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Quasi nessuno li aveva mai sentiti nominare prima dell’attentato che ha insanguinato le praterie di Baisaran, nella pittoresca città di Pahalgam, nel Kashmir controllato dall’India. Gli uomini armati che lo scorso 22 aprile sono usciti da una foresta per attaccare un gruppo di turisti erano in quattro, secondo le prime ricostruzioni. Avrebbero chiesto alle persone, terrorizzate, se fossero indù o musulmane per poi uccidere i primi a bruciapelo. Apparterrebbero tutti al Fronte della Resistenza (Trf), una branca del ben più famigerato Lashkar-e-Taiba (alla lettera: “Esercito dei puri”), un’organizzazione estremista islamista fondata alla fine degli anni Ottanta in Pakistan e con presunti legami con l’agenzia di spionaggio pakistana dell’Isi.

Poche ore dopo il massacro, mentre l’India stava ancora cercando di capire cosa diavolo fosse successo ai suoi cittadini, il Trf rivendicava su Telegram l’attentato di Pahalgam. Il motivo del gesto? Il gruppo ha definito l’azione come una risposta alle politiche indiane che favorirebbero l’insediamento di non residenti in Kashmir, accusando Nuova Delhi di alterare la composizione demografica della regione contesa. In un secondo momento lo stesso Fronte della Resistenza ha fatto un passo indietro sostenendo che la precedente dichiarazione fosse un errore di comunicazione e che l’intelligence indiana potesse essere coinvolta nell’attacco.

Il Trf e la mancanza di prove

Il Governo indiano ha subito reagito con fermezza chiudendo i confini, richiamando i propri diplomatici da Islamabad e accusando il Pakistan di sostenere il terrorismo in Kashmir nonché di essere coinvolto anche in quest’ultimo attentato. Dal canto suo il Governo pakistano ha negato ogni complicità e risposto di esser pronto a replicare a ogni eventuale azione militare indiana.

In attesa di capire come proseguirà la crisi è importante sottolineare le molteplici zone d’ombra che circondano l’intera vicenda. Innanzitutto stupisce la reazione di Nuova Delhi. Il 27 aprile il New York Times scriveva che il primo ministro indiano Narendra Modi era impegnato a contattare telefonicamente più di una dozzina di leader mondiali, e che decine e decine di diplomatici stranieri operativi in India si erano presentati presso il ministro degli Esteri del Paese per ricevere aggiornamenti sull’attacco di Pahalgam.

Questo impegno, denunciava il quotidiano statunitense citando fonti locali, sarebbe stato necessario per consentire al Governo indiano di costruire un casus belli tale da effettuare un’azione militare contro il Pakistan. Tuttavia, cinque giorni dopo l’attentato, l’India non aveva ancora ufficialmente identificato alcun gruppo come responsabile del massacro e, soprattutto, aveva ben poche prove per sostenere pubblicamente le accuse rivolte a Islamabad.

Il ritardo dell’India e la versione del Pakistan

Perché l’India non è ancora riuscita a trovare prove concrete? Forse Delhi ha bisogno di più tempo per ottenere informazioni dettagliate sull’attacco del Kashmir prima di invischiarsi in una guerra contro il Pakistan, oppure potrebbe non sentire alcun bisogno di giustificare le proprie mosse o, ancora, essere frenata dal rischio di smascherare un esercito ancora in fase di trasformazione.

Qualunque sia la risposta per questo ritardo, dovrebbe essere messa in relazione con la tempistica del blitz, visto che l’assalto coincide con importanti eventi internazionali. Il vicepresidente statunitense, J.D. Vance, era arrivato a Delhi il giorno prima dell’attentato con l’obiettivo di rafforzare le relazioni tra India e Stati Uniti, sullo sfondo di una crescente guerra commerciale tra Usa e Cina (fondamentale partner di Islamabad). Non solo: il massacro di Pahalgam è andato in scena poche settimane dopo che il Governo indiano aveva approvato il Waqf (Amendment) Act, una misura che ha modificato il modo in cui vengono amministrate le proprietà – del valore di miliardi di dollari – donate dai musulmani, tra cui moschee, madrase, cimiteri e orfanotrofi.

Nel frattempo, mentre l’India accusa il Pakistan di fomentare il terrorismo in Kashmir, il ministro pakistano della Difesa Khawaja Asif ha ricordato, nel corso di un’intervista rilasciata a Sky News, che negli ultimi tre decenni il suo Paese ha supportato e finanziato organizzazioni terroristiche facendo il “lavoro sporco” per gli Usa e l’Occidente. Perché rilasciare una dichiarazione del genere?

“Il Pakistan è stato vittima del terrorismo per decenni e forse nessun altro Paese nel mondo ha sofferto il terrorismo quanto il Pakistan a causa della guerra in Afghanistan negli anni Ottanta e nel primo decennio dopo di essa”, ha spiegato Asif respingendo ogni legame tra Islamabad e i recenti fatti avvenuti in Kashmir. Il Governo pakistano ha inoltre fatto presente che Lashkar-e-Taiba è in gran parte inoperativo e che i controlli di frontiera più severi da parte dell’India hanno reso quasi impossibile l’infiltrazione di eventuali terroristi attraverso la Linea di controllo.

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