Una lettera firmata da 22 Paesi e indirizzata alle Nazioni Unite per condannare le politiche repressive utilizzate dalla Cina nella regione autonoma dello Xinjiang. Il messaggio è stato recapitato al presidente del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, Coly Seck, e all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Michelle Bachelet. Gli ambasciatori firmatari hanno puntato il dito contro i metodi adottati da Pechino per controllare gli uiguri, la minoranza etnica turcofona e musulmana che abita l’estremo occidente cinese. A preoccupare la comunità internazionale ci sono pratiche come la detenzione su larga scala, la sorveglianza massiccia e le tante restrizioni cui devono sottostare gli abitanti della regione.

La risposta di Pechino: “Basta diffamare la Cina”

La risposta della Cina non si è certo fatta attendere. Pechino, stanco del giudizio dell’Occidente, non ha esitato a controbattere: “La lettera ignora i fatti. Ha diffamato la Cina con accuse ingiustificate sulla tutela dei diritti umani palesemente politicizzati e interferito gravemente negli affari interno del Paese”. Il messaggio del governo, veicolato dal portavoce del ministro degli Esteri cinese, Geng Shuang, è durissimo e suona come l’ennesimo avvertimento alle potenze straniere di non intromettersi nella politica interna della Cina. Geng ha invitato i firmatari della lettera ad abbandonare i pregiudizi, rispettare la Carta delle Nazioni Unite e non usare il tema dello Xinjiang per interessi personali. “Il governo e il popolo cinese – ha aggiunto il portavoce – hanno l’ultima parola sulle questioni inerenti allo Xinjiang e non possono né devono essere ostacolati da nessun attore esterno”.

La comunità internazionale e i diritti umani

Per dimostrare che il contenuto della lettera è una falsità, la Cina ha invitato l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, diplomatici, media e studiosi vari a visitare lo Xinjiang per confrontare le loro accuse con la presunta realtà dei fatti. I Paesi che hanno firmato la missiva hanno invitato il governo cinese a rispettare i diritti umani, la libertà religiosa e gli obblighi internazionali; cosa che Pechino non starebbe facendo a giudicare dal milione di uiguri detenuti in appositi centri di detenzione nello Xinjiang. La Cina ha sempre ribadito come le strutture tirate in ballo non siano campi di prigionia bensì centri di formazione professionale adibiti al recupero di persone entrate in contatto con il virus dell’estremismo islamico. Dopo due rivolte degli uiguri contro il potere centrale, nel 2009 e nel 2014, il Dragone ha scelto di usare il pugno duro per spegnere un pericoloso focolaio che avrebbe potuto estendersi in tutta la Nazione: da allora, in quest’area turbolenta, non si sono più registrati scontri.

Xinjiang sotto controllo

Tuttavia il prezzo da pagare, per gli abitanti, è stato altissimo. Molti musulmani devono sottostare a limitazioni pesanti e accettare un controllo ossessivo da parte delle autorità, che adottano i classici metodi tradizionali, come le perquisizioni, affiancati dalle più moderne tecnologie. È così che le telecamere dotate di riconoscimento facciale e particolari applicazioni in forza alla polizia consentono a Pechino di monitorare ogni passo, ogni acquisto, ogni intenzione di ciascun cittadino dello Xinjiang. Nelle ultime settimane due ulteriori notizie hanno spinto la comunità internazionale a intervenire con la lettera sopra citata. In particolare ci riferiamo alla scelta della Cina di separare i bambini dalle famiglie per contenere il rischio che i piccoli possano crescere a contatto con valori collegabili all’estremismo islamico, e al collocamento degli stessi in appositi campi di rieducazione.

L’assenza di Italia e Stati Uniti

Tornando alla lettera, tra i 22 Paesi firmatari troviamo, per l’Asia, Giappone, Canada, Australia; per l’Europa, Regno Unito, Svizzera, Francia, Germania. Mancano sia l’Italia che gli Stati Uniti: né Roma né Washington hanno deciso di sollevare il problema della violazione dei diritti umani nello Xinjiang alla Cina. Scelta geopolitica? Probabile, considerando che gli americani stanno cercando di raggiungere la pax commerciale con Pechino, mentre l’Italia ha da pochi mesi firmato un memorandum d’intesa per prender parte alla Nuova Via della Seta voluta da Xi Jinping.