Visibilmente scioccato e denutrito. Appare così, con addosso una camicia grigia, il reporter britannico John Cantlie, 45 anni, nell’ultimo video di propaganda girato a Mosul e targato Stato islamico.
Nel filmato, il reporter, rapito a novembre del 2012, denuncia gli effetti disastrosi delle bombe sganciate dalla Coalizione a guida Usa – che hanno ucciso il ministro della guerra al Shishani – sulla roccaforte irachena delle bandiere nere.Alle spalle di Cantlie, ridotto pelle e ossa, s’intravedono le macerie dell’università di Mosul. “Ciao, io sono John Cantlie – esordisce il giornalista con la consapevolezza di esser irriconoscibile – oggi siamo a Mosul o almeno ciò che ne resta”.
Il foto-reporter, catturato in Siria assieme al collega James Wright “Jim” Foley, primo cittadino statunitense ad esser ufficialmente giustiziano nel 2014 all’interno dell’auto proclamato Califfato, torna ad accusare i raid del Pentagono. Nel video Cantlie si domanda: “perché la coalizione ha deciso di distruggere l’università?”.“Il livello di distruzione è assolutamente enorme – osserva il reporter, secondo cui l’università di Mosul – era la più grande e più bella di tutto l’Iraq.”“Se fosse stata una base militare o un deposito di armi o un campo di addestramento per i mujaheddin sarebbe stato comprensibile ma – incalza Cantlie – era semplicemente un’università”.
Cantlie era già apparso in numerosi messaggi video rivolti all’Occidente. Mentre Foley, suo compagno di prigionia, verrà trucidato dal boia kuwaitiano Jihadi Jhon, lui sarà “arruolato” coattivamente nell’apparato d’informazione del Califfo. In occasione dei passati reportage, Cantlie è stato costretto a vestire la tuta arancione, la stessa indossata dai prigionieri di Guantanamo, scelta dai miliziani di Baghdadi per umiliare vittime ed ostaggi.
Lo scorso anno, in un numero del mensile islamista Daqib, Cantlie – che si era già definito “un cittadino abbandonato dal suo governo” – rivolge alla sua famiglia un appello: “smettetela di combattere per il mio rilascio, andate avanti con le vostre vite”.In molti, in questi anni, si sono soffermati a riflettere sul ruolo unico assunto da Cantlie nella macchina mediatica del sedicente Stato islamico. Dubbi e perplessità sono state avanzate circa il grado di convincimento del reporter rispetto ai contenuti evocati nei suoi reportage. Possibile che Cantlie sia veramente passato con le bandiere nere? Per la giornalista libanese-britannica Hala Jaber del The Sunday Times, quelle di John non sono parole sincere. “Qualunque cosa dice, dobbiamo ricordare che è un ostaggio e che le sue parole non sono quelle di un uomo libero”, scrive la Jaber in un tweet dello scorso marzo.
Intorno all’assurda vicenda di Cantlie si è creato un movimento d’opinione che, dal giorno del suo rapimento, preme affinché il governo di Sua Maestà s’interessi al rilascio. Nel sito istituzionale dedicato alle petizioni sono 4,675 i sottoscrittori che chiedono la liberazione del reporter: con 10mila firme il governo dovrà rispondere alla petizione, mentre, se raggiungerà quota 100mila sottoscrizioni, la liberazione di Cantlie diverrà argomento di dibattito parlamentare. Per i cittadini non britannici, su change.org, è stata creata una petizione gemella.
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