È il 24 aprile 2015, un blitz delle forze dell’ordine tra Olbia, Roma, Bergamo, Civitanova Marche, Sora e Foggia smantella una cellula pericolosa ed attiva di Al Qaeda. Sono quelli i mesi in cui l’Isis fa parlare di sé per via delle avanzate tra Siria ed Iraq, ma l’organizzazione terroristica fondata da Osama Bin Laden riesce ad essere ancora molto incisiva e sotto la lente di ingrandimento da parte degli inquirenti. Quel giorno le manette scattano in totale per 11 soggetti, quasi tutti pachistani. Secondo l’impianto accusatorio poi presentato in fase processuale, sussistono prove sufficienti per ritenere che la banda fosse impegnata nella realizzazione di attentati in Italia ed in Pakistan. Per cinque di loro viene richiesto l’ergastolo. Il processo va avanti ma da dicembre i fermati vengono rilasciati: i presunti affiliati ad Al Qaeda, per decorrenza dei termini di custodia cautelare, sono attualmente tutti liberi.
La pericolosità della cellula di Al Qaeda
Non solo attentati in progetto, ma anche azioni terroristiche già portate in porto. Una, tra tutte, costa la vita nell’ottobre del 2009 a 137 persone. La mattanza avviene in un mercato storico di Peshawar, città pakistana non lontana dal confine con l’Afghanistan. Gli autori della strage fanno parte di un gruppo denominato “I soldati degli amici del Profeta“, una costola di Al Qaeda. I miliziani pianificano questo ed altri attentati, realizzati tutti in patria, dal nostro Paese. L’operazione del 24 aprile 2015 sopra richiamata, scopre infatti che tutto parte dall’Italia: finanziamento, base logistica, armi e soldi. In particolare, un filone importante dell’inchiesta che stronca la banda jihadista porta ad Olbia. Qui vive, conosciuto come un importante imprenditore pakistano, Sultan Wali Khan. Si tratta di un elemento giudicato pericoloso e radicalizzato, capace anche grazie alla sua forza economica di spingere il gruppo di terroristi ad intraprendere pericolose azioni terroristiche.
Tra i complici principali figura Hafiz Muhammad, capace anch’egli di procurare soldi e finanziamenti da spedire dall’Italia verso il Pakistan. Nelle loro intercettazioni parlano di nuovi atti terroristici da effettuare, spunta anche il progetto di un attacco contro il Vaticano. Per questo nel 2015 la Digos interviene. Oltre ai due sopra citati, le manette scattano per Imitias Khanm, Siyar Khan, anche loro pakistani, oltre che per l’afghano Yahya Ridi Khan. Loro vengono considerati gli elementi più pericolosi. A coadiuvarli altri complici residenti sempre in Italia: Muhammad Siddique, Ali Zubair, Ghani Sher, Ul Haq Zaher, Shah Zubair e Niaz Mir. Solo per i primi cinque viene chiesto l’ergastolo durante il dibattimento, per gli altri la pubblica accusa porta avanti richieste pesanti ma minori mentre Niaz Mir risulta l’unico per il quale si chiede l’assoluzione.
Nelle intercettazioni saltano fuori frequenti viaggi in Pakistan, spostamenti nelle zone poste vicino ad Abbottabad, il luogo dell’ultimo nascondiglio di Osama Bin Laden, prediche a favore dello stesso fondatore di Al Qaeda ed inquietanti propositi futuri. A partire dalla progettazione di attentati sia in patria che nel nostro paese. Ecco perchè il pm chiede l’ergastolo per cinque di loro. Secondo inquirenti e magistrati, la cellula è composta da gente determinata a far del male ed attrezzata per colpire.
Niente carcere per i presunti terroristi
A dicembre, come detto, i cinque per i quali il pm chiede l’ergastolo vengono scarcerati. La motivazione risiede nella fine dei termini di custodia cautelare. Non si può quindi trattenere in carcere i sospetti, nonostante le gravi accuse che pendono su di loro. Per via della pericolosità dei soggetti, viene presentato un ricorso contro questa scelta. Nei giorni scorsi il verdetto: la Cassazione conferma la scarcerazione, per i cinque principali sospettati scatta soltanto l’obbligo di dimora ad Olbia. La decisione fa discutere: il pm antimafia Danilo Tronci, vista la pericolosità dei reati contestati, chiede sei mesi di proroga per la custodia cautelare in attesa della fine della fase dibattimentale. Il processo di primo grado volge al termine, come detto le richieste di condanna sono già formulate.
Ma in attesa della sentenza, nonostante tutto, i cinque terroristi rimangono fuori dal carcere. E adesso c’è chi teme per una loro fuga oppure, vista la debole misura cautelare, la ripresa delle attività terroristiche. La decisione di scarcerare i cinque jihadisti prima e la conferma di tale scelta della Cassazione poi, come detto, suscitano molte polemiche. E c’è chi chiede l’intervento futuro di una norma per evitare ulteriori casi del genere. Il processo intanto dovrebbe proseguire regolarmente nei prossimi giorni.
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