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Da gendarmi del mondo a “esecutori” del mondo, gli Stati Uniti hanno da tempo varato una precisa politica strategica che si basa sul colpire i nemici decapitando le organizzazioni terroristiche. L’ultimo colpo, quello che ha portato all’uccisione di Ayman al-Zawahiri, è un segnale preciso. L’intelligence americana, nonostante il ritiro dall’Afghanistan avvenuto l’anno scorso, ha seguito le tracce, individuato l’obiettivo e colpito non in un’area remota del Paese, ma addirittura a Kabul, nel cuore dell’Emirato islamico a guida talebana. Un’uccisione che dice almeno due cose. La prima, che Al-Zawahiri era nella capitale afghana e si sentiva protetto dalla leadership dell’Emirato, considerato che la casa era di un uomo legato alla rete Haqqani. La seconda, che gli Stati Uniti possiedono ancora una rete di intelligence adeguata alle mutate esigenze Usa nel Paese al punto da riuscire a colpire l’ideologo di al-Qaeda con un drone.

È proprio da questo secondo punto che bisogna partire per comprendere come l’azione di Washington abbia un significato ben più profondo rispetto a quello della “sola” decapitazione dell’organizzazione terroristica. Perché seguire, localizzare e infine uccidere un avversario circondato per anni da un fitto alone di mistero indica che l’intelligence statunitense ha svolto un lavoro complesso basato anche su una rete di infiltrati e collaboratori all’interno dell’Afghanistan e probabilmente nella stessa rete più vicina al medico egiziano. Qualcuno sospetta che dietro l’ordine finale di dare il via all’operazione vi sia stato un tradimento. Forse un gioco di faide, vendette trasversali, regolamenti di conti tra vecchi nemici accomunati di fatto solo dall’odio ideologico nei confronti dell’America ma ben divisi sulla spartizione del potere dentro l’Emirato islamico. Washington probabilmente ha saputo sfruttare al meglio queste divisioni per infliggere il colpo: forse, come spiega Guido Olimpio sul Corriere, anche all’interno di un negoziato con gli stessi “studenti coranici” desiderosi di “vendere” l’uomo di Al Qaeda per ottenere qualcosa in cambio. Quello che in ogni caso è certo è che la Cia, e con essa tutto l’apparato Usa che ha contribuito all’eliminazione di Al-Zawahiri, ha centrato l’obiettivo non solo fisico, ma anche politico: far capire che quanto accade a Kabul non è estraneo alle logiche americane. E che i nemici di Washington, prima o poi, saldano il conto.

La metodologia è la stessa applicata con altri nemici giurati del governo americano. Accomunando in questo senso tutte le amministrazione Usa, siano esse democratiche che repubblicane. Barack Obama portò come trofeo di caccia la morte di Osama bin Laden. Donald Trump fece uccidere il generale iraniano Qasem Soleimani mentre era in Iraq, considerato di fatto un leader terrorista vista la definizione che danno dei Pasdaran, e del califfo dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi in Siria. Poi, con l’avvento di Joe Biden, sono arrivate la morte Abu Ibrahim al-Hashemi al-Qurashi, di Abu Hamzah al Yemeni, leader del gruppo Hurras al Din (legato ad Al-Qaeda), e la cattura di Ahmed al-Kurdi, noto come Salim, altro uomo-chiave del terrorismo islamico in Siria. Segnali non diversi sono arrivati anche dopo il ritiro Usa da Kabul, quando il presidente dem annunciò che Washington si sarebbe vendicata dell’Is-K in Afghanistan dopo l’attentato all’aeroporto della capitale. Dopo quell’annuncio, un drone Usa uccise uno dei pianificatori dell’attacco scovandolo nella provincia di Nangarhar, a est del Paese. Dalla Siria all’Afghanistan, dunque, l’avvertimento Usa è quello che la capacità di colpire non viene mai rimossa. Washington sa dove compiere la propria rappresaglia, utilizzando una rete di intelligence che appare ancora in linea con le proprie aspettative. Ed è un segnale anche per chi ritiene che il ritiro dalle “guerre infinite” si traduca in un disimpegno totale rispetto al Paese coinvolto in quei conflitti.

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