Uccisa nello stato messicano di Michoacan “La Catrina”, nota anche come “La Dama de la Muerte“, all’anagrafe Maria Guadalupe Lopez Esquivel, 21 anni, considerata dalle autorità di Città del Messico uno degli elementi di spicco del cartello del narcotraffico “Jalisco Nueva Generacion”, tra i più potenti e attivo in ventidue stati del Paese.

Il fatto è avvenuto tre giorni fa in zona La Bocanda, nella parte centrale del Michoacan, durante uno scontro a fuoco tra l’esercito messicano e il gruppo di narcos capitanato dalla “Catrina”.  La donna era ricercata dalle truppe federali anche per un agguato perpetrato contro la polizia, sempre in Michoacan, lo scorso ottobre, nel quale persero la vita 14 agenti.  Durante l’operazione, condotta anche con truppe trasportate con elicotteri militari, sono stati arrestati numerosi membri del Cartello, come mostrato in un filmato.

Secondo le ricostruzioni, “La Catrina” è stata gravemente ferita durante il conflitto a fuoco con i militari ed è anche apparsa in un breve filmato dove viene ripresa ferita a terra mentre un militare cerca di tranquillizzarla avvisandola che un elicottero è in arrivo per trasferirla in ospedale. In seguito è però stato reso noto che la narcotrafficante è deceduta durante il trasporto aereo, in seguito a un’emorragia.

Il braccio di ferro tra Stato e narcos

A inizio dicembre i cartelli della droga messicani avevano colpito a Villa Union, una cittadina di 3mila abitanti a meno di 40 miglia dal confine con gli Stati Uniti, quando veicoli con uomini armati appartenenti al Cartello del Nord-Est avevano preso d’assalto alcuni siti istituzionali, tra cui il municipio, scatenando una battaglia con le forze federali andata avanti per più di un’ora e con un bilancio finale di 23 morti e 6 feriti.

Un mese prima, nello stato di Sonora, un gruppo armato di narcos aveva assalito un convoglio di auto sul quale viaggiavano tre donne e sei minori, tutti cittadini statunitensi di origine messicana, appartenenti a una comunità di mormoni e tutti e nove rimasti uccisi. E’ plausibile che il veicolo sul quale viaggiavano le vittime sia stato scambiato per appartenente a un cartello rivale.

Oltre alla serie di episodi violenti che mostrano un impotente Stato messicano davanti alla violenza dei narcos, come se non bastasse, a metà dicembre veniva arrestato negli Usa l’ex segretario di Pubblica Sicurezza messicano, Genaro Garcia Luna, con l’accusa di aver aiutato i narcotrafficanti del cartello di Sinaloa a operare con “impunità”. Garcia Luna fu responsabile dell’Agenzia Federale d’Inchiesta (Afi) dal 2001 al 2005 e venne poi chiamato a capo della Pubblica Sicurezza dal 2006 al 2012, sotto l’ex presidente Felipe Calderón.

Il “fiasco” di Culiacan

Lo scorso 17 ottobre a Culiacan, capitale dello Stato di Sinaloa, scoppiava una sanguinosa battaglia nel momento in cui le forze di sicurezza messicane procedevano con l’arresto di Ovidio Guzman Lopez, figlio del boss della droga “Chapo” Guzman, attualmente detenuto negli Usa. Il bilancio finale era di 13 morti, inclusi 7 membri del cartello e un agente delle forze federali.

Nella città messicana venivano filmate scene degne dei peggiori conflitti armati come quello somalo o quello siriano, con uomini pesantemente armati, a bordo di mezzi di trasporto, che prendevano il controllo di diverse strade della città e scatenavano una pioggia di fuoco contro polizia e militari ma non soltanto; durante la battaglia infatti, durata diverse ore, i narcos hanno sparato indiscriminatamente con fucili da assalto, hanno lanciato granate, incendiato veicoli, bloccato strade e obbligato i cittadini a fuggire per cercare riparo. Nel momento in cui le forze di sicurezza messicane sono risultate in minoranza rispetto agli assalitori, è giunto l’ordine di rilasciare Ovidio Guzman e di ritirarsi. Alcune delle scene degli scontri sono state riprese in video. Ovidio Guzman (28) e suo fratello Joaquin (34) sono entrambi stati incriminati dal Dipartimento di Giustizia statunitense nel febbraio del 2019 con l’accusa di traffico di droga e sono attualmente ricercati per essere estradati negli Usa.

Il presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, membro del partito di sinistra “Morena”, aveva difeso a spada tratta la decisione del Gabinetto per la Sicurezza di sospendere le operazioni e di rilasciare il leader dei narcos con l’obiettivo di salvare vite: “L’arresto di un criminale non può valere più della vita delle persone…Numerosi cittadini, persone, esseri umani, erano in pericolo” aveva affermato Obrador durante una conferenza stampa a Oaxaca.

Il “fiasco” di Culiacan ha fatto emergere una serie di errori grossolani commessi dalle autorità messicane nella pianificazione dell’arresto: per prima cosa, com’è possibile che le forze di sicurezza messicane non si aspettassero una reazione così massiccia e furiosa in risposta all’arresto di Ovidio Guzman, in una zona considerata roccaforte del cartello? In secondo luogo, per quale motivo le forze di sicurezza hanno deciso di dare il via all’operazione in pieno giorno, cercando di arrestare il boss in una zona urbana ad alta concentrazione di traffico, bar, ristoranti, negozi e alberghi?

La misteriosa visita della Dea a Culiacan

Un fatto poco riportato dai media, ma citato dalla Bbc in lingua spagnola, è quello della visita di agenti della Dea l’11 settembre 2019 a Città del Messico, dove hanno partecipato a un incontro presso la sede diplomatica statunitense con il direttore regionale della Dea, Terry Cole e il Segretario di Pubblica Sicurezza del Messico, Alejandro Gertz Manero. In seguito, i dodici funzionari statunitensi sono stati trasportati a bordo di un elicottero della Marina Militare messicana nello stato di Sinaloa, con tanto di scorta pesantemente armata, per visitare un grandissimo ex laboratorio clandestino sequestrato ai narcos. Una volta giunti sul posto, agli agenti della Dea è stato mostrato come i trafficanti producono eroina, cocaina, meta-anfetamine e Fentanil da immettere poi sul mercato statunitense.

Non è tutto, perché è anche emerso che qualche giorno dopo il viaggio degli agenti statunitensi, l’Acting Administrator della Dea, Uttam Dhillon, si è incontrato a Culiacan con il governatore dello Stato messicano di Sinaloa, Quirino Ordaz e con alcuni altri funzionari della pubblica sicurezza. Secondo quanto reso noto dai media messicani, dopo aver mostrato i risultati raggiunti dalla propria amministrazione in relazione alla sicurezza e alla lotta al narcotraffico, Quirino avrebbe chiesto a Dhillon di poter acquistare apparecchiature per migliorare i sistemi di sicurezza dello Stato ma avrebbe anche sollecitato l’esclusione di Sinaloa dalla lista dei luoghi pericolosi e sconsigliati ai turisti statunitensi. Una richiesta forse affrettata e difficilmente attuabile (quest’ultima), visti gli avvenimenti del mese successivo.

E’ però lecito chiedersi se vi sia una relazione tra la visita della Dea a Sinaloa nel settembre 2019 e il tentato (e fallito) arresto del narco-boss Ovidio Guzman il mese successivo. Il giornalista messicano Rymundo Riva Palacio non sembra aver dubbi: “l’operazione è stata fatta su richiesta del governo degli Stati Uniti perché sulla testa di Guzman pende una richiesta di estradizione”. Di diverso avviso invece l’ex capo della Divisione d’Intelligence della Dea, Jack Riley, secondo cui l’Agenzia non sarebbe stata coinvolta nell’operazione, anche perché “i rapporti con l’attuale governo messicano sono differenti da quelli intrattenuti con il precedente esecutivo”.

L’esperto in materia di Sicurezza, Edgardo Buscaglia, ha illustrato alla Bbc come sia veramente difficile dimostrare il coinvolgimento della Dea nel fallito tentativo di arresto di Guzman e con una frase eloquente: “…tutto coincide, ma nulla è dimostrabile”.

Se da una parte infatti, il governo messicano da sempre è soggetto a pressioni per effettuare arresti nel momento in cui ci sono richieste di estradizione (che non possono essere ignorate, in base a quanto previsto dai trattati internazionali), dall’altra è vero che gli agenti della Dea sono sempre presenti nelle zone dove lottano contro il narcotraffico, ma questo non implica che essi siano necessariamente coinvolti in tutte le operazioni messe in atto dai governi dei rispettivi Paesi interessati.

Una prospettiva generale

L’anno 2019 si è concluso piuttosto male per il Messico in relazione alla lotta contro il narcotraffico, con una serie di gravissimi episodi di violenza che hanno addirittura paralizzato la capitale di Sinaloa, obbligando il governo centrale a rilasciare il boss figlio del Chapo Guzman, dopo un’operazione maldestra e dalla pianificazione incomprensibile. Non è possibile stabilire se il “fiasco di Culiacan” sia stato in parte il risultato di pressioni statunitensi per far estradare Ovidio Guzman Lopez e suo fratello Joaquin, ma se anche fosse, ciò non giustificherebbe le modalità con le quali le autorità hanno messo in atto le operazioni.

Il segnale è chiaro, in molte zone del Paese sono i narcos a dettar legge e l’arresto dell’ ex segretario di Pubblica Sicurezza messicano, Genaro Garcia Luna, per collusione con il Cartello di Sinaloa, non migliora certo il quadro generale, considerato che Luna veniva spesso citato come “lo stratega della lotta al narcotraffico”. L’operazione avvenuta pochi giorni fa in Michoacan è certamente un segnale positivo con l’inizio del nuovo anno e rende giustizia agli agenti di polizia trucidati dal gruppo JNC, ma la strada da percorrere è ancora lunga.