Il regno dei contrabbandieri

Lo Stato messicano, geograficamente situato in nord America ma culturalmente annoverato fra i paesi dell’America Latina, vive la sua doppia natura fra mille incongruenze e contraddizioni. Se da un lato è un paese esportatore di migranti, dall’altro ne è ricettore. Se da una parte subisce annualmente il razzismo e le deportazioni dei vicini americani del nord, dall’altro si comporta allo stesso modo con i vicini americani del sud. In questo marasmatico clima fatto di violenze, caos e vittimismo, i poli opposti dello Stato messicano sono magnificamente rappresentati proprio dalle sue frontiere. Se a nord il confine è ben delineato dalla presenza di un triplice muro in acciaio e cemento lungo più di mille chilometri, protetto da sensori di movimento, luci ad alta densità, scanner a infrarossi, termo rivelatori e droni, il confine sud con il Guatemala (e per un breve tratto con il Belize) è praticamente un colabrodo. Non c’è alcun tipo di controllo, le autorità di entrambi i Paesi non hanno la capacità di gestire l’ingente flusso di merci e persone in transito e questo con il tempo ha trasformato l’intera area nel regno del contrabbando. Da una parte ci sono le organizzazioni internazionali specializzate nel trasporto di veicoli rubati che seguono la direttrice che dal Messico porta sud, dall’altra parte ci sono i narcos che in assenza di dogane importano indisturbatamente la cocaina colombiana che verrà poi immessa nel mercato statunitense. In mezzo a questi grandi interessi miliardari, gli abitanti del posto si sono adoperati a loro volta, dando vita ad una prolifera industria del contrabbando che offre lavoro a migliaia di persone e che, soprattutto per lo stato del Guatemala, risulta essere un vero flagello per l’economia nazionale.