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Migrazioni

Il regno dei contrabbandieri

Lo Stato messicano, geograficamente situato in nord America ma culturalmente annoverato fra i paesi dell’America Latina, vive la sua doppia natura fra mille incongruenze e contraddizioni. Se da un lato è un paese esportatore di migranti, dall’altro ne è ricettore. Se da una parte subisce annualmente il razzismo e le deportazioni dei vicini americani del nord, dall’altro si comporta allo stesso modo con i vicini americani del sud.In questo marasmatico clima fatto di violenze, caos e vittimismo, i poli opposti dello Stato messicano sono magnificamente rappresentati proprio dalle sue frontiere. Se a nord il confine è ben delineato dalla presenza di un triplice muro in acciaio e cemento lungo più di mille chilometri, protetto da sensori di movimento, luci ad alta densità, scanner a infrarossi, termo rivelatori e droni, il confine sud con il Guatemala (e per un breve tratto con il Belize) è praticamente un colabrodo.Non c’è alcun tipo di controllo, le autorità di entrambi i Paesi non hanno la capacità di gestire l’ingente flusso di merci e persone in transito e questo con il tempo ha trasformato l’intera area nel regno del contrabbando. Da una parte ci sono le organizzazioni internazionali specializzate nel trasporto di veicoli rubati che seguono la direttrice che dal Messico porta sud, dall’altra parte ci sono i narcos che in assenza di dogane importano indisturbatamente la cocaina colombiana che verrà poi immessa nel mercato statunitense. In mezzo a questi grandi interessi miliardari, gli abitanti del posto si sono adoperati a loro volta, dando vita ad una prolifera industria del contrabbando che offre lavoro a migliaia di persone e che, soprattutto per lo stato del Guatemala, risulta essere un vero flagello per l’economia nazionale.

Religioni

I cristiani dimenticati di Cipro

Nella parte turca di Cipro si assistenza ad una discriminazione a donna dei cristiani: le chiese sono lasciate in uno stato di abbandono, le opere d'arte sacre necessitano di profondi interventi di restauro, i cimiteri profanati quarant'anni fa non possono essere sistemati. I cristiani infatti in questo Paese non hanno il diritto di mettere a posto le tombe dei propri cari. Da Cipro Giovanni Masini per Gli Occhi della Guerra, montaggio di Roberto Di Matteo

Migrazioni

Il corridoio dell’inferno

Secondo le autorità messicane sono circa quattrocentomila i clandestini che ogni anno attraversano la frontiera fra la città guatemalteca di Tecun Uman e la gemella messicana di Tapachula. Secondo Amnesty International invece i migranti in transito in questo limbo di terra sono più di 700mila. Sono soprattutto persone che fuggono dalla zona conosciuta come “il Triangolo del Nord” (Honduras, El Salvador e Guatemala), area considerata fra le più violente del mondo al di fuori delle zone di guerra. Secondo le statistiche infatti, sui 30 milioni di abitanti, solo nel 2015 sono morte assassinate 17.500 persone, più che in Afghanistan, Siria e Iraq. La corruzione diffusa, il governo incapace di controllare il territorio e la forte presenza di gruppi criminali internazionali conosciuti come “maras”, hanno dato origine ad una escalation di violenza che ha spinto il 10% della popolazione a fuggire via dalla propria terra. A questi desperados, che stanno alimentando un esodo di massa senza precedenti, si sono affiancati nel corso degli anni anche migranti provenienti dai paesi caraibici, africani ed asiatici. Tutti sono mossi dalle più molteplici e disparate motivazioni ma hanno un’ambizione che li accomuna: inseguire il sogno americano.

Religioni

I cristiani dimenticati di Cipro

Nella parte turca di Cipro si assistenza ad una discriminazione a donna dei cristiani: le chiese sono lasciate in uno stato di abbandono, le opere d'arte sacre necessitano di profondi interventi di restauro, i cimiteri profanati quarant'anni fa non possono essere sistemati. I cristiani infatti in questo Paese non hanno il diritto di mettere a posto le tombe dei propri cari. Da Cipro Giovanni Masini per Gli Occhi della Guerra, montaggio di Roberto Di Matteo

Guerra

Desaparecidos e fosse comuni: quello che resta di Cipro

Da Cipro. La benna della ruspa vibra, poi scatta in avanti e la terra inizia a tremare, franando sotto i colpi che ne mangiano le zolle. A manovrare il bestione giallo è un tecnico turco-cipriota dall’aspetto di giannizzero, che sonda delicatamente il terreno centimetro dopo centimetro. Sotto la supervisione attenta di due archeologi scava alla ricerca dei cadaveri di sei persone uccise durante la guerra del 1974 e mai ritrovate. Dopo quarant’anni un testimone ne ha indicato in questo campo il luogo di sepoltura. Se i cadaveri verranno trovati, si procederà all’identificazione e alla restituzione alle famiglie d’origine.Quella delle persone disperse è una delle ferite più brucianti nella storia recente dell’isola di Afrodite. Una vicenda che ricorda per tanti aspetti quella dei desaparecidos sudamericani. Fra gli anni Sessanta e Settanta, oltre duemila persone andarono disperse in seguito alla pulizia etnica scatenatasi fra le comunità greca e turca e soprattutto in conseguenza dell’invasione turca del 1974.

Religioni

L’ultimo villaggio cristiano di Cipro Nord

Da Kormakitis – “Repubblica turca di Cipro nord”. “Apri, Signore, le porte della tua misericordia - sillaba suor Piera seguendo con il dito l'iscrizione nel legno – Questa è la porta più antica dell'isola: è del 1300, sai caro?”. Poi si ferma sulla soglia e lascia correre lo sguardo sulla chiesa di San Giorgio: l'unica campana che in tutta Cipro nord non ha mai smesso di suonare, in tutti e quarantadue gli anni dell'occupazione turca.Questa primazia è l'orgoglio delle tre suore francescane missionarie del Sacro Cuore che, alle soglie degli ottant'anni, ancora presidiano il piccolo convento di Kormakitis: il villaggio sopravvissuto.Popolato dai discendenti dei cristiani maroniti che secoli fa attraversarono il mare ed arrivarono fin qui dal Libano, per centinaia di anni rappresentò un'enclave araba e cattolica che ha sempre resistito alle invasioni di veneziani, ottomani e britannici .Quando nel 1974 le truppe turche sbarcarono nella parte nord dell'isola – dove Ankara mantiene ancor oggi decine di migliaia di soldati – gli abitanti di Kormakitis furono fra i pochissimi che non fuggirono ma scelsero di restare in paese, aggrappati al campanile e “alla protezione di San Giorgio”, spiega suor Paola, sempre sorridente nonostante i 78 anni e una gamba malandata

Nazionalismi

La guerriglia Karen. Il popolo che non si arrende

Sul confine birmano, nella sconfinata foresta tra la Thailandia e il Myanmar, c'è un popolo in armi che combatte la guerra più lunga del mondo. Sono i Karen della resistenza patriottica, i guerriglieri della Kndo la forza di difesa agli ordini del generale Nerdah Mya. Difendono, dalla fine della seconda guerra mondiale, le loro colline e i loro villaggi dall'avanzata dei plotoni di Rangoon dove la giunta militare salita al potere con un colpo di Stato gestisce da sempre una spietata, efficiente e inarrestabile pulizia etnica. Reportage di Alberto Palladino

Politica

Montenegro, la matrioszka delle battaglie

Gli Occhi della Guerra sono in Montenegro, a Podgorica dove domenica 16 ottobre vanno in scena le elezioni parlamentari. Da una parte c'è Milo Djukanovic, lo storico leader del paese al potere da più di 27 anni, e dall'altra ci sono diverse coalizioni dell’opposizione unite in svariate formazioni politiche per cercare di abbattere la leadership del DSP, il Democratic Party of Socialists of Montenegro. Il Montenrego è un piccolo Paese e queste elezioni sono lontane dai riflettori dei media. Forse perché non ci si rende conto che sull'altra sponda dell'Adriatico l'ennesimo braccio di ferro tra la Russia e l'Occidente. Per questo con Daniele Bellocchio e Gabriele Orlini siamo andati a vedere che aria si respira in questa piccola terra il cui destino, così trascurato dai media, può avere effetti importanti anche da noi.

Politica

Fantasmi del passato nel futuro del Montenegro

Chiamatela pure Podgorica, l'attuale capitale del Montenegro, ma esplorandola, andando alla ricerca della sua intimità, delle sue paure, della sua solitudine, della sua sofferenza, ecco allora che scoprirete come la più importante città del piccolo Stato balcanico, che si appresta a trovarsi, tra 24 ore, ad affrontare le elezioni parlamentari e una sfida politica tra Nato e Russia, sia oggi, nella sua anima recondita e orgogliosa, revanscista e nostalgia, non l'attuale Podgorica ma, piuttosto, la vecchia Titograd: la città di Tito. Nel '46 la futura capitale del Montenegro venne ricostruita ex novo e l'ideologia celebrò il ''Maresciallo'' senza domande e concessioni al dubbio. Settant'anni sono passati e nel 2016 la stessa città è in un faccia a faccia pugilistico con il proprio contingente; ci sono le elezioni e pure i partiti, le divisioni e le domande e, con queste, i dubbi: molti, troppi. Ed è così che la Podgorica di adesso setaccia il proprio passato, alla ricerca, in una memoria ingombrante e dolorosa, di un appiglio lenitivo per affrontare un domani all'apparenza orfano di risposte e soluzioni e con incognite foriere di ogni timore. Reportage di Daniele Bellocchio e Gabriele Orlini

Politica

D-day balcanico

La pioggia battente e i lampi hanno caratterizzato la notte della vigilia delle elezioni a Podgorica. Le vie del centro della capitale montenegrina erano assonate, buie e solo le luci di qualche bar fumoso e la musica che usciva dai pub rompevano un silenzio elettorale, saturo di tensioni, timori e di notizie che correvano sugli smartphone degli avventori dei locali, dispensatrici di paura.Questa mattina però le nubi si sono dissolte con l'alba e di primo mattino il Montenegro è già pronto per dirigersi alle urne. In Piazza dell'Indipendenza, dove di notte sono state issate da anonimi le bandiere della Serbia e della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, i taxi si alternano accompagnando gli elettori nei diversi seggi che puntellano la città e alle otto, al momento dell'inizio delle votazioni, fuori dalla scuola Savo Pejanovic, file di cittadini attendono il proprio turno prima di entrare in cabina. Reportage di Daniele Bellocchio e Gabriele Orlini

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