In Svezia il ministro della Cultura Alice Bah Kuhnke, non ha dubbi. A sentire lei i circa 140 jihadisti rientrati nel paese dopo avere combattuto tra le file dell’Isis in Siria e in Irak non devono essere spediti in galera, ma devono essere «reinseriti nella società democratica». La signora Kuhnke, figlia di un immigrato del Gambia e di una donna svedese, è molto più in sintonia con lo spirito nazionale di quanto non suggeriscano nome e origini. Nonostante le polemiche suscitate dalle sue affermazioni il paese scandinavo, da cui sono partiti circa 300 volontari della Jihad, si è già mosso in quella direzione. Decine di reduci dell’Isis considerati non più alla stregua di terroristi, ma di potenziali collaboratori stanno ricevendo nuove identità protette. E lo stesso trattamento di favore potrebbe essere riservato a quelli ancora impegnati a combattere in Siria e in Irak.

Walad Alì Yousef è uno di quelli già rientrati. Nel 2014, dopo una carriera da delinquente di basso rango in quel di Malmo, raggiunse Raqqa e pubblicò su Facebook le sue foto in mimetica e kalashnikov, invitando amici conoscenti a seguirlo. Oggi non pago di avere ottenuto una nuova identità si lamenta di non trovare lavoro a causa – spiega al tabloid Expressen – di quelle «fotografie ancora in giro». A piede libero e con nuovi documenti c’è pure il 39enne Bherlin Dequilla Gildo che nel 2012 partecipò alla mattanza di alcuni soldati siriani e subito dopo postò in rete alcuni selfie scattati davanti ai cadaveri dei «cani di Assad». Ma il problema dei jihadisti di ritorno non riguarda solo la Svezia. Stando a uno studio del Ran (European radicalisation awareness network) almeno un 15-20 per cento degli oltre 5mila jihadisti partiti dall’Europa è morto in battaglia, un 30-35 per cento è già rientrato ed è monitorato dalle forze di sicurezza dei vari paesi, Italia compresa, mentre un numero oscillante tra i 1.200 e tremila – tra cui molte donne e bambini – potrebbe bussare alle nostre porte nei prossimi mesi.

La domanda che divide l’Unione europea è «cosa fare di costoro?». La tendenza svedese al «reinserimento» trova infatti autorevoli sostenitori anche nel resto del Vecchio continente. Uno di questi è Gilles de Kerchove, l’euro burocrate belga che – nonostante l’assenza d’una specifica competenza pregressa nel settore – occupa da dieci anni la poltrona di «coordinatore dell’Unione europea nella lotta al terrorismo». A sentire lui i jihadisti che non hanno le mani sporche di sangue rappresentano «una voce forte e credibile», indispensabile per dare vita a una narrazione in grado di contrastare efficacemente la propaganda dell’Isis. «Possono raccontare – sostiene Kerchove – quello che hanno passato, spiegare che pensavano di seguire una nobile idea, ma si sono imbattuti in persone violente o che abusavano sessualmente di altre». Le convinzioni di Kerchove, della ministra della cultura svedese e di quanti in Europa scommettono sul reinserimento sociale di individui abituati a decapitare, stuprare e ridurre in schiavitù i cosiddetti «infedeli» non sembrano tenere conto del fanatismo di questi individui. Individui convinti d’agire nel nome di Allah e pronti per questo a sacrificare non solo se stessi, ma chiunque altro, dai nemici ai propri stessi familiari.

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Una ricerca condotta dall’antropologo americano Scott Atran intervistando numerosi prigionieri dell’Isis rivela che gran parte dei militanti sono mossi da una profonda adesione a valori religiosi considerati sacri, dalla disponibilità a sacrificare anche la propria famiglia nel nome di quei valori e dalla forza spirituale del gruppo o della comunità in cui il combattente s’identifica. Proprio per questo il pentimento o il ripensamento risulta quasi inesistente. O dura soltanto fino a quando il jihadista non trova un’altra occasione per esercitare la propria fede. Insomma il reinserimento sociale sognato da Kerchove e dalla Kuhnke rischia di rivelarsi un’illusione. O, peggio, un’opportunità offerta al terrorista di trovare nuovi complici e nuove occasioni per colpire. Anche perché nessuno, a oggi, è in grado di dire quali dei terroristi rientrati, o in procinto di rientrare, in Europa lo stiano facendo perché seriamente disillusi dopo la sconfitta del Califfato o, più banalmente per continuare la lotta nelle città europee. Molti indizi fanno temere che la seconda ipotesi sia quanto mai concreta.

Ma ci illudiamo a pensare che si pentano e rinuncino alla jihad: sono convinti di agire in nome di Allah

Stando ai racconti di un militante dell’Isis prigioniero dei curdi, la Brigata Al Kharsa, la stessa unità che progettò gli attacchi di Parigi e di Bruxelles ma di cui fino a oggi non si conosceva il nome, sarebbe ancora in piena attività, e conterebbe su una cinquantina di militanti pronti a colpire in Europa. Secondo il racconto del prigioniero, l’Isis offre a tutti i jihadisti d’origine europea l’opportunità di entrare in questa truppa d’élite, ma al termine di una durissima selezione solo un volontario su cinque supera i test d’ammissione. A quel punto per i pochi selezionati iniziano mesi di addestramento che spaziano dall’assemblaggio di cinture esplosive e autobombe fino ai test di sopravvivenza e ai corsi di fede religiosa. Al termine del corso – stando a quanto rivelato negli interrogatori – i militanti pronti a raggiungere l’Europa vengono fatti passare in Turchia dal valico di Bab al Hawa, nel nord ovest della Siria e portati nelle citta turche di Konja, Gaziantep o Istanbul dove le locali cellule locali dell’Isis forniscono loro passaporti e documenti falsi per il viaggio. Ma la stessa Al Kharsa si occuperebbe anche d’istruire e condurre all’azione i «lupi solitari» pronti a morire per la causa.

La fine della guerra all’Isis è, insomma, ancora lontana. E, nonostante le illusioni di qualcuno, il ritorno dei veterani del jihad rischia di spostare la prima linea nel cuore delle nostre città.