Due attentati hanno macchiato di sangue il periodo delle festività natalizie nel Burkina Faso, già duramente provato dagli attentati jihadisti nel corso degli ultimi mesi. Un’incursione dei radicali islamici nella città di Arbinda, nei pressi del confine con il Mali, ha portato alla morte, nella giornata di martedì, di almeno 35 civili, perlopiù donne e di 7 militari delle forze armate di Ouagadougou. Il capo di Stato del Burkina Faso, Roch Marc Christian Kaboré, ha ricordato che 80 estremisti sono stati uccisi dai militari durante la risposta armata alla strage.  Le celebrazioni del Natale sono state cancellate e sono stati inoltre proclamati due giorni di lutto nazionale: il grande numero dei caduti tra i civili, infatti, ha suscitato sgomento all’interno del Paese. Un secondo attentato contro una pattuglia di militari ad Hallele, nella provincia di Soum, ha portato invece alla morte di circa una dozzina di soldati.

Una grave escalation

William Lawrence, visiting professor di scienze politiche e relazioni internazionali presso la Elliott School della George Washington University, ha riferito ad Al Jazeera che l’attacco di Arbinda è anche il più grave attentato terroristico ad aver colpito il Burkina Faso dal 2015 ad oggi. Dozzine di guerriglieri, più di 200 secondo France24, a bordo di motociclette avrebbero preso parte all’assalto, durato ore, prima che le truppe locali, coadiuvate dalle forze aree, riuscissero a respingerli. L’episodio non è stato rivendicato ma in altre occasioni le violenze sono state collegate alle azioni di elementi legati ad Al-Qaeda oppure allo Stato Islamico. Secondo Lawrence, inoltre, il gruppo dietro questa strage sarebbe guidato da qualcuno del Burkina Faso che a sua volta recluta cittadini locali pur lanciando gli assalti dal Mali e che lo scopo finale dei terroristi sarebbe quello di liberare un’ampia area territoriale e di fondare un’entità statale legata al radicalismo islamico.

Una regione in crisi

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha condannato gli attentati ricordato che “l’Unione Europea supporta l’Africa nell’ambito della sua lotta contro il terrorismo islamico” e che “(…) il terrorismo nella regione minaccia tutti”. Il Presidente del Niger Mahamadou Issoufou ha offerto le proprie condoglianze e quelle della popolazione del suo Stato che si trova anch’esso, sfortunatamente, nelle mire dei radicali islamici. I vertici politici del G5 Sahel, un’organizzazione antiterrorismo a cui prendono parte Burkina Faso, Mali, Niger, Ciad e Mauritania si sono riuniti all’inizio del mese per cercare di rafforzare la cooperazione locale ed il supporto internazionale nella lotta contro il fenomeno islamista. Gli sforzi dell’organizzazione, fino a questo momento, si sono però rivelati vani ed il quadro di sicurezza è invece andato peggiorando. L’insurrezione islamista nel Mali settentrionale, iniziata nel 2012, ha dato il via ad un forte peggioramento delle condizioni di sicurezza nel Sahel: i gruppi di radicali islamici, infatti, hanno progressivamente esteso il proprio raggio d’azione dal territorio di Bamako a quello degli Stati confinanti finendo per coinvolgerli e per andare a generare nuova instabilità. Le carenze negli equipaggiamenti delle forze di sicurezza locale e le vaste estensioni territoriali, difficilmente pattugliabili, hanno contribuito al proliferare del jihadismo locale: un fenomeno, quest’ultimo, che non è stato contenuto nemmeno dal supporto fornito dalla Francia, ex potenza coloniale della regione, che ha inviato uomini e mezzo per coadiuvare gli sforzi degli esecutivi locali.

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