Il presidente statunitense Donald Trump si trova a dover fronteggiare una lotta interna all’establishment per poter inserire l’organizzazione islamista radicale dei Fratelli Musulmani nella lista Fto (Foreign Terrorist Organizations) in seguito alla visita a Washington del presidente egiziano Abdelfattah al-Sisi il quale ha tenuto a ricordare l’importanza di misure contro l’organizzazione, già messa al bando da Egitto, Emirati Arabi, Arabia Saudita, Siria e Russia.

Una mossa che era già stata tentata da Trump nel 2017, ma il Dipartimento di Stato aveva stabilito che non vi erano i requisiti legali per poter procedere in quanto “i Fratelli Musulmani non sono un’organizzazione unitaria e non hanno un preciso modello consolidato di attività violenta”.

Ambiti istituzionali statunitensi e media pro-Fratellanza mettono in evidenza alcuni aspetti che, a loro dire, non renderebbero consono l’inserimento dell’organizzazione nella Fto list, aspetti che meritano però un approfondimento.

Assenza di un comando centrale e ideologia generica

Un primo punto incalzato dagli ambienti pro-Fratellanza è il fatto che l’organizzazione non avrebbe un comando centrale e nemmeno una precisa linea ideologica se non la devozione all’islam.

Un’osservazione quanto meno discutibile sulla quale è bene riflettere attentamente, in primis perché i Fratelli Musulmani sono un’organizzazione “ombrello” estremamente adattabile e mutevole ai differenti contesti socio-politici nei quali opera. Non è certo un caso che l’organizzazione si è espressa diversamente nei vari luoghi dove opera, che si tratti di Egitto, Siria, Pakistan, Turchia, Marocco, Tunisia, Gaza o altrove, in base alle opportunità offerte in ciascun contesto.

Due esempi eclatanti di modus operandi politico dei Fratelli Musulmani sono la Turchia di Erdogan e l’Egitto sotto Mohamed Morsi. In entrambi casi le elezioni “democratiche” dei rispettivi esecutivi a guida Akp e Fjp sono poi degenerate in una deriva autoritaria di stampo islamista. In Egitto il dramma è durato soltanto un anno ed è terminato con una rivolta popolare sostenuta dall’esercito; curiosamente in seguito alla caduta degli islamisti, l’Egitto è stato colpito da un’ondata di attentati, l’ultimo dei quali avvenuto domenica 19 maggio contro un bus di turisti.

Per quanto riguarda la Turchia “erdoganiana”, basta ricordare il sostegno turco ai jihadisti anti-Assad, i rifornimenti di armi intercettati e documentati, i leader jihadisti dell’Isis curati negli ospedali turchi e l’elenco potrebbe proseguire. Gli stessi “ribelli moderati” legati ai Fratelli Musulmani siriani hanno poi dimostrato tutt’altro che moderazione nei fatti.

Bisogna inoltre ricordare l’incitamento al jihad in Siria fatto dal leader spirituale dei Fratelli Musulmani, Yusuf Qaradawi, dalla sua base di Doha, in Qatar, dove è considerato uno dei massimi sapienti islamici.

Un’ulteriore riflessione va poi fatta sulla base ideologica in quanto non è corretto dire che non ve ne sia una che accomuna la Fratellanza: i pilastri portanti della loro dottrina restano infatti i principi e gli scritti di Hassan al-Banna, Sayyid Qutb e Mustafa Mahrur, personaggi certamente non moderati e basta analizzare le loro “opere” per prendere atto.

Riferimenti continui al jihad, ai miscredenti, al dominio dell’Islam a livello globale. Il motto dei Fratelli Musulmani è del resto da sempre: “Dio è il nostro obiettivo. Il Profeta è la nostra guida. Il Corano è la nostra costituzione. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza”. Il testo “Il Jihad è la Via” di Mustafa Mashhur, così come “Pietre Miliari” di Sayyid Qutb, sono due ottimi esempi di quel brodo radicale che abbraccia contemporaneamente sia l’ideologia politica che il passaggio all’estremismo violento.

Ciò che differenzia i Fratelli Musulmani all’interno della loro galassia non è l’ideologia, ma il modus operandi, la strategia, in quanto adattata in base al contesto di operazione e agli obiettivi da raggiungere.

Estremismo islamico e terrorismo sono fenomeni mutevoli, in particolare oggigiorno e non è possibile affrontarli adeguatamente facendo riferimento a concetti come “unitarietà dell’organizzazione” e “modello consolidato di violenza”. Lo stesso Isis ha del resto portato a un’evoluzione del fenomeno jihadista che ha rotto i vecchi schemi precostituiti.

L’esclusione della Fratellanza dalla politica

Un secondo punto evidenziato da chi si oppone all’inclusione della Fratellanza nella black list riguarda la teoria secondo cui un’eventuale esclusione degli islamisti dalla partecipazione politica porterebbe a una deriva radicale.

Vero è che tale deriva avviene quando all’interno di una determinata organizzazione o movimento vi è già il “seme” responsabile della radicalizzazione. Il punto è un altro. L’ideologia della Fratellanza può essere considerata estremista? L’errore più comune è quello di voler differenziare tra “estremista” e “terrorista”, sostenendo che se un gruppo rimane nel settore dell’estremismo allora si può ancora gestire, purché non sconfini nell’”estremismo violento” o “terrorismo. Una strategia che risulta però perdente in partenza visto che estremismo e terrorismo sono due facce della stessa medaglia.

Basti pensare al primato dell’esecutivo Morsi in un solo anno di governo, con la Arabic Netwrok for Human Rights Information che ha denunciato un numero di provvedimenti nei confronti dei giornalisti quattro volte maggiore rispetto all’era di Mubarak e ventiquattro volte maggiore rispetto a quella di Sadat. Tra questi casi figura anche l’arresto del famoso satirista Bassam Youssef, accusato di aver insultato l’Islam e il presidente egiziano Mohamed Morsi.

Eppure i Fratelli Musulmani, specialmente in Egitto, sono stati una delle grandi scommesse dell’amministrazione Obama per un possibile nuovo scenario mediorientale dove i vecchi e obsoleti regimi dovevano essere sostituiti da nuovi esecutivi “democraticamente eletti”, ma che di democratico e moderato hanno però dimostrato ben poco.

È pur vero che i Fratelli Musulmani hanno anche ricoperto un’utilità di non poco conto diventando intermediari di primo piano nelle zone di conflitto in Libia e Siria e per rendersene conto è sufficiente osservare attentamente i promotori delle varie campagne per la “Siria libera” in Europa e Stati Uniti. Se poi si vuole andare a esaminare fatti attuali che coinvolgono l’Italia, basti pensare alle milizie islamiste filo-Fratellanza (e non solo) legate all’esecutivo al-Serraj. È ammissibile sostenerle politicamente? La messa al bando della Fratellanza da parte di Trump solleverebbe anche questa problematica.

Un problema europeo

L’eventuale messa al bando dei Fratelli Musulmani diventerebbe anche un complesso problema a livello politico europeo e i sostenitori dell’inclusione politica dei Fratelli hanno ragione a sostenerlo.

Un possibile inserimento dell’organizzazione islamista nella lista Fto implicherebbe infatti una serie di misure che andrebbero a colpire i finanziamenti e le attività di membri dei Fratelli Musulmani anche nei paesi europei. Ora, tenendo presente che in Europa sono numerose le organizzazioni attive ricollegabili alla Fratellanza, anche per quanto riguarda la gestione di moschee e centri islamici ufficiali e considerando che certi ambiti hanno persino pensato di poter fare affidamento sui Fratelli Musulmani nel contrasto al jihadismo, la faccenda diventerebbe estremamente complicata.

Una situazione, quella attuale, che è conseguenza di decenni di inappropriate politiche, domestiche e internazionali, che non hanno tenuto conto del pericolo che comportava un progressivo sdoganamento della Fratellanza.

Eppure nel 2003 la Corte Suprema russa aveva dichiarato i Fratelli Musulmani un’organizzazione terrorista, con l’accusa di aver creato e coordinato la Majilis ul-Shura dei Mujahideen del Caucaso, un gruppo terrorista responsabile di numerosi attentati in territorio federale e con a capo Shamil Basaev e Emir al-Khattab.

Fatti di vecchia data? Neanche tanto, perché nell’ottobre 2015, in seguito all’inizio della campagna aerea russa contro i terroristi islamici in Siria, il ramo siriano dei Fratelli Musulmani aveva minacciato Mosca tramite l’addetto media Omar Mushawah:“Noi, i Fratelli Musulmani, confermiamo che stiamo assistendo a una vera e propria occupazione russa…e resistere l’occupante è un dovere legittimo”. Un altro comunicato ufficiale giungeva poi dal sito dell’organizzazione dei Fratelli Musulmani, dove l’intervento russo contro i jihadisti veniva spacciato per attacco contro l’Islam sunnita da parte di Russia, Iran e Egitto. Il comunicato dei Fratelli Musulmani invocava poi una resistenza come quella in Cecenia e Afghanistan.

Ironia della sorte, oggi Trump chiede al Dipartimento di Stato di mettere al bando i Fratelli Musulmani, quello stesso Dipartimento di Stato che nel gennaio 2015 (ben dopo la caduta di Morsi) ospitava una delegazione di leader legati ai Fratelli Musulmani egiziani. Un membro della delegazione nonché membro dell’Egyptian Revolutionary Council, Walid al-Sharaby, veniva immortalato mentre faceva il segno delle quattro dita di Rabaa davanti alla bandiera statunitense e al logo del Dipartimento di Stato. Nella delegazione erano inoltre presenti anche Gamal Heshmat, Abdel Mawgoud al-Dardery (due alti membri della Fratellanza) e Maha Azzam, presidente dell’Egyptian Council for Revolution, fondato a Istanbul nel 2014 con l’obiettivo di contrastare il neo-presidente egiziano Abdelfattah al-Sisi.

Insomma, la faccenda del potenziale inserimento della Fratellanza nella lista delle Fto è terribilmente intricata e se per ora è un problema, l’ennesimo, che coinvolge l’amministrazione Trump, in caso di esito positivo rischia di diventarlo anche per l’Unione Europea, Italia inclusa.