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“Un atto di Dio contro i nemici dell’Islam”. Così i gruppi terroristici – in particolare Al Qaeda, l’Is e i talebani – descrivono la pandemia di Covid-19 che sta mettendo in ginocchio la maggior parte dei Paesi del mondo.

Sempre vigili su quanto accade intorno a loro, fin dai primi segni di diffusione del virus queste organizzazioni estremiste hanno messo in guardia i loro seguaci dal pericolo di contrarre la malattia. Già lo scorso gennaio, lo Stato Islamico elargiva ai propri seguaci consigli e indicazioni in merito alle misure igieniche da adottare per evitare il contagio.

Il Covid-19 nella retorica islamista

Dopo un iniziale periodo di smarrimento e preoccupazione, i gruppi terroristici sono riusciti a inserire il Covid-19 all’interno della loro narrazione religiosa, trasformando la pandemia in un importante strumento per rafforzare i loro dogmi.

In poco tempo, il coronavirus è diventato – nella retorica radicale – una punizione divina contro i nemici dell’Islam. Tra questi, non solo coloro che non professano tale religione, ma anche i musulmani “contaminatori della fede”, inclusi i leader dei Paesi a maggioranza musulmana che, avvicinatisi troppo all’Occidente, ne avrebbero compromesso i veri principi.

La diffusione del virus anche nel mondo arabo, infatti, è stata recentemente definita da Al Qaeda come una “conseguenza dei peccati, dell’allontanamento dai principi dell’Islam, della corruzione morale”, ma anche “dell’incarcerazione dei jihadisti”, avvenuta prima della pandemia.

Una visione condivisa anche dai talebani, secondo i quali il virus sarebbe “un decreto di Allah”, cui far fronte seguendo gli insegnamenti del Profeta Maometto, ovvero “pregando, recitando brani del Corano ed elargendo l’elemosina in segno di pentimento”.

A differenza dei seguaci delle organizzazioni terroristiche, che ritengono di essere immuni al contagio, i loro vertici sono consapevoli dell’impossibilità di controllare la diffusione del virus. Ecco quindi riaffacciarsi la narrativa del “martirio”: se un terrorista morirà in carcere di Covid-19, la colpa ricadrà sui suoi carnefici, incoraggiandone la “punizione”. Al contrario, la sopravvivenza sarà una prova inconfutabile della volontà di Dio.

A completare il quadro punitivo nei confronti degli “infedeli”, la crisi economica e finanziaria conseguente alla pandemia. Come testimoniato dall’attentato al World Trade Center dell’11 settembre 2001, la guerra di Al Qaeda contro gli Stati Uniti non trascura le infrastrutture economiche.

Già pochi mesi prima dell’emergenza Covid-19 (settembre 2019), l’organizzazione terroristica incoraggiava i musulmani specializzati in economia e finanza a trovare criticità nel sistema americano. Un colpo programmato da Al Qaeda, ma – nella sua propaganda – assestato dal coronavirus.

Rinascita e reclutamento

Per Al Qaeda, dunque, sarebbe giunto il momento di agire, “di diffondere il vero credo dell’Islam e di invitare i fedeli al jihad sulla Via di Allah”, sfruttando il caos e l’instabilità causati dalla pandemia.

Negli ex territori del Califfato, in particolare, lo Stato Islamico avrebbe già iniziato la sua rinascita. Sfruttando il temporaneo ritiro delle truppe canadesi, francesi, spagnole e britanniche in precedenza impegnate nella lotta contro l’organizzazione terroristica, l’Is ha già incrementato il numero di attacchi in Iraq – in particolare a nord di Baghdad, vicino a Kirkuk – e sta approfittando del caos siriano per riaccendere la scintilla nei suoi seguaci imprigionati nel campo di Al Hol e nelle cellule dormienti nascoste nei pressi di Deir Ezzor.

In Occidente, invece, i gruppi terroristici starebbero puntando sulla presunta distrazione delle autorità e delle forze dell’ordine dalla minaccia jihadista, intensificando l’attività di reclutamento – soprattutto tra le persone più fragili e spaventate – e incoraggiando i seguaci a compiere attacchi convenzionali e biologici.

Sfruttando il distanziamento sociale, lo Stato Islamico punta sulla radicalizzazione online e sull’attività dei lupi solitari. L’ordine impartito dall’Is è “continuare ad attaccare”, aumentando così la pressione sui Paesi già indeboliti dalla pandemia.

Quale pericolo per l’Occidente?

Un messaggio che starebbe facendo breccia su un’audience sempre più ampia e ricettiva. A dare l’allarme, i funzionari dell’Intelligence europea, i quali, pur scongiurando il pericolo di una minaccia imminente, ritengono che i fattori di stress causati dalla pandemia potrebbero costituire terreno fertile per le idee estremiste.

La massima attenzione prestata dai governi Covid-19, infatti, potrebbe essere vista dai terroristi come un “ventaglio di opportunità per colpire” – secondo il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Ma c’è di più: il virus avrebbe mostrato una falla nella difesa del sistema Paese in numerosi Stati occidentali; una debolezza e una mancanza di preparazione che i gruppi estremisti, così come altri attori non statali, potrebbero facilmente sfruttare attraverso un attacco bioterroristico. Il timore è che un simile attacco possa venire perpetrato contestualmente alla fine della pandemia.