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Gli Stati Uniti provano per l’ennesima volta a sdoganare i jihadisti da utilizzare a proprio uso e consumo in Medio Oriente; una strategia vecchia, fallimentare e che ha portato soltanto devastazione, ma a Washington sembrano non voler apprendere la lezione. E’ così che se nel 2013 il Dipartimento di Stato americano inseriva nella black list dei terroristi internazionali Muhammad al-Julani, ex comandante in ciò che era una volta lo Stato Islamico d’Iraq, già arrestato dagli americani, poi liberato e divenuto leader della branca siriana di al-Qaeda, ora nota come Hayyat Tahrir al-Sham/Hts (ex Jabhat al-Nusra), oggi tale personaggio diventa una star mediatica e politica per mano del Public Broadcasting System (Pbs). Il conduttore della trasmissione “Frontline“, Martin Smith, si è infatti recato nella zona di Idlib per una lunga intervista con il leader jihadista su cui pende anche una taglia da 10 milioni di dollari (con inserzione anche su sito Fbi).

L’obiettivo della lunga intervista è chiaro: tentare di legittimare politicamente al-Julani e i suoi per intraprendere l’ennesimo maldestro tentativo di mostrare una parvenza di opposizione ad Assad, un’improbabile alternativa in salsa islamista ma non jihadista; un qaedista rinnegato che ora tenta di mostrarsi “moderato” (un po’ come i famosi “ribelli moderati” della rivolta del 2011 che poi di moderato hanno mostrato ben poco), pentito di aver fatto parte di al-Qaeda (con tanto di giuramento di fedeltà ad al-Zawahiri nell’aprile del 2013), ma precisando di non aver mai perpetrato attacchi al di fuori della Siria. Curiosamente, la stessa scusante utilizzata dall’inviato speciale del governo Usa per la Siria, James Jeffrey (sia durante l’amministrazione democratica che sotto Trump) che nel febbraio dello scorso anno, nel tentativo di sdoganare i qaedisti siriani, aveva dichiarato che “dopotutto Hayyat Tahrir al-Sham non aveva pianificato o perpetrato attacchi a livello internazionale (fuori dalla Siria)” e che “in alcune circostanze potevano anche diventare interlocutori”, dunque da rimuovere dalla black list del terrore.

Ebbene, Jeffrey lo ha ribadito, perché a suo dire Hts è “il male minore” tra le differenti opzioni in campo, un asset degli Stati Uniti in uno dei luoghi più importanti del Medio Oriente. Dichiarazioni agghiaccianti che non possono non scatenare lo sdegno di chi si occupa di analisi sul terrorismo. Secondo il ragionamento di Jeffrey infatti, Hayyat Tahrir al-Sham non andrebbe considerata terrorista in quanto ha commesso attentati solo a livello domestico, in territorio siriano. Ammesso che ciò sia credibile, per Jeffrey le vittime siriane del terrorismo jihadista non avrebbero alcun valore rispetto a quelle di altri Paesi? Perchè la teoria va chiaramente in quella direzione ed è estremamente preoccupante.

Se utilizziamo la definizione forse attualmente più oggettiva di “terrorismo”, quella del Dr. Boaz Ganor dell’International Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, secondo cui in sunto trattasi di “violenza perpetrata nei confronti di obiettivi civili con fini politici”, ci si può rendere conto quanto irrazionale sia l’esternazione di Jeffrey, che fa invece leva sui concetti di “territorialità” e “giusta causa” (in territorio siriano e in nome della lotta contro Assad); i medesimi principi utilizzati da attori come Hamas e l’Iran (contro Israele, in nome del Jihad).

Il lupo perde il pelo ma non il vizio

La strategia del proxy jihadista non è certo una novità, ma risale all’epoca dell’invasione sovietica dell’Afghanistan (1979-89) quando la Cia foraggiò, armò e addestrò i cosiddetti “mujahidin” contro Mosca, molti dei quali erano però volontari provenienti da vari Paesi arabi ed arabofoni (Arabia Saudita, Giordania, Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria…) che avrebbero poi fondato proprio al-Qaeda, a fine conflitto.

Alcuni di questi, una volta rientrati nei propri Paesi d’origine, diedero il via al jihad domestico (vedasi la Gamaa al-Islamiyya in Egitto, il Gspc in Tunisia e il Gia in Algeria) con una serie di sanguinosi attentati. Attenzione però, perchè anche in questo caso Washington trovò il modo di utilizzarli come proxy, inviandoli in Bosnia durante il conflitto contro i serbi (1991-95), lunga mano di Mosca nei Balcani ed anche in Cecenia dove perpetrarono crimini di ogni genere. Basti pensare a personaggi del calibro di Anwar Shabaab e Emir al-Khattab, entrambi ex “mujahidin”, leader rispettivamente dell’unità “el-Mudzahid” a Zenica e dell’internazionale jihadista di Cecenia.

Anche nel caso della Siria i jihadisti tornano utili e ciò nonostante il tentativo già fallito durante le cosiddette “Primavere Arabe” e così, pur di non mollare l’osso, a Washington sono pronti a sdoganare persino i tagliagole di al-Qaeda, purché si pentano però ed è così che riparte la macchina della propaganda e con una sfacciataggine che sbigottisce. Durante l’intervista infatti al-Julani è arrivato ad affermare che il jihad in Siria non rappresenta un pericolo per l’Europa e l’America in quanto l’area non è trampolino di lancio per il jihad all’estero. Chissà cosa avrebbero da dire le vittime dei vari attentati perpetrati in Europa ed in particolar modo in Francia, Belgio, Spagna e Gran Bretagna. Un vero e proprio insulto alle vittime del terrore jihadista, ma a Washington possono permettersi questo ed altro.

Al-Julani e “company” hanno una risposta per tutto ed è così che attivisti, giornalisti e reporter (ben 73 secondo la Commissione Onu) finiti in galera a Idlib per aver osato criticare i jihadisti di Hts diventano magicamente “spie russe” e “agenti del regime”. False anche le denunce della Commissione per quanto riguarda torture, abusi sessuali e violazioni dei diritti umani; Julani ha infatti raccontato a Smith di essere pronto a far entrare commissioni per i diritti umani nelle prigioni di Hts, per mostrare loro come sono trattati bene i detenuti e se lo dice Julani non vi è motivo di dubitare.

L’esperto di terrorismo del Washington Institute for Near East Policy, Aron Zelin, che conosce molto bene il profilo di al-Julani, ha ragione quando si chiede come si possa ritenere credibile un personaggio con tale trascorso che sta solo cercando di sopravvivere e di restare al potere. L’unico modo per riuscirci è fare esattamente ciò che sta facendo, quello che vuole Washington.

Piccolo dettaglio, durante l’intervista, Smith ha chiesto ad al-Julani se Hts fosse pronta a rilasciare il giornalista statunitense Bilal Abdul Karim, arrestato nell’agosto del 2020. Il leader jihadista ha risposto che il caso dipendeva dalle autorità giudiziarie, ma curiosamente il giornalista è stato rilasciato due settimane dopo l’intervista.

Così, mentre la Siria cerca di ritrovare una parvenza di normalità dopo anni di devastante guerra civile, c’è chi ancora una volta architetta “rivolte popolari”, sdogana tagliagole che diventano “legittima opposizione politica” e tutto ciò affianco dell’alleato turco esportatore di jihadisti in Siria e Libia. E’ proprio a Idlib infatti che militari turchi vennero immortalati in un filmato lo scorso anno a fianco dei jihadisti al grido “Allahu akbar“, ma questa è un’altra storia.

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