Siria, i terroristi dell’Isis evadono da una prigione degli alleati Usa

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Una notizia che sembra irrilevante in una catastrofe come la Siria ma che invece può essere utile per comprendere il complesso gioco siriano. Un piccolo numero di detenuti dell’Isis è evaso di recente da una prigione controllata dalle Syrian Democratic Forces, le forze democratiche siriane sostenute dagli Stati Uniti e dall’occidente dall’inizio della guerra di Siria. A riferirlo è la Cnn, che riporta le dichiarazioni di un funzionario Usa che ha conoscenza diretta del programma di detenzione ad opera di queste forze e che ha descritto l’episodio come della fuga di “meno di cinque combattenti dell’Isis”.

Il fatto che vi sia stato un’evasione, di per sé può essere considerata una notizia di secondo piano, quasi irrisoria, vista la situazione disperata dal Paese. Eppure, anche una notizia come questa deve essere analizzata per comprendere in maniera più amplia cosa stia accadendo e cosa possa realmente accadere in Siria. Innanzitutto, il fatto che l’evasione sia stata possibile, dimostra le enormi lacune della sicurezza in questa prigione dei ribelli. Lo stesso Pentagono e l’intelligence americana lanciano da molto tempo allarmi  circa le misure di sicurezza per le centinaia di foreign fighters detenuti dalle forze democratiche siriane e delle altre centinaia di siriani arrestati durante l’offensiva contro lo Stato islamico. 



Perché il destino di questi prigionieri ci deve preoccupare? Innanzitutto perché gli arresti aumentano, la popolazione di detenuti cresce, e c’è il rischio di raggiungere un numero talmente elevato da non potere garantire alcun tipo di sicurezza né di controllo. In secondo luogo, a detta dei funzionari americani, c’è un forte pericolo che questi campi di detenzioni si trasformino in grandi centri di reclutamento e di riorganizzazione dello Stato islamico o di gruppi jihadisti. Una questione che si è vista nelle carceri occidentali e che, evidentemente, può ripetersi in questi centri di detenzione allestiti dalle milizie locali. 

Il leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, è stato detenuto nella prigione Usa di Camp Bucca, in Iraq, nel 2004, e molti esperti ritengono che l’inizio dell’Isis possa essere rintracciato in quei giorni. Come scritto in un’inchiesta del Guardian, ai tempi della detenzione di al-Baghdadi il campo di prigionia divenne una vera e propria fucina di idee jihadiste. La testimonianza di un terrorista a quei tempi incarcerato a Camp Bucca, Abu Ahmed, confermò il fatto che la detenzione fu il trampolino di lancio di questa nuova organizzazione terroristica nata dopo l’iniziale riconoscimento nella leadership di al-Zarqawi.

“Non vogliamo commettere gli stessi errori”, ha detto il funzionario Usa intervistato dalla Cnn. Il quale ha anche detto che il personale degli Stati Uniti sta conducendo alcuni interrogatori sotto severe procedure militari. I loro interrogatori hanno dato luogo a preziose informazioni. Per esempio che due dei combattenti fuggiti erano associati al famigerato Jihadi John, responsabile delle brutali decapitazioni di diversi ostaggi e che i due uomini avevano fornito anche informazioni sull’eventuale posizione dei resti degli americani uccisi dal suo gruppo.

Il Pentagono e il dipartimento di Stato stanno cercando di incoraggiare il trasferimento dei combattenti stranieri detenuti in Siria e Iraq nei loro Paesi d’origine. Ma alcuni Paesi non accettano questa logica. Inoltre c’è un problema giuridico: quei detenuti sono cittadini siriani e le Syrian Democratic Forces, fondamentalmente, sono una milizia irregolare senza alcuna legittimazione come autorità pubblica in grado di gestire la detenzione e il trasferimento di detenuti in altri Stati. Il segretario alla Difesa, James Mattis, durante il recente viaggio in Europa, ha provato a far breccia nei governi europei sul fatto che fosse necessario riportare i foreign fighters nei loro Stato d’origine, ma non sembra aver raggiunto un accordo. E adesso il Pentagono riconosce apertamente il problema della sicurezza.

C’è poi un altro rischio, che la Cnn non ha voluto menzionare, ma che è importante ricordare. Ci si può affidare totalmente alla garanzia offerta dalle milizie a maggioranza curda nella tenuta delle carceri? In fondo, molti combattenti loro prigionieri, hanno combattuto quello che adesso è lo stesso avversario, e cioè l’esercito siriano. Dal momento che lo Stato islamico è stato sconfitto a livello territoriale, è possibile che una milizia avversaria del governo di Damasco possa allargare le maglie della rete di una prigione per lasciare che alcuni detenuti escano e vadano a ricollegarsi alle frange jihadiste? Sono domande che potrebbero sembrare al limite del complottismo. Ma in una guerra così complessa e dalle mille pieghe, è opportuno sempre porsi domande, anche le più scomode. Se cambiano i nemici, cambiano anche le priorità e cambiano soprattutto gli alleati. E un nemico comune (in questo caso il governo) è un’unione ben più forte delle divisioni precedenti.