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Da Chiang Mai (Thailandia) Quattro monaci buddisti sono stati uccisi in un attacco lanciato dai ribelli musulmani in un tempio nel sud della Thailandia. L’assalto, portato a termine da alcuni uomini armati, è avvenuto nella serata di ieri a Padang Su-ngai, un distretto della provincia di Narathiwat, vicino al confine con la Malesia.

Secondo le autorità, l’azione sarebbe stata fatta per vendicare l’uccisione di Ali Mali, un miliziano ricercato dal governo di Bangkok, avvenuta nella mattinata di ieri durante uno scontro a fuoco con l’esercito, che ha provocato anche il ferimento di sette uomini delle forze di sicurezza thailandesi. “Gli aggressori hanno assaltato il tempio di Ratananupab in risposta alla morte di un loro compagno negli scontri avvenuti in mattinata”, ha detto Tanakarn Wiparat, tenente della polizia del distretto.

Non è stato l’unico episodio di violenza avvenuto ieri. A meno di un’ora dall’uccisione del miliziano, infatti, due bombe sono esplose in altri parti del sud del Paese. La prima risposta è arrivata nel villaggio di To Deng, dove l’esplosione di un ordigno rudimentale ha ferito lievemente cinque soldati. Un secondo attacco, avvenuto a Nong Chik – nella vicina provincia di Pattani – ha ferito gravemente due poliziotti.

Un conflitto dalle radici antiche

Questi episodi nella “terra del sorriso” conosciuta soprattutto per le spiagge magiche, la tranquillità tipica del sud-est asiatico e la vita notturna delle principali città turistiche, sono all’ordine del giorno nelle province del sud della Thailandia, dove vivono due milioni di persone. In queste zone poco conosciute al confine con la Malesia, infatti, l’etnia musulmana dei Malay – che ha una propria cultura, una propria tradizione e anche una propria lingua, lo Yawi – rivendica l’autonomia. Lo fa con armi ed attentati.

Il conflitto, considerato a “bassa intensità”, ha radici antiche. Un tempo queste province formavano il sultanato di Pattani, poi annesso al Regno di Siam a inizio Novecento. L’attività dei gruppi separatisti nella regione va avanti da decenni, ma ha avuto un significativo incremento nel 2004, dopo quello che viene ricordato come il “Massacro di Tak Bai”, dove la repressione della polizia ha provocato la morte di più di settanta persone innocenti. Da quel giorno le violenze non si sono mai fermate, nonostante i diversi governi abbiano provato più volte ad intavolare delle trattative di pace.

Più di venti gruppi armati attivi

A complicare la situazione è il fatto che i ribelli musulmani si dividono in vari gruppi e operano autonomamente, senza avere un unico leader. Attualmente, secondo le autorità, sono circa venti quelli attivi. La maggior parte di questi richiede l’autonomia, ma alcune organizzazioni armate vorrebbero l’annessione alla Malesia. E in questa situazione, non essendoci un vero e proprio intermediario che possa parlare per tutti i miliziani, qualsiasi tipo di negoziato risulta veramente difficile.

Salgono a nove i morti dall’inizio del 2019

Lo spargimento di sangue ha segnato l’inizio del nuovo anno. Gli attacchi di ieri hanno portato a nove il numero di persone rimaste uccise dal primo gennaio. Almeno altre 15 sono state ferite. Quasi 7mila, invece, sono le vittime di questa guerra dimenticata da quando, 15 anni fa, dopo un lungo letargo, le bombe e gli scontri sono tornati a far tremare il Paese.