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Politica

Burschenschaften, le Confraternite nazionaliste Austriache

Decine di cappellini colorati sfilano di fronte all’Università di Vienna e si dirigono verso il Palazzo delle Wiener Korporationsring (WKR), dove ogni mercoledì si ritrovano tutte le Confraternite studentesche nazionaliste di Vienna – le Burschenschaften o B!B! - per trangugiare file di boccali di birra. Per ogni confraternita c’è un cappello di colore diverso: viola per la B!B! Olympia, gialla per B!B! Teutonia, e così via. I ragazzi sono universitari, tutti rigorosamente maschi: “di solito per le donne è vietato entrare qui”, ci spiega Klaus, 22 anni e membro della confraternita WAT. In Austria esistono due tipi di confraternite: quelle cattoliche e quelle germaniche. Le Burschenchaften si distinguono dalle prime sia per la discriminante “biologica”, poiché l’origine germanica è un requisito di entrata, sia per essere altamente politicizzate. Ultranazionaliste e schierate nello spettro dell’estrema destra, le B!B! si differenziano tra loro in alcune pratiche e sfumature politiche: “Olympia e Teutonia, ad esempio, sono rinomate per essere le più vicine e implicate nella scena neo-nazista austriaca”, spiega Bernard Weidinger, esperto di confraternite e ricercatore dell’Istituto storico Doew. Le B!B! hanno sostenuto e foraggiato il partito Nazional Socialista tedesco dei lavoratori (DAP), anche durante il periodo di clandestinità in Austria: in quel periodo il fiordaliso all’occhiello, simbolo delle confraternite, aveva sostituito la svastica fungendo da simbolo anche per il DAP.

Politica

Ibo, il movimento identitario austriaco

Il comandante sul carro incita la gente in ascolto davanti a sé. La massa risponde, sventolando bandiere giallo-nere e urlandoall’unisono: “Difendiamo l’Europa”. I teatri di guerra non sono più la Grecia e le Termopili, ma Vienna e il quartiere multi-etnico di Urban Loritz Platz. Il nemico non è il gigantesco esercito persiano, ma la comunità d’immigrati in espansione in Europa e l’ala antifascista che la protegge. Martin Sellner, il 26enne a capo della missione, vuole assomigliare al valoroso Leonida, mentre il suo neonato movimento degli identitari, ramo locale dell’omonima corrente pan-europea di estrema destra, conta su una somiglianza numerica con i pochi intrepidi guerrieri spartani e, usando quella simbologia, si fa promotore di un messaggio che ha dell’eroico. “Uno dei motivi del successo dell'Identitare Bewegung Österreichs (IBO) è essersi appropriato della cultura pop,” spiega Natascha Strobl, analista politica ed esperta di estremismi di destra in Austria. “I ragazzi vedono la lettera greca lambda e pensano subito al logo del kolossal hollywoodiano 300. Quindi, attirati dall’estetica cool di questi giovani che promettono di difendere il Paese e salvare l’identità austriaca, scendono in strada affianco a loro.”

Guerra

Billy Six, il reporter prigioniero in Siria

Billy Six è un reporter di guerra tedesco passato più volte alle cronache per le sue spericolate imprese giornalistiche. I suoi viaggi lo hanno portato a girare l’Europa tutta l’Africa, il Medio oriente e lo hanno condotto più di una volta ad un passo dalla morte: arrestato in Siria, sequestrato in Libano, rimasto senza cibo per settimane prima in Germania e poi in Ucraina, Billy è riuscito sempre a cavarsela e a ripartire di nuovo per una nuova avventura. “Quando viaggi vivo come vivono le persone del posto in cui sono. Solo così posso immedesimarmi veramente nel loro mondo” mi spiega appena mi vede arrivare alla banchina della stazione della S-Bahn. Piccolo di statura e di costituzione minuta, i suoi occhi sono di un azzurro intenso, la barba e i capelli biondi. Le sue mani sono rugose, mi spiega, perché ogni giorno lavora nel giardino di casa sua, coltivando la frutta e la verdura di cui si nutre

Terrorismo

Rifugiati e terroristi in Europa

“Refugees welcome”. La scritta colorata che dà il benvenuto ai rifugiati campeggia, enorme, sull’ingresso del Deutsches Historisches Museum, il museo della storia tedesca situato nel cuore di Berlino. Unter den Linden, il viale più centrale della capitale tedesca dove il museo si trova, è affollatissima da migliaia di turisti venuti a godersi la mitezza dell’estate berlinese. Dalla folla si staccano di tanto in tanto dei gruppetti di persone decisamente diverse rispetto alle altre. Hanno tutte i tratti somatici medio orientali, sono tutte vestiti in maniera semplice e nessuno di loro impugna una guida o una macchina fotografica. Queste persone si dirigono tutte verso l’ingresso del museo e si fermano sotto la scritta che dà loro il benvenuto. Da lì vengono prelevate da una guida, anche lei rigorosamente dai tratti somatici arabeggianti, che fa loro strada verso l’interno.Montaggio di Roberto Di Matteo

Politica

Germania e Israele: dalla Shoah all’alleanza

L'ingresso del Museo Ebraico di Berlino ricorda quello dell'aeroporto di Parigiqualche giorno dopo gli attentati del Bataclan. Ogni movimento è controllato. Diverse pattuglie della polizia vigilano all'entrata e gli agenti seguono con lo sguardo chiunque varchi l'uscio. Appena entrati si viene perquisiti dal personale di sicurezza, che invita a depositare giacche, zaini e cinture nel metal detector. Una volta superati i controlli inizia un faticoso percorso psico-fisico. Tutto il tragitto è in leggera ma costante salita, che genera nel visitatore una lieve ma interminabile sensazione di fatica. Il percorso è labirintico. Zigzagando per stretti corridoi che cambiano continuamente direzione si prova uno strano senso di disorientamento. Dalle mura che stringono il passaggio si è osservati dai tristi visi di bambini che indossano pigiami a righe. Le stelle di David sono ben in vista. Sulle pareti sono scritti i nomi delle città, dei paesi e dei villaggi da cui e verso cui almeno un ebreo tedesco dovette fuggire. L'angoscioso percorso per arrivare all'uscita attraversa anche uno dei pochi passaggi in piano. Un corridoio ricoperto di pezzi di metallo tondi, su ognuno dei quali è rappresentato il volto di una persona con la bocca spalancata. Ogni passo che li calpesta genera un acuto rumore metallico, un urlo che rimbomba nello spazio chiuso. Il museo è studiato apposta per generare un senso di oppressione. Situati nel cuore della vecchia Berlino, zona un tempo in stile classico e oggi ricresciuta moderna dopo i bombardamenti alleati che la hanno rasa al suolo durante la guerra, i luoghi della memoria ebraica rivestono una funzione centrale nella sua ricostruzione. Come nella rielaborazione dell'identità tedesca. Montaggio di Roberto Di Matteo

Politica

Il nuovo nazionalismo tedesco

Schnellroda è il villaggio in cui Kubistchek si è stabilito circa 20 anni fa insieme alla moglie. Allora il numero di abitanti era di 48 persone, oggi sono circa 200. I nuovi arrivati, tutti tedeschi, vivono e lavorano per la comunità (Gemeinschaft) che Kubitschek ha fondato. Circondata solo da boschi e da immense distese di prati vedi, dista una decina di kilometri dalla stazione ferroviaria più vicina. I navigatori satellitari non la segnalano, raggiungerla è difficile. Le strade, lunghe e silenziose, sono deserte.Una volta arrivati si nota subito come l'atmosfera sia profondamente tedesca e völkisch. Bandiere nero-rosso-oro e nero-bianco-rosso sventolano alte. Sui prati di fronte alle case è pieno di numerosi bimbi biondi, che giocano o si occupano degli animali: capre, anatre, conigli, galline. Appena veniamo notati ci viene incontro un bambino, biondissimo e con gli occhi azzurro intenso che, senza conoscerci, ci dà il benvenuto e si presenta. Ha 11 anni e si chiama Wieland, nome ripreso da una celebre saga germanica. Dopo averci invitato a seguirlo ci conduce nel giardino della casa più centrale, dove parte della comunità siede intorno ad un fuoco e banchetta con i propri prodotti: le proprie verdure, la propria carne, le proprie uova, il formaggio delle proprie capre. Reportage di Luca Steinmann. Montaggio di Roberto Di Matteo

Società

I nostalgici del comunismo tedesco

La Ostalgie, il sentimento di nostalgia verso le sicurezze della Ddr, è un sentimento ancora fortemente diffuso nell’Est della Germania. Non soltanto tra militanti politici o tra i residui delle vecchie organizzazioni comuniste che sono sopravvissute al crollo del regime, ma anche e soprattutto nelle fasce popolari. I cittadini dell’Est ancora ricordano come si viveva al dilà della cortina di ferro e possono effettuare un paragone con il mondo in cui si trovano oggi. “Se sotto il comunismo vigeva la sorveglianza, sotto il capitalismo di oggi vige la disuguaglianza” continua Mandy. Quello che a molti manca è l’ordine, la pulizia, il controllo e le certezze che la Ddr garantiva. Non è un caso che molti di questi nostalgici votino a destra. Montaggio di Roberto Di Matteo

Religioni

Deus è amor

Quando arrivai in Brasile, anni fa, un amico di Rio mi disse: "Le nuove Chiese pentecostali evangelichesono state create per controllare la popolazione, i loro comportamenti, le abitudini e, soprattutto, il voto. I poteri che le hanno concepite e che le gestiscono non sono interni al Paese e la posta in gioco è alta: il petrolio e, più in generale, il ruolo geopolitico dell'America Latina".Il mio amico aveva ragione (almeno in parte). Dopo dieci anni vissuti in Brasile, durante i quali mi sono infiltrato "clandestinamente" in molte chiese evangeliche, penso però che il fenomeno sia più complesso. Esistono infatti due realtà – quella pastorale e quella politica – estremamente connesse tra loro.Per capirlo, però, bisogna fare un tuffo nel passato. Con l'affermazione delle colonie portoghesi, viene distrutto il tessuto religioso e spirituale tradizionale delle popolazioni locali brasiliane e degli uomini che, trasformati in schiavi, vengono portati a forza dall'Africa al Sud America. Nasce così una società fortemente classista e razzista in cui una buona parte della popolazione viene – ancora oggi – emarginata. Video di Christian Franz Tragni

Economia e Finanza

I danni delle aziende cinesi in Sud America

Fino a pochi anni fa l’economia dell’America latina dipendeva dagli Stati Uniti, oggi chi invece domina in quella parte di mondo è Pechino. Nel 2014, con 20 miliardi di euro tra prestiti ed investimenti, è stata la Cina a salvare da un altro possibile default l’Argentina che, non a caso, molti analisti allora ribattezzarono ArgenChina. E se oggi l’economia disastrata del Venezuela regge ancora - nonostante un’inflazione oltre il 1000% annuo ed un bolivar, la moneta locale, che non vale più nulla – mediazione del Vaticano delle ultime settimane a parte, il merito è tutto dei 16 prestiti da 60 miliardi di dollari concessi da Pechino a Caracas nel recente passato. La Cina ha dunque superato di slancio gli Stati Uniti come primo partner commerciale dell’America latina da almeno 4 anni ma non è tutto oro ciò che luccica perché, come già successo con Washington in passato, tanto business significa a queste latitudini anche tanti problemi, soprattutto sociali ed ambientali.

Economia e Finanza

La via cinese alla globalizzazione

La “via cinese alla globalizzazione”, simbolicamente avviata dall’ingresso del Paese di Mezzo nel WTO nel 2001, si è andata strutturando costantemente a partire dall’inizio del XXI secolo sulla scia della continua acquisizione di rilevanza economica della Repubblica Popolare e della contemporanea definizione di obiettivi ad ampio raggio da parte dei suoi governanti. Video di Roberto Di Matteo e Andrea Muratore

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