n soli due anni, la provincia più settentrionale del Mozambico, un tempo idilliaco e remoto paradiso tropicale dall’esplosivo potenziale economico, si è trasformata in un campo di battaglia, tenuto in ostaggio da una rivolta di stampo islamico.

Chi siano esattamente gli insorti, o che cosa vogliano, resta un mistero. La milizia è stata battezzata dai locali e dai media col nome di Al Shabaab, ma non è stato possibile accertare legami inequivocabili con l’omonimo gruppo somalo.

Persino il governo del Mozambico resta vago al riguardo (oltre che ansioso di mantenere il proprio popolo all’oscuro della faccenda). Al momento, i giornalisti sono banditi dalla regione e la milizia stessa non ha ancora mai diffuso comunicati ufficiali. Le violenze infuriano nell’intera provincia e contro chi stiano combattendo le forze governative è tuttora oscuro.

Ciò che, al contrario, è ben chiaro è che il Mozambico non ha modo di attingere all’enorme ricchezza di risorse naturali presenti nel nord, in un Paese che è disperatamente alla ricerca di possibilità di investimento e dove oltre il 50% della popolazione vive in condizioni di povertà.

L’impennata di violenza si è manifestata poco dopo la scoperta di giacimenti di gas naturali nel territorio della provincia. I 30 miliardi di dollari di profitti stimati, risultanti dallo sfruttamento delle risorse intatte, avrebbero dovuto rappresentare un miracolo economico per la costa isolata di Capo Delgado, un territorio paralizzato dalla disoccupazione e afflitto da un sistema d’istruzione avvilente.

Invece, la scoperta del bacino di gas è divenuta oggetto di contesa all’interno della regione settentrionale. I locali stanno tuttora aspettando di ottenere benefici significativi dallo sfruttamento delle risorse, spiega il dr. Eric Morier-Genoud, studioso esperto del Mozambico presso la Queen University di Belfast. “Le aspettative erano alte, ma ci sono state ben poche ricadute favorevoli”, afferma Morier-Genoud.

Non solo: i residenti stanno perdendo i terreni in loro possesso a causa dello sviluppo delle infrastrutture, in cambio di indennizzi insufficienti. Secondo un’opinione diffusa, questa sarebbe la genesi della lotta armata.

Simone Haysom, analista di ampia esperienza presso l’Iniziativa Globale contro il Crimine Organizzato, conferma che la rabbia gioca un ruolo centrale, tuttavia esita nell’individuarvi l’origine dei disordini. “C’è senz’altro qualcosa che vale la pena esaminare nello scontento che circonda la distribuzione dei profitti derivati dallo sfruttamento delle risorse”, spiega Haysom, ciononostante resta dubbiosa sulla possibilità che l’insoddisfazione si sia manifestata in una resistenza armata di tale portata.

La provincia di Capo Delgado è stata colpita dalle milizie per la prima volta nell’Ottobre 2017, quando i rivoltosi hanno condotto una serie di attacchi, ben coordinati e dall’esito fatale, contro le stazioni di polizia e i presidi militari nella città costiera di Mocímboa da Praia. Da allora, sono aumentate le aggressioni violente da parte dei ribelli. Assalti a villaggi, case date alle fiamme, rapimenti e pubbliche decapitazioni sono divenuti avvenimenti comuni in una provincia che, fino a due anni fa, stava godendo di un periodo di pace.

Haysom, che ha redatto un rapporto dettagliato sulle violenze nel nord del Mozambico, ha sottolineato la mancanza di chiarezza intorno all’insurrezione.

“Nessuno sa veramente fino a che punto i rivoltosi siano organizzati”, afferma. “Nessuno capisce del tutto perché stiano facendo ciò che fanno o cosa abbia innescato, in prima battuta, le violenze”. Le motivazioni degli insorti sono oscurate da un’ombra di incertezza, ma resta esteso l’utilizzo di tattiche violente, che generano una profonda preoccupazione negli abitanti. La ribellione ha fatto sprofondare la provincia in una situazione di violenza e instabilità talmente grave che nel Giugno 2018 diverse compagnie dedite all’estrazione di petrolio e gas hanno interrotto l’attività nel territorio, annunciando la sospensione dei lavori fino alla cessazione della minaccia jihadista. Un esempio seguito poco dopo da Stati Uniti e Regno Unito, che hanno esortato i rispettivi cittadini ad abbandonare la regione.

“Le violenze si sono estese e l’intensità dell’insurrezione è aumentata”, spiega Morier-Genoud. Lo studioso mette in guardia quanto alle caratteristiche scioccanti delle aggressioni, la frequenza delle decapitazioni, ormai divenute una pratica regolare, e il fatto che i rivoltosi si sono fatti più audaci nel condurre gli attacchi.

“All’incirca a partire dall’ultimo mese, gli assalti hanno iniziato ad avere luogo durante il giorno. Cosa che prima non accadeva”, avverte. “Sono più sicuri di sé e più aggressivi. In questo senso, il cambiamento è evidentE”.

Il governo si mostra cauto, conscio dell’impressione che i potenziale investitori possono ricavare dalla situazione, e finora si è mantenuto vago nel dipingere le circostanze e nel delineare la strategia che, dalla capitale di Maputo, si intende adottare per contrastare la ribellione. Si tratta di una mancanza di chiarezza preoccupante, soprattutto a seguito della rivelazione che il Lancaster 6 Group, la compagnia di sicurezza privata di proprietà di Erik Prince, noto fondatore dell’agenzia militare Blackwater, si sarebbe offerto di occuparsi della minaccia islamista per conto del governo.

Le proposte di assistenza da parte di aziende private possono risultare particolarmente allettanti per l’amministrazione del presidente Filipe Nyusi, il cui scopo è impedire che gli occhi indiscreti degli altri paesi si affaccino sulle risorse naturali intonse nella regione settentrionale.

Un’altra teoria sulla natura della rivolta è che le violenze siano in realtà pilotate dalla criminalità organizzata, che con la sua attività a Capo Delgado sta rendendo indistinguibile il confine fra crimine e terrorismo. La provincia costiera costituisce una tappa importante nel traffico di eroina attraverso l’Africa orientale, da dove la droga raggiunge l’Europa. La tratta commerciale illegale sta prendendo sempre più piede nella regione e fa circolare, all’interno dell’economia locale, 100 milioni di dollari all’anno.

Egidio Vaz, analista politico per l’organizzazione mozambicana di matrice non-governativa Irex, ritiene che la criminalità, piuttosto che l’ideologia religiosa, sia la probabile causa delle violenze.

“Il conflitto è scoppiato in un momento in cui i governi di Tanzania e Mozambico stanno dando un giro di vite alla lotta contro la caccia e la pesca di frodo, e contro le attività minerarie illegali”,  ha riferito Vaz in un’intervista a Deutsche Welle. “Inoltre, i controlli ai confini sono stati rinforzati, e si stanno ideando strategie più efficaci per proteggere la flora e la fauna”.

La preoccupazione ruota intorno al fatto che, fino a poco tempo fa, il crimine organizzato fosse in grado di agire apertamente, con minime interferenze da parte delle autorità. Molti, pertanto, hanno ipotizzato una convergenza fra la rivolta e un complesso di azioni offensive, attuate in un momento strategico, da parte di reti di contrabbando propense alla violenza.

Il legame fra azioni violente e crimine organizzato, tuttavia, non è universalmente accettato. “Credo che la questione della connessione fra gli episodi di sangue nel nord e i network criminali esistenti non sia granché chiara,” osserva Simone Haysom. “Non abbiamo trovato prove dell’esistenza di un legame significativo fra le milizie e la rete della criminalità organizzata in Mozambico.”

Haysom aggiunge, nella sua spiegazione, che il crimine organizzato mozambicano non è particolarmente violento, al contrario delle bande di narcotrafficanti in Messico, alle cui dipendenze si contano centinaia di soldati pesantemente armati.

“Sono stati in grado di operare grazie alle strategie economiche in atto nel nord, dove i profitti illeciti godono di un alto livello di protezione politica. In quel contesto, il crimine organizzato non ha bisogno di smobilitare bande di milizie”, spiega Haysom. “Gli basta pagare le persone giuste e intessere relazioni con le gerarchie del partito di maggioranza”.

Anche Eric Morier-Genoud è scettico riguardo alle connessioni col crimine organizzato, e individua piuttosto un’ideologia forse ispirata al modello di Boko Haram in Nigeria.

“La mia lettura del fenomeno è che si tratti di una setta religiosa, in un certo senso come Boko Haram”, afferma. “Si trattava di un fenomeno religioso, che ha cercato di stabilire una propria società basata sulla Sharia, separata dallo Stato”.

Il Mozambico ha disperatamente bisogno del flusso di profitti che lo sfruttamento del giacimento intatto di gas naturali potrebbe generare. La nazione si sta tuttora riprendendo da decenni di conflitti devastanti e, solo il mese scorso, un ciclone ha investito il paese, provocando un immenso disastro umanitario. Nonostante non si conoscano gli scopi dei rivoltosi, è ben noto che, fra i residenti della provincia, il sentimento generale è che non vi sarà alcun beneficio risultante dalla scoperta del gas. Le risorse naturali potrebbero rappresentare una forza sufficiente a unire il paese, ma ciò si realizzerà solo se diminuirà la corruzione a livello statale e se agli abitanti del luogo sarà concesso ciò che è loro dovuto.

Traduzione di Maria Luisa Grasso