Era a Barisha da almeno cinque mesi, lì viveva tra bunker e tunnel spaziosi e ventilati, protetto da guardie e fedelissimi. Ecco cosa è emerso nelle ultime ore sulla latitanza di Abu Bakr Al Baghdadi, il leader dell’Isis scovato ed ucciso nel nord della Siria nella giornata di domenica. Molte indiscrezioni sono state diffuse grazie ad un’intervista rilasciata dal cugino Mohammad Ali Sajid sul New York Times.

Le comunicazioni con Flash Drive

Al Sajid ha rivelato quelle che erano le abitudini quotidiane da parte dell’autoproclamato califfo. Una vita sì in fuga, ma al tempo stesso anche non così colma di privazioni. Viveva con la sua famiglia, nel suo compound a pochi chilometri da Barisha c’era la possibilità di fare tutto: passeggiare, ricevere confidenti e collaboratori, così come coloro che procuravano al leader dell’Isis viveri o facevano giungere messaggi. Segno anche di una rete di fiancheggiatori molto estesa e sorprendente considerando come la provincia di Idlib, dove è situato il villaggio in cui Al Baghdadi ha vissuto, da anni è in mano ai rivali di Al Qaeda.

Una vita, quella dell’autoproclamato Califfo, senza dubbio trascorsa con il pensiero ad una possibile cattura. Non solo le guardie all’esterno della struttura in cui è stato trovato, ma anche le cinture esplosive indossate dalle mogli di Al Baghdadi e dallo stesso terrorista, oltre alle armi di cui disponeva, fanno pensare ad una quotidianità dove la possibilità di irruzioni nemiche era ben messa in conto. Nelle rivelazioni di Al Sajid, a spiccare è soprattutto il modo con il quale Al Baghdadi comunicava con l’esterno. Il leader dell’Isis, secondo il cugino, usava la flash drive: qui metteva tutti i dati che poi passava ai suoi fedelissimi. Una latitanza peraltro non lontana dalla tecnologia: nonostante fosse meticoloso sulla sicurezza, Al Baghdadi secondo Al Sajid consentiva l’uso dei cellulari a chi era nel suo compound. Quando doveva spostarsi, al suo seguito c’erano due pick-up bianchi con a bordo cinque persone armate fino ai denti.

Il raid nel compound

Tunnel, bunker, spazio esterni e locali adibiti a rivere i fedelissimi: di tutto questo oggi non è rimasto che un cumulo di macerie. Le dinamiche poi trapelate nelle ore successive al raid americani, hanno rivelato come dopo l’individuazione del nascondiglio di Al Baghdadi sono state sganciate almeno due bombe e poi a terra è stata vera e propria battaglia. Ci si chiede adesso se da quel luogo sono stati prelevati documenti sensibili e materiali utili non solo a ricostruire la vita in latitanza del fondatore dello Stato Islamico, ma anche dell’organigramma dell’Isis e di eventuali elementi utili a capire come potrebbe evolversi l’organizzazione terroristica dopo la fine di Al Baghdadi.

I militari della Delta Force, avrebbero prelevato elementi fondamentali anche per confermare l’identità del soggetto riconosciuto come Al Baghdadi che si è fatto esplodere alla vista delle forze speciali. La prova del dna sarebbe stata eseguita grazie agli esami con materiale comparativo forniti da una delle figlie del califfo in modo volontario. Una prova che avrebbe dato esito positivo nel giro di pochi minuti. Il corpo di Al Baghdadi poi, sarebbe stato prelevato e, anche qui si viaggia sul filo delle indiscrezioni, gettato in mare.