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Società

Nepal, spariti milioni di dollari in donazioni

Kathmandu, è il 25 aprile 2015. Sono le sei e dieci del mattino, la città si sta lentamente svegliando come di consuetudine, ma i suoi abitanti ancora non sanno che quella sveglia, una sveglia di un giorno come tanti, invece di portarli ai loro posti di lavoro e all’interno delle scuole, li avrebbe trascinati nel giro di pochi secondi dentro un gigantesco incubo dal quale, fuggire, sarebbe diventato impossibile. Quella mattina la terra trema con violenza inaudita. “La grande Madre” come loro sono soliti chiamare la terra, questa volta sembra davvero inferocita, estremamente nervosa, cinica, senza pietà. Migliaia di famiglie subiscono impotenti la catastrofe. Le vittime sono più di settemila, i feriti altrettanti. Moltissimi ragazzi rimangono orfani, Kathmandu sembra una grande polveriera. I più grandi monumenti della storia nepalese si sgretolano sotto le forti scosse e quelli ancora in piedi subiscono gravissimi danni strutturali. Alcuni villaggi diventano irraggiungibili, le strade che portano fuori dalla capitale sono distrutte o completamente bloccate dalle innumerevoli frane che il terremoto ha causato. Reoprtage di Simone Bergamaschi. Montaggio di Roberto Di Matteo

Guerra

Raqqa, i volontari occidentali e le milizie cristiane contro l’Isis

A Raqqa combattono contro le bandiere nere volontari occidentali, compresi 4 italiani, che muoiono in battaglia. E cristiani in armi, che vogliono vendicarsi delle vessazioni subite dallo Stato islamico. Nell’assedio della prima e storica capitale del Califfo, non ci sono solo i curdi siriani a voler spazzare via la minaccia jihadista.Bruce, barbetta rossiccia, occhi azzurri e mitra in pugno ha sull’uniforme mimetica la stella rossa del Ypg, le Unità curde di protezione popolare che hanno preso d’assalto Raqqa con l’appoggio Usa. Qualche passo più indietro avanza guardingo fra le macerie della prima linea un altro volontario occidentale. Mefisto calato sul volto per non farsi riconoscere è un inglese, che si presenta come Rony. “Faccio parte di un movimento antifascista nel Regno Unito e sono venuto a combattere a Raqqa perché lo Stato islamico rappresenta una minaccia per l’umanità” spiega il volontario ben armato passando sotto il minareto di una moschea scalfito dai colpi. I curdi nel nord della Siria, fino dalla feroce battaglia contro le bandiere nere nella città martire di Kobane, hanno attirato fra i 1000 e 2000 volontari stranieri.

Guerra

Le donne yazide contro l’Isis

RAQQA . “Combattiamo per liberare le donne ed i bambini yazidi ancora nelle grinfie dei mostri dello Stato islamico. Siamo i loro angeli custodi nella battaglia di Raqqa che li salveranno” giura Daniz Shangal. Giubba mimetica, capelli corvini raccolti in una treccia, rigorosamente senza velo, è la comandante dell’unità di sole donne, che arriva da Sinjar, la capitale yazida in Iraq spazzata via dalle bandiere nere nel 2014. “Il nostro popolo ha subito un genocidio per mano dello Stato islamico. Siamo solo in 15, ma rappresentiamo un simbolo di riscatto in questa battaglia che resterà nella storia come la fine dello Stato islamico” spiega la giovane combattente guardandoti fisso negli occhi. Gli yazidi non sono né musulmani, né cristiani. Le loro origini e tradizioni derivano da Zoroastro. Le orde jihadiste li hanno sempre bollati come “adoratori del diavolo” e massacrati. Sinjar è costellata di fosse comuni delle vittime yazide del Califfato. In tutto quasi 9mila sono stati trucidati o rapiti e 5mila dispersi.

Guerra

I volontari italiani in prima linea contro lo Stato Islamico

RAQQA. “Quando i proiettili “zippano" vicino alla testa ti butti per istinto a terra, ma il sibilo vuol dire che non sei stato colpito. I colpi di mortaio li senti partire e non sai mai se ti piombano addosso o ti passano sopra. Alla fine ti abitui”. In un’abitazione abbandonata, che segna la prima linea, comincia così l’esclusivo racconto di guerra di due italiani, che combattono lo Stato islamico a Raqqa al fianco dei curdi. Niente nomi se non quelli di battaglia. Cekdar Agir, che in curdo vuole dire dire “combattente e fuoco” è un anarchico di Torino di 41 anni, baffoni biondi e occhi azzurri. Botan viene anche lui dal nord Italia ed ha 30 anni. La famiglia è all’oscuro che combatte in Siria e per questo non vuole farsi fotografare a volto scoperto. In guerra da 8 mesi sono due dei quattro italiani sul fronte di Raqqa. Negli ultimi anni hanno combattuto fra le fila dell’Ypg, le Unità di protezione popolare curde nel nord della Siria, una ventina di connazionali.

Terrorismo

Le spose dell’Isis e le lady jihad italiane

Una giovane jihadista italiana è stata lapidata a Raqqa dalla polizia religiosa colpevole di rapporti sessuali extraconiugali. Sonia Khediri partita per la Siria da Treviso ha sposato l’emiro tunisino Abu Hamza, il numero due delle difese della “capitale” assediata dello Stato islamico. Maria Giulia Sergio, la prima italiana convertita ad arruolarsi nella guerra santa, ha vissuto fino allo scorso anno in una zona militarizzata vicino ad una diga sull’Eufrate, ma poi è sparita nel nulla.

Terrorismo

Il jihadista che parla italiano

KOBANE (Siria) - Jihadista pentito o seguace del Califfo che cerca di salvarsi il collo? Abu Mussa, 34 anni, tunisino, si è arruolato nello Stato islamico fin dalla prima ora, quattro anni fa per poi arrendersi lo scorso mese nell’inferno dell’assedio di Raqqa. Gli uomini dell’antiterrorismo curdo nella regione autonoma di Rojava, nel nord est della Siria, lo portano fuori da un buio corridoio con un cappuccio in testa. Quando capisce che lo stiamo immortalando si inalbera dicendo in inglese di aspettare. Poi si calma e comincia a parlicchiare in italiano. “Ho dei cugini a Verona” spiega mentre risponde alle domande nella nostra lingua, che capisce abbastanza bene. Capelli lunghi, barbone nero, tunica grigia il mujahed sostiene di avere studiato l’italiano a Tunisi per lavorare negli alberghi. In realtà i rapporti con il nostro Paese sono più stretti e delicati. Abu Mussa, nome di battaglia, è parente di un pezzo grosso a Raqqa, storica capitale dello Stato islamico. Addirittura il numero due delle difese del Califfo, l’emiro Abu Hamza, pure lui tunisino. Guarda caso l’emiro ha sposato Sonia Khediri, la giovanissima jihadista italiana partita per la Siria da Treviso. Ed i parenti del prigioniero vivono a Verona nella stessa regione, anche se lui spiega “che i cugini in Italia mi dicevano di andare via da Raqqa e di tornare a casa”. Forse sono solo coincidenze, ma capi importanti dei volontari tunisini della guerra santa internazionale come Noureddine Chouchane e Moez Fezzani hanno vissuto a lungo nel nostro Paese.

Società

Classi in uniforme in Polonia

Driiiin driiiin. Al suono della campanella gli studenti gettano le loro cose nello zaino, tirano giù i cappucci e su i pantaloni dalla vita troppo bassa, e si trascinano svogliatamente in classe. Nello stesso momento, e nello stesso istituto, altri giovani liceali vestiti con l’uniforme mimetica e gli anfibi di pelle salgono ritmicamente le scale e si dispongono in riga. Gli sguardi teneri e le facce imberbi si fanno appena tese all’arrivo del loro insegnante. Damian Duda, leader di una delle più antiche organizzazioni paramilitari polacche, li richiama all’attenti: destra, sinistra, centro. Dopo l’appello e il saluto iniziale, con lo sguardo vigile segue la piccola truppa mentre in fila indiana entra in classe, e si dispone ordinatamente tra i banchi. Reportage di Costanza Spocci e Eleonora Vio

Società

Il gruppo di difesa territoriale in Polonia

Sono da poco passate le otto, quando l’enorme cancello della caserma di Minsk Mazowiecki, a quaranta chilometri da Varsavia, si apre per lasciare entrare una cinquantina tra uomini, ragazzi e qualche rara ragazza in uniforme. Pestando i grossi stivali di pelle sul selciato, e senza mai perdere la ritmica andatura, il gruppetto di giovani e meno giovani si distribuisce con ordine al centro del campo e aspetta gli ordini del comandante. “L’addestramento di oggi fa parte di un’iniziativa promossa dal Ministero di Difesa Nazionale nel 2015, per rafforzare il rapporto tra le organizzazioni paramilitari polacche e l’esercito nazionale, e migliorare il potenziale bellico dei gruppi di volontari – in questo caso l’Associazione dei Fucilieri (o Z.S. Strzelec) - grazie alla supervisione e all’insegnamento di soldati esperti,” spiega Waldemar Zubek, portavoce del Ministero della Difesa. Reportage di Costanza Spocci e Eleonora Vio

Guerra

Nella roccaforte ribelle in Siria

(Ghouta orientale) Il colpo del cecchino arriva secco come una staffilata. Prima sibila ad un metro dalle teste di cinque soldati russi fermi davanti ad un blindato e poi su quella del sottoscritto che li sta filmando. All’improvviso è il panico. Il convoglio di giornalisti siriani fermo in mezzo alla strada sgasa via a tutta velocità rischiando d’investire sia i russi, sia il sottoscritto.

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