Eleonora Piergallini è nel centro storico dell’Avana, un tempo cuore del turismo dell’isola.
Questo è uno dei luoghi che oggi più risente della crisi: il blocco del petrolio imposto a gennaio dall’amministrazione Trump ha colpito duramente uno dei settori chiave dell’economia, già fortemente provato da quando, durante il primo mandato Trump, l’isola è stata inserita nella lista degli stati sponsor del terrorismo.
Una decisione presa senza che venisse fornita alcuna prova delle connessioni con il terrorismo e che ha portato sanzioni sempre più severe per la popolazione cubana.
Muoversi in città è diventato complicato e costoso. Un taxi comune per il centro è costato circa 800 pesos: cifre insostenibili per la gente che vive con uno stipendio medio tra i 4.000-5.000 pesos al mese.
La crisi si riflette soprattutto sui più giovani che non hanno prospettive, mentre si diffonde lo spaccio di droga e l’unico obiettivo, per molti, è lasciare il Paese.
In centro si vedono negozi privati ben forniti ma i prezzi sono inaccessibili per la popolazione locale: cibo, vestiti e beni di prima necessità possono costare molte volte lo stipendio mensile.
Intervistato da Eleonora, Ed Augustin, giornalista freelance da anni a Cuba e autore di un recente reportage sul New York Times, spiega: “La ferocia e la potenza delle sanzioni economiche statunitensi sono diventate tali che lo Stato non riesce più a proteggere la popolazione come faceva un tempo. Nel 2019, l’amministrazione Trump ha introdotto sanzioni di ‘massima pressione’ mirate a colpire l’economia cubana, e in gran parte ci sono riuscite.”
E mentre Cuba sprofonda in una delle più gravi crisi umanitarie della sua storia, molti temono un’azione militare statunitense.