Più di 40 jihadisti siriani avrebbero lasciato le coste della Libia occidentale per raggiungere l’Italia, plausibilmente con l’obiettivo di compiere attentati. È quanto emerso durante una conferenza stampa di Ahmed al-Mismari, portavoce dell’Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar. Al-Mismari si è rivolto direttamente al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, puntando il dito anche contro il governo guidato da Fayez al-Sarraj: “Lo sa che nelle ultime 48 ore più di 41 terroristi siriani hanno lasciato le coste di Tripoli diretti verso l’Italia con l’aiuto dei trafficanti di esseri umani sostenuti dal Governo di accordo nazionale?”, come riportato poco fa dall’AdnKronos.

Un allarme che coincide, sul piano delle tempistiche, con l’allerta lanciata dal Dipartimento di Stato americano nella quale si invitano i cittadini statunitensi presenti in Italia a prestare particolare attenzione: “I terroristi – si legge nella nota in questione – possono attaccare con poco o nessun preavviso, colpendo località turistiche, centri di trasporto, mercati o centri commerciali, strutture del governo locale, hotel, club, ristoranti, luoghi di culto, parchi, importanti eventi sportivi e culturali, istituzioni educative, aeroporti e altre aree pubbliche”.

Nella giornata di sabato, alla vigilia della conferenza di Berlino sulla Libia, Erdogan aveva messo in guardia la comunità internazionale che se il “governo legittimo” di Tripoli, guidato da Fayez al Sarraj, dovesse cadere, ci sarebbe il rischio di “creare terreno fertile per il terrorismo”.

Un chiaro avvertimento dunque; del resto il governo di al-Serraj è sostenuto da una moltitudine di gruppi islamisti e jihadisti. Non a caso diversi volti noti di quella galassia sono già stati individuati a suo tempo nelle file delle milizie legate a Tripoli, come Adel al-Rubaie, Issa al-Busti, Massound al-Akouri e Mohammed Mahmoud Ben Dardaf, terrorista ricercato dal governo della Libia orientale per l’assalto al consolato statunitense di Bengasi, avvenuto tra l’11 e il 12 settembre 2012, nel quale rimaneva ucciso l’ambasciatore statunitense Chris Stevens. Il jihadista era impegnato nelle forze fedeli ad al-Sarraj, precisamente nelle file della brigata Somoud e veniva centrato nel maggio 2019 da un missile anticarro “Kornet” di fabbricazione russa. Il gruppo jihadista “Ansar al-Sharia” aveva successivamente pubblicato messaggi di cordoglio per la morte del jihadista.

Ora al-Serraj, grazie al supporto di Ankara, ha a disposizione anche i jihadisti “siriani” anti-Assad trasportati dai turchi da Idlib alla Libia occidentale. Come già illustrato da ilGiornale, ai volontari verrebbero pagati 1500 dollari al mese e garantita la cittadinanza turca a fine avventura. Il trasferimento di jihadisti è stato confermato anche da re Abdallah di Giordania e dall’inviato speciale in Libia delle Nazioni Unite, Ghassan Salamé. I mercenari sono stati inquadrati nell’unità Omar Al Mukhtar, l’eroe libico impiccato dagli italiani nel 1931, un segnale più che eloquente da parte di al-Serraj e Erdogan nei confronti dell’Italia.

Una situazione paradossale, considerato che l’Italia aveva fin’ora sostenuto al-Serraj, assieme a Turchia e Qatar, il cosiddetto “asse dei Fratelli Musulmani” che spinge per prendere il controllo della Libia. Il progressivo allontanamento di Roma nei confronti di Tripoli non deve essere però stato digerito da al-Serraj e dall’asse islamista.

I rischi di un sostegno italiano ad al-Serraj erano ampiamente prevedibili ed erano già stati evidenziati da tempo su InsideOver. È pur vero che l’Italia ha numerosi interessi nell’area occidentale della Libia, interessi che vanno dalle installazioni petrolifere e ai gasdotti fino al controllo delle coste e all’ospedale militare di Misurata. È però altrettanto vero che forse schierarsi con al-Serraj portando contemporaneamente avanti la retorica della “mediazione nell’interesse del popolo libico” non ha certo portato buoni risultati.

Oggi, allinearsi con Ankara e al-Sarraj implicherebbe il voler politicamente sdoganare milizie islamiste non esattamente “moderate” e allinearsi con attori che sostengono quell’islamismo radicale con il quale non è certo il caso di andare a braccetto. In aggiunta, se ieri si avvisava che i turchi stavano trasferendo i jihadisti del conflitto siriano a poche miglia dalle coste italiane, oggi ci si trova a ricevere gli avvertimenti di Erdogan, mentre nel frattempo vengono lanciati allarmi su jihadisti già giunti in territorio italiano.

La presenza turca in Libia occidentale, oltre che corpo estraneo al contesto, non fa altro che gettare ulteriore benzina sul fuoco e se prima la parte occidentale del Paese era teatro di oligopoli e scontri interni tra le varie milizie pro-Serraj, adesso sono arrivate anche le katiba jihadiste dalla Siria e la lunga mano di Erdogan a peggiorare la situazione. A questo punto è veramente difficile sostenere Tripoli e del resto le premesse al disastro c’erano tutte e da tempo.

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