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Guerra

Le ultime ore di Mosul

I proiettili sibilano sopra le nostre teste o rimbalzano impazziti sulle macerie nell’ultima, feroce battaglia che ha liberato Mosul, la “capitale” del Califfato in Iraq. Il generale Shaker Jawdat, capo della polizia federale irachena, ha annunciato ieri la conquista della città vecchia nella zona ovest. L’ultimo bastione jihadista, dove, in realtà, rimangono ancora cellule e sacche di irriducibili, ma le bandiere nere sono oramai sconfitte. Nonostante lo Stato islamico abbia risposto che i suoi uomini continueranno a combattere fino alla morte. E così è stato durante la battaglia finale di venerdì nella parte antica di Mosul. Il paesaggio nella città vecchia, ultimo ridotta dello Stato islamico, è lunare: le case, una attaccata all’altra sono sventrate, annerite delle fiamme o fatte a pezzi dagli attacchi aerei, dopo 9 mesi di furiosi scontri. Le raffiche di mitragliatrice degli ultimi jihadisti di Mosul sono rabbiose, ma è al fruscio della morte che non ti abitui. L’artiglieria tuona da chilometri di distanza. Quando il colpo arriva sopra le nostre teste fendendo l’aria, come una sciabola sguainata, sembra sempre che ti piombi addosso. Pochi secondi dopo la granata esplode sulle postazioni delle bandiere nere con un pauroso boato. Un manipolo di 200 miliziani votati alla morte era asserragliato, con le unghie e con i denti, in un fazzoletto dell’antica Mosul. I seguaci del Califfo, completamente circondati e con alle spalle il fiume Tigri hanno continuato a combattere senza speranza.

Guerra

Nell’inferno di Mosul

MOSUL - “Benvenuti all’inferno. Questo è il pronto soccorso avanzato della 9° divisione dell’esercito iracheno. Oltre ai soldati feriti arrivano i civili ed io sono la componente pediatrica. Visito anche 100 bambini al giorno”. Si presenta così, Marino Andolina, triestino, non più un giovincello, con il camice verde ed un pizzetto grigio in stile Mefistofele. Uno dei pochi, se non l’unico volontario italiano così a ridosso della battaglia di Mosul, che volge al termine. Il pronto soccorso avanzato serve per stabilizzare i feriti ed evacuarli verso ospedali da campo più attrezzati. Andolina è noto alle cronache per il metodo Stamina, il controverso utilizzo di cellule staminali su pazienti senza speranze. A Mosul da giugno è volontario dell’organizzazione umanitaria Road to peace dell’eroina inglese Sally Becker.

Società

L’arte della resistenza

La cultura e l’arte fanno parte di Baghdad, della sua storia e della sua contemporaneità, perché nella capitale irachena la guerra, il caos politico e i frequenti attentati non hanno spento la voglia di reagire e di comunicare con scrittura, la letteratura, o le arti visive.Per farsi un’idea di quello che sia l’arte contemporanea a Baghdad si può partire da Karrada, quartiere centrale abbracciato dal Tigri, ricco di luoghi di incontro, caffè-librerie, spazi teatrali, locali all’aperto. È il ritrovo di chi produce e fruisce cultura: ci sono scrittori, attori, registi, pittori, videomaker. E luoghi come il Burj Babel Centre o il Coffè and Book Coffe House che organizzano mostre, concerti, incontri pubblici, presentazioni di libri, proiezioni di film.

Donne

La rivoluzione rosa in Iraq

A Baghdad la bicicletta è diventata per le donne un simbolo di libertà e autodeterminazione. Certo, sono ancora poche coloro che hanno cominciato a pedalare per le vie della città, ma il segnale è importante: la presenza e la scelta di vivere uno spazio cittadino col mezzo che si preferisce non sono affatto scontate per una donna, anche se non esistono reali divieti in merito. L’idea è nata pochi mesi fa da una giovane universitaria, artista e performer di nome Marina, che ha deciso di usare la bicicletta negli spostamenti quotidiani, sfidando i commenti non sempre benevoli della gente. In più ha cominciato a postare sui social network le immagini delle sue passeggiate, dimostrando che andare in bicicletta, che tu sia donna o uomo non conta, può essere una cosa bella, divertente e che non fa male a nessuno.

Guerra

“Così siamo scampati all’Isis”

Era la notte tra il 6 e il 7 agosto del 2014 quando i jihadisti dell’Isis invasero la Piana di Ninive, in Iraq. Il terrore avanzava veloce. Casa dopo casa. Villaggio dopo villaggio. Oltre 120mila cristiani dovettero fuggire in poche ore, portando con sé niente di più dei vestiti che avevano indosso. Nonostante siano passati tre anni, l’orrore di quei giorni è ancora vivo negli occhi di suor Silvia. La voce di questa giovane religiosa originaria di Alqosh, che incontriamo nella sede romana della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre, è ferma, ma le sue mani non smettono di tremare quando la mente torna a quelle ore di terrore e di angoscia.

Guerra

Soldati Usa in prima linea contro l’Isis

MOSUL - I possenti blindati color sabbia sfrecciano paralleli alla strada che porta a Baghdad da Mosul ovest,appena conquistata dall’avanzata irachena. L’ufficiale che ci accompagna ordina perentorio: “No video, no foto”. I soldati americani non si vedono barricati dentro e reduci da chissà quale missione. Si capisce bene che sono loro perché sui portelloni dei blindati hanno scritto curiosi nomi di battaglia: “Mickey, Ariel, Leo”. Topolino, la sirenetta ed il re leone, che sono tutti personaggi dei cartoni animati di Walt Disney. A Mosul sarebbero almeno 500 i soldati americani al fronte in appoggio alle truppe irachene. I corpi speciali operano di notte, anche dietro le linee per l’individuazione di obiettivi e la cattura dei comandanti dello Stato islamico. Altri specialisti indirizzano gli attacchi aerei delle forze alleate. L’82° divisione avio trasportata, “Teschio e serpente”, che è stata paracadutata in Normandia e ha partecipato alla campagna d’Italia e alla battaglie delle Ardenne schiera i suoi uomini sul fronte di Mosul.

Guerra

La battaglia di Mosul

Mosul Ovest - Il tiratore scelto della polizia federale irachena prende la mira con calma dal tetto di una casa nelquartiere di Giosaq a Mosul ovest. Il suo fucile di precisione è infilato in un buco nel muro di un piccolo terrazzo quadrato. Spara un colpo, poi un altro e si scatena l’inferno. I cecchini ceceni dello Stato islamico annidati ad un centinaio di metri rispondono al fuoco ed il fronte s’infiamma. I ragazzini, qualcuno sbarbatello, con la divisa blu a chiazze sono diventati veterani nell’offensiva che dura da ottobre per liberare la “capitale” del Califfo in Iraq. Mosul est è stata riconquistata, ma ad ovest, dove Abu Bakr al Baghdadi ha proclamato il Califfato nella moschea di Al Nuri, le truppe jihadiste combattono fino alla morte, come le SS a Berlino. Il tenente dei corpi speciali, Ahmed Galeb, ha pochi dubbi: “Non importa quanti bastardi ci sono ancora. Abbiamo abbastanza munizioni per farli fuori tutti”.

Terrorismo

I bunker dell’Isis

Abu Saif (Mosul) - “Invaderemo Roma, se Allah vuole” è la scritta in nero del grande murales dipinto sottoterra in una galleria bunker dello Stato islamico vicino all’aeroporto di Mosul. Alla luce delle torce, a 25 metri di profondità, la minaccia all’Italia appare ancora più lugubre. Le bandiere nere lo hanno dipinto con colori sgargianti e velieri islamici che puntano la prua verso il nostro Paese.Nella vecchia galleria della ferrovia che portava da Mosul a Baghdad le truppe jihadiste hanno creato addirittura un campo di addestramento e indottrinamento. Poi diventato un bunker anti aereo per i comandanti del Califfato e le loro famiglie. L’ingresso è semi bloccato da detriti e sembra quasi di scendere in una grotta. Ad un tratto, alla fine della scarpata, si apre un’ampia galleria lunga 2 chilometri e avvolta dal buio.

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