La sera del primo luglio 2016 un commando islamista fa irruzione al ristorante Holey Artisan Bakery a Gulshan, la zona diplomatica di Dacca, la capitale del Bangladesh. Vogliono gli stranieri, gli “infedeli”. Cercano di capire chi dei presenti sia musulmano. Per farlo, obbligano tutti a recitare il Corano. Ma i clienti occidentali non lo sanno. E per la loro mancanza, vengono barbaramente uccisi. Alla fine di una lunga notte di spari e violenze, in quella che doveva essere una normale serata da passare con gli amici o una cena d’affari in un venerdì qualsiasi, rimangono senza vita 22 persone innocenti. Tra loro anche nove nostri connazionali.

Pochi mesi dopo, insieme a Gabriele Orlini, siamo entrati nel ristorante della strage. Siamo stati i primi reporter stranieri a farlo. Ricordo ancora le parole di Sadat Mehdi, il proprietario dell’Holey Artisan Bakery, che mentre ci accompagnava dentro continuava a chiederci scusa, come se fosse stato lui il colpevole. “Anche io sono musulmano e proprio non riesco a capire tutta questa pazzia”, ripeteva. I muri erano ancora macchiati di sangue e crivellati dai colpi, quelli degli islamisti e quelli dei reparti speciali della polizia che hanno provato a salvare gli ostaggi.

A tre anni di distanza il Bangladesh, che fino ad allora non aveva considerato l’estremismo islamico come una minaccia per il Paese, ha cambiato completamente atteggiamento, effettuando centinaia di arresti e retate contro i diversi gruppi radicali. In particolar modo contro Jamaat ul Mujahideen Bangladesh (Jmb), l’organizzazione accusata di aver compiuto l’attacco del primo luglio 2016. Uno degli ultimi arresti per la strage risale alla fine del gennaio scorso, quando la polizia ha fermato Mamunur Rashid, considerato dagli inquirenti una figura di primo piano del gruppo terroristico, incriminandolo per aver fornito armi ed esplosivi al commando che è entrato in azione.

Ma la paura per nuovi possibili attentati non è certo svanita. In Bangladesh, come in tutta l’Asia – da dove sono partiti centinaia di combattenti per il Medio Oriente – c’è massima allerta per il ritorno dei foreign fighter. “Non permetteremo a nessun terrorista di venire nel nostro Paese. Se qualche sospetto, in qualche modo riuscirà ad arrivare, lo arresteremo subito”, ha spiegato recentemente Asaduzzaman Khan Kamal, ministro degli Interni di Dacca. “Abbiamo aumentato la sicurezza in tutti gli aeroporti e abbiamo inviato loro fotografie e dati delle persone che sono partite”, aveva aggiunto.

La mattanza del 2016 a Dacca ha molte similitudini con quella – ancora più straziante – avvenuta la domenica di Pasqua in Sri Lanka, dove sono morte oltre 250 persone. L’organizzazione Jmb, infatti, fino a quel momento era semi sconosciuta, proprio come il National Thowheeth Jama’ath, il gruppo accusato di aver eseguito gli attentati a Colombo. Ma non solo, i profili degli attentatori sono simili: giovani ricchi e istruiti, che hanno studiato all’estero.

Queste organizzazioni, che negli ultimi anni si sono affiliate all’Isis, non hanno difficoltà a fare proselitismo, sia attraverso il web, sia attraverso i sermoni che fanno quotidianamente nelle moschee ufficiali e in quelle non ufficiali, nelle tv e nelle radio locali. E con il ritorno dei combattenti stranieri, che hanno acquisito una notevole abilità nell’uso di armi e nel confezionamento di esplosivi, sono diventati ancora più pericolosi.

Intanto la violenza nella regione non si ferma. Intorno a mezzogiorno di venerdì scorso, due terroristi si sono fatti saltare in aria davanti ad un campo militare nell’isola di Jolo, nel sud delle Filippine. L’attentato ha causato la morte di cinque persone, compresi tre soldati governativi. Le autorità hanno accusato dell’attacco i miliziani di Abu Sayyaf, un gruppo che ha giurato fedeltà allo Stato Islamico e che, nel maggio del 2017, con l’intenzione di instaurare il primo Califfato del sud-est dell’Asia, ha assediato per cinque lunghi mesi la città di Marawi, nell’isola del Mindanao. Mentre in diverse zone dell’area, continuano gli scontri a fuoco tra le forze governative e le organizzazioni jihadiste che da anni infiammano il sud del Paese asiatico a maggioranza cristiana.

Per molti analisti questa parte del mondo è sempre più nel mirino dei terroristi. L’isis, infatti, dopo aver perso la guerra in Siria ed Iraq è alla ricerca di nuove linee di fuoco dove poter portare avanti la propria follia. E l’Asia, da sempre ricca di piccoli gruppi, guerriglie e con un gran numero di persone di fede musulmana, che hanno sempre guardato con interesse a cosa succedeva in Medio Oriente, sembra essere il posto perfetto per farlo.