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Terrorismo

Una lunga scia di sangue: l’Indice Globale del Terrorismo racconta il 2023

Più attacchi, più morti e l'impatto sconvolgente degli attacchi di Hamas del 7 ottobre: un nuovo report fa il punto sul terrorismo globale

Qual è l’impatto del terrorismo sugli equilibri socio-politici di una nazione? Dov’è che gli attacchi sono stati più frequenti nel corso del 2023? Quali sono le ragioni per cui un Paese finisce nel mirino di gruppi pronti a imporsi con il potere delle armi? A cercare di rispondere a queste domande, fornendo un quadro analitico che allo stesso tempo colpisce allo stomaco, pensa il Global Terrorism Index, report prodotto dall’Institute for Economics & Peace, un centro di ricerca con sedi sparse in giro per il mondo e che si occupa di tastare il polso a fenomeni globali per poi produrre studi che possono essere utili ad analisti ed esperti di geopolitica.

Venendo al terrorismo, il Global Terrorism Index è un documento particolarmente interessante che, contrariamente a quanto si possa pensare, non è utile solo agli addetti ai lavori. Sono stati anni intensi nei quali i mutati scenari geopolitici hanno modificato la nostra percezione della quotidianità. La lettura di questo documento può rallentare il flusso di queste informazioni e consentire di analizzare il fenomeno del terrorismo globale con una visione scientifica che non rinuncia al lato umano. 

Mortalità in aumento, attacchi in calo

Il primo dato che colpisce è il tasso di mortalità degli attacchi terroristici, aumentata del 22%. Nel 2023 sono state registrate 8.352 morti legate ad attacchi terroristici, il livello più alto dal 2017. Va detto che a determinare questa escalation è l’attacco di Hamas del 7 ottobre, ma anche senza questo episodio le morti sarebbero comunque aumentate del 5%. Mentre il numero di uccisioni è salito, sono diminuiti, di circa il 22%, gli attacchi, possiamo quindi dedurre che si sono verificati meno attacchi ma più mortali. 

Mentre il terrorismo in Occidente è sceso al livello più basso degli ultimi 15 anni, il Continente Africano continua ad essere il più colpito. In occidente, nel 2023, sono stati registrati 23 attacchi, un drastico calo se si pensa al picco del 2017 nel quale si registrarono 176 attacchi. Dei 23 episodi registrati in Occidente, 16 si sono verificati negli Stati Uniti. Solo negli USA e in Belgio si sono verificate delle morti: si contano infatti 21 uccisioni. È importante segnalare che gli attacchi verificatisi in Occidente non sono solo di matrice religiosa ma anche politica: cinque degli attacchi verificatisi negli Stati Uniti sono legati a individui collegabili all’estrema destra. 

Tensione in Europa, terrore in Africa, Medioriente e Asia

La grande paura dell’Occidente è che le conseguenze della guerra mossa da Israele, con attacchi che hanno portato all’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, possa generare anche in Europa tensioni nei confronti delle istituzioni ebraiche. Cosa che in parte si è già verificata e di cui ci giunge notizia dagli apparati di polizia tedeschi che dichiarano di aver sventato attentati terroristici contro obiettivi ebraici. Un quadro che si interseca con le tensioni politiche in atto e con le ulteriori tensioni in vista delle elezioni sia in Europa sia negli Usa. Uno scenario complesso al quale l’intelligence europea deve far fronte e che la investe in un profondo impegno sul campo. 

Ma torniamo al terrorismo. L’impatto maggiore lo ha nell’Africa sub-sahariana, nel Medio Oriente, nel Nord Africa e nell’Asia Meridionale. Per la prima volta Iraq e Afghanistan vedono migliorare la loro situazione rispetto ai dati drammatici del 2007. Va detto però che il report non tiene conto, in Afghanistan, degli atti violenti compiuti dai talebani, usciti dal campo di ricerca con la loro conquista del potere. 

Ad essere la più colpita dal terrorismo è l’Africa sub-sahariana, dove si è registrato un numero di morti maggiore rispetto a qualsiasi altra regione del mondo, un aumento della mortalità del 21% rispetto al 2022. L’impatto del terrorismo è concentrato nella regione del Sahel centrale, dove si trovano cinque dei dieci Paesi più colpiti. Vi sono inoltre dei segnali che l’attività terroristica nel Sahel si stia diffondendo nei Paesi vicini come il Benin e il Togo. Il terrorismo si nutre di conflitti ed è proprio in Paesi in condizione di conflitto che si è verificato il 90% degli attacchi terroristici. Il più colpito è il Burkina Faso, nel quale si sono verificati 258 attacchi che hanno mietuto 2000 vittime, il loro tasso di mortalità è aumentato del 68% con ben metà delle vittime tra i civili. L’impennata del terrorismo ha coinvolto anche i paesi confinanti, tra cui Mali e Niger. 

ISIS e gli altri

Stando al report, il gruppo terroristico più letale al mondo rimane lo Stato Islamico (IS) nonostante i suoi affiliati siano diminuiti del 17%. Il gruppo terroristico ha intensificato gli attacchi in Siria (224 attacchi nel 2023) ed è attiva costantemente in altri Paesi, come Nigeria, Burkina Faso, Iran. Lo Stato Islamico ha raddoppiato il suo territorio in Mali e in alcune aree del Paese la sua unica concorrenza è Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen (JNIM), altro gruppo terroristico, il più attivo in Burkina Faso. Anche in Mali, l’attività del JNIM è aumentata, ha compiuto 76 attacchi che hanno mietuto 263 vittime.

Il maggior numero di morti negli attacchi terroristici del 2023 vede responsabili quattro gruppi terroristici. Lo Stato Islamico (IS), Hamas, Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen (JNIM) e Al-Shabaab. Sono responsabili di 4.443 morti, oltre il 75% delle morti per terrorismo nel 2023, una trasformazione significativa nell’ultimo decennio se si pensa che nel 2014 erano responsabili di meno del 25% delle vittime. Va detto che nelle valutazioni, molti degli attacchi non vengono attribuiti ad alcun gruppo.  I Paesi con il maggior numero di attacchi non attribuiti a un gruppo sono stati Myanmar, Burkina Faso, Mali e Pakistan. Gli attacchi che causano pochissime vittime tendono a rimanere anonimi. Proprio il Pakistan ha registrato il maggior numero di attacchi terroristici, ben 490.

Terrorismo e criminalità organizzata

Il terrorismo ha colpito in 41 Paesi e sebbene sia un dato in calo, va detto che i gruppi si intersecano a scenari sociali complessi e interagiscono con le organizzazioni criminali dei territori. La loro interazione avviene in modi diversi, dalla coesistenza, cooperazione, alla convergenza in un unico gruppo. Quindi il livello della criminalità organizzata è un indicatore da non sottovalutare poiché esprime, in questi casi, l’impatto del terrorismo. L’azione dei gruppi terroristici è complementare alla criminalità organizzata, ne cooptano il sostentamento economico illecito arrivando addirittura a tassare le organizzazioni criminali garantendo protezione al trasporto di merci illecite. Le commistioni sono tante, i mercati criminali sono attivi nel traffico di esseri umani e nel traffico di armi. 

Basti pensare che lo Stato Islamico (IS) è stato in grado di generare 2,9 miliardi di dollari di entrate annuali dalle sue attività illecite, tra le quali i rapimenti, la tassazione forzata e il contrabbando di petrolio, sottratto ai territori che è riuscito a controllare in Iraq e Siria.

Gli attacchi terroristici sono “contagiosi”, tendono a concentrarsi in brevi periodi di tempo e in aree specifiche. Un indicatore dell’espansione territoriale dei gruppi terroristici, come il JNIM (Jamaat Nusrat Al-Islam wal Muslimeen) sono i rapimenti con scopo di riscatto e gli atti violenti, attività che diminuiscono con il pieno controllo del territorio. Già perché una caratteristica dei gruppi terroristici è chiara, o crescono o muoiono. La maggior parte dei gruppi terroristici non sopravvive nel lungo periodo, la loro durata media è di tre anni. Dei 139 gruppi attivi nel 2007, oggi se ne contano attivi solamente 25. 

Il terrorismo rimane una violenza particolarmente impattante poiché il suo target rimane il caos e la paura, contano inoltre sull’amplificazione mediatica. Un attacco terroristico può radicalmente modificare l’assetto emozionale di una comunità allontanandola di molto dalla prospettiva della pace e spingendola, verso un maggiore sostegno a partiti politici estremisti. 

Il modo in cui si affronta il terrorismo varia da Paese a Paese, poiché ogni area ha le sue esigenze e necessita di una precisa strategia. Nei Paesi dell’OCSE vi sono diversi fattori associabili al terrorismo, disoccupazione giovanile, la spesa militare, la mancanza di fiducia nella stampa e una minore aspettativa di vita corretta per la disuguaglianza. Nei Paesi non OCSE i fattori associabili sono la storia di violenza interna, conflitti interni, corruzione e attriti con i paesi vicini. C’è sicuramente un dato in comune a tutti i Paesi del mondo: il terrorismo è più presente dove vi è meno rispetto dei diritti umani. 

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