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FALLO CON NOI

Si è aperto all’inizio di giugno nelle aule del tribunale penale di Parigi il processo per il linciaggio di Mila, la ragazza che un anno fa è finita nel mirino degli estremisti per aver offeso la religione islamica sulla sua pagina Instagram.

Tutto è iniziato da un tentativo di approccio via social da parte di un ragazzo musulmano. Lei non ci sta e così partono gli insulti. “Lesbica”, “francese di m…”, scrivono il giovane e i suoi amici. Mila, che è gay, per tutta risposta pubblica un video sul social network in cui si sfoga, denunciando l’affronto e affermando di detestare la religione musulmana. Dice che l’Islam e il Corano propagandano l’odio. Usa termini forti e offensivi.

Da quel momento inizia una vera e propria guerra. Non è più un gruppetto di ragazzi a mobilitarsi contro di lei, ma migliaia di fedeli che via internet la minacciano, anche di morte. Sono oltre 100mila i messaggi di odio ricevuti dalla ragazza dall’inizio del 2020, dice il suo avvocato, Richard Malka, in un’intervista a Franceinfo.

Messaggi dal contenuto agghiacciante. “Qualcuno la troverà e la ucciderà, ed è tutto ciò che merita”, “meriti di essere sgozzata, grassa putt…”, “qualcuno dovrebbe spaccarle il cranio”, “dimmi dove vivi e ti faccio fare la fine di Samuel Paty”. E ancora c’è chi le augura di “mangiare” le sue stesse “viscere”, di “strillare come una scrofa”, chi vorrebbe stuprarla dopo averle “tagliato la gola” o seppellirla viva.

Spesso le minacce, spiega ancora il suo avvocato, sono condite da immagini di teste decapitate, o da fotomontaggi, con la testa della ragazza al posto di quella del professore sgozzato da un islamista. Per questo Mila da oltre un anno non frequenta più la scuola e vive sotto scorta h24. È la prima volta nella storia francese che una ragazza così giovane viene messa in isolamento e sotto protezione. Eppure, nella Francia in guerra con il “separatismo islamico” può succedere anche questo.

Mila, che oggi ha 17 anni, ha deciso di raccontare il suo calvario in un libro dal titolo eloquente: “Sono il prezzo della vostra libertà”. Il volume, edito da Grasset, sarà disponibile da mercoledì in tutte le librerie francesi e si apre proprio con la trascrizione di alcuni dei messaggi di odio ricevuti in questi mesi.

“Forse sarò morta tra cinque anni”, ha detto lunedì in un’intervista ai microfoni di Sept à Huit, trasmissione di TF1. “Ha ragione chi ha scritto che mi ha fatto prigioniera nel mio Paese”, dice ancora alla giornalista. Racconta di sentirsi “in prigione” anche nei rari momenti in cui esce di casa, affiancata dagli uomini della scorta, con i capelli coperti dal cappello o da una parrucca per non essere riconoscibile.

“Sono stata abbandonata da una nazione fragile e codarda”, denuncia ancora nel libro. “La maggioranza silenziosa – commenta nell’intervista – mi sostiene, ma ha paura e non farà mai niente”. Lei, invece, assicura che non smetterà mai di “parlare” e di difendere la libertà di espressione, neppure “con il coltello puntato alla gola”. Anche se confessa di “piangere” quando pensa al suo futuro, e a come si vede da qui a cinque o dieci anni. “Probabilmente sarò morta”, ripete.

È consapevole che quelle fatwa lanciate sul web possono diventare realtà da un momento all’altro, proprio come è successo con Samuel Paty. Alla sbarra sono finite 13 persone, accusate di aver minacciato e molestato in rete la giovane, sedicenne all’epoca dei fatti. Ad esprimere solidarietà alla ragazza di Villefontaine, a margine della prima udienza del processo era stato il ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer, che aveva detto di essere al fianco di Mila e della “libertà di espressione”.

Anche il presidente francese, Emmanuel Macron, nel giorno dell’apertura del processo aveva affrontato il tema della violenza online chiedendo di essere “vigili” sulla diffusione del fenomeno soprattutto tra i giovani.