La nuova stagione dei rapporti tra Israele e America Latina

Senza categoria /

“L’Anno dell’America Latina”.

Così il ministero degli Esteri israeliano ha ribattezzato il 2026. Non è uno slogan: è un piano. E l’Argentina di Javier Milei ne è il perno.

Al centro ci sono gli Accordi di Isacco, annunciati lo scorso aprile da Milei e Netanyahu. Sulla carta si tratta di un’alleanza strategica in settori come tecnologia, commercio, sicurezza, lotta al terrorismo, all’antisemitismo e al narcotraffico. Il modello dichiarato sono gli Accordi di Abramo di Trump, il nemico evocato è l’Iran.

Ma nella realtà il progetto è più ampio e va oltre l’Argentina, estendendosi ad altri Paesi dell’emisfero occidentale “di tradizione giudaico-cristiana”. Giornalisti, opinion leader e leader studenteschi di sei Paesi sono già stati formati per contrastare le narrazioni ostili a Israele.

A giugno, un vertice con politici di undici Paesi ha fissato impegni precisi: adottare la definizione di antisemitismo dell’IHRA, che secondo i critici rischia di sovrapporre antisemitismo e critica al governo israeliano; spostare le ambasciate da Tel Aviv a Gerusalemme; e creare gruppi parlamentari filo-israeliani.

Alla base della svolta nelle relazioni con Tel Aviv ci sono l’ascesa dei governi di destra, la necessità di allinearsi con Washington, la possibilità di accedere alla tecnologia israeliana e la volontà di conquistare il voto evangelico. Ma l’opinione pubblica latino-americana resta in maggioranza critica verso Israele.