mimetiche, molti indossano abiti civili e kefiah al collo. Urlano ''Allah u Akbar'', salmodiano i versi del Corano e intanto sparano; non conoscono tregua: avanzano e sparano. La gente di Gwoza inizia a scappare, corre sui monti e anche i militari dell'esercito nigeriano, dopo una debole resistenza, si danno alla fuga sull'altipiano. Reportage di Daniele Bellocchio e Marco Gualazzini. Montaggio di Giulia Bonaudi

Politica

I nativi americani contro l’oleodotto, una battaglia d’identità

A circa nove mesi dall’inizio delle proteste, l’ampio movimento sviluppatosi in North Dakota e nei circostanti Stati degli USA contro la realizzazione del Dakota Access Pipeline (DAPL) si mantiene attivo anche dopo aver conseguito alcuni successi importanti. La storia delle proteste del movimento che si oppone alla costruzione dell’imponente oleodotto destinato a collegare Stanley, città del North Dakota situata vicino ai ricchi giacimenti della Bakken Formation, con le raffinerie di Patoka, Illinois, è la storia del “risveglio” delle comunità dei Nativi Americani, più precisamente delle poche migliaia di abitanti della riserva di Standing Rock, sita al confine tra North e South Dakota. Essi sono insorti contro il progetto del DAPL, accusata di minacciare la sicurezza del corso superiore del fiume Missouri, unica consistente fonte di approvvigionamento idrico della riserva, di violare numerosi siti ritenuti sacri e la sovranità dalle tre tribù risiedenti nella riserva di Standing Rock: i Lakota Hunkpapa e Shiasapa e i Dakota Yanktonai, tre gruppi un tempo parte della Grande Nazione Sioux che combatté contro il governo federale statunitense battaglie epiche come quella di Little Bighorn del 1876.

Politica

La destra alternativa dietro a Trump

Sull'elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, e di come la più grande superpotenza mondiale stia cambiando, si è scritto tanto, forse troppo. Ma chi sono davvero i protagonisti che hanno determinato la vittoria di un candidato dato per perdente da tutti? Chi c'è davvero dietro l'elezione "The Donald"? Qual è il cuore profondo a stelle e strisce che al grido “Make America great again” ha cambiando lo scenario politico americano? È proprio per scoprire questo variegato mondo così controcorrente che vogliamo partire da Washington, cuore istituzionale degli Stati Uniti: qui racconteremo il lato politico dell'Alt-Right americana, la destra "alternativa" che ha dato voce al paese profondo conquistando dall'interno il vecchio partito Repubblicano.A Washington entreremo nei maggiori think tank dell'Alt-Right, come Breitbart.com di Steve Bannon, l'ex consigliere del presidente e responsabile della campagna elettorale, o il National Policy Institute, il pensatoio diretto da Richard Spencer, padre del termine “Alt-Right”, o ancora nella redazione American Renaissence, la controversa rivista curata da Jared Taylor, lo studioso che ama definirsi come “l'avvocato difensore degli americani bianchi”.Prima tappa: budget 2500 euro. Dalla capitale ci sposteremo alla volta del West Virginia, uno stato "deep red", fortemente repubblicano che esemplifica in modo perfetto come la crisi dell'industria del carbone abbia portato i minatori dell'America profonda a sostenere Trump. Andremo nelle città minerarie di Morgantown, Fairmont e Monongah – dove oltre il 60% della popolazione ha origini italiane- e ascolteremo le voci di chi si sente continuamente ripetere "anche voi siete stati immigrati". In Virginia, uno stato conteso tra Democratici e Repubblicani e da sempre incarnazione dell'anima "sudista", faremo luce su quella "guerra delle statue" che, in nome del politicamente corretto, sta infiammando gli Stati Uniti e portando alla distruzione di gran parte del patrimonio storico americano.Seconda tappa: budget 4000 euro. Grazie al vostro contributo, il nostro viaggio potrà spingersi sempre più nel cuore dell'America profonda. Con il sostegno di un cameraman professionista, vi racconteremo un Paese inedito, fatto di piccoli centri, squadre di football e amore per le proprie tradizioni. Dal Tennessee all'Alabama, passando per la Georgia, il South e il North Carolina incontreremo minatori e contadini, blogger, intellettuali, politici e studenti, tutti accomunati da un sogno: vedere l'America nuovamente grande. Racconteremo il vecchio spirito sudista mai domato, l'avanzata della destra nei campus universitari, le battaglie in difesa del passato e la nuova "guerra civile" tra l'America di Trump e la "generazione Soros".Terza tappa: 5000 euro. Se sosterrete ulteriormente il nostro progetto, potremo andare a Chicago, l'ultima tappa dell'incredibile Trasvolata Atlantica di Italo Balbo, nel 1933. Proprio a Chicago, infatti, il monumento intitolato all'eroe degli anni Trenta (e con lui tutta la comunità italo-americana) sono sotto attacco da parte di chi vorrebbe annullare e distruggere i simboli, l'eredità e l'identità di un'intera comunità. Chicago, inoltre, è anche la metropoli afro-americana che vide l'inizio della carriera politica dell'ex presidente Barack Obama, e che oggi si ritrova al centro di alcune delle più gravi tensioni razziali del paese. Nei sobborghi della città, infatti, movimenti come “Black Lives Metter” continuano ad accrescere il loro consenso soffiando sulla rabbia degli americani neri, per poi incanalarla contro la presidenza Trump. In un rischioso “gioco con il fuoco” già più volte sfuggito di mano e costato la vita ad agenti e dimostrati. Il nostro sarà un reportage "boots on the ground", lontanto dalle solite narrazioni di corrispondenti da attici di lusso a New York: incontreremo i protagonisti di questa nuova "guerra civile" tra l'America di Trump e la "generazione Soros".

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