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Negli ultimi sei anni l’Europa si è trovata a fronteggiare una nuova ondata di violenza e terrore. Tra il 2012 e il 2016 il Vecchio continente è stato colpito in diverse occasioni da attentati di matrice jihadista. Alcune città, Parigi in particolare, sono state colpite più volte e hanno mostrato al mondo come la lotta al terrore sia tutt’altro che conclusa. Secondo i dati del Global Terrorism Database, tra il 2015 e 2016 c’è stato un aumento di episodi e di vittime quasi esponenziale. I più violenti sono stati sicuramente quelli di Parigi nel novembre del 2015 che causarono la morte di 130 persone. Anche se l’anno più difficile è stato sicuramente il 2016. Iniziato con un lupo solitario a Parigi il 7 gennaio, inasprito tra il 19 e 22 marzo con attacchi esplosivi a Istanbul e all’aeroporto di Bruxelles, e proseguito con un altro attacco in Turchia all’aeroporto di Istanbul e al violento attacco sul lungomare di Nizza che provocò la morte di 86 persone. La scia di sangue che ha segnato il 2016 si è protratta anche l’anno successivo, anche se le modalità di attacco e i soggetti coinvolti sono cambiati.

Focus sul 2017: il terrorismo cambia forma

Una fotografia sull’anno appena concluso è arrivata a metà giugno dal Te-Sat (Ee Terrorism Situation and Trend Report), il rapporto annuale dell’Europol, la polizia europea. Si tratta di una relazione che fa il punto sul terrorismo nell’Unione, sugli eventi fronteggiati e sulle future minacce. Il documento analizza tutti gli eventi che possono essere derubricati come atti di terrore, ma uno dei capitoli più corposi riguarda la minaccia jihadista.  Il 2017 gli attacchi islamisti sono più che raddoppiati rispetto all’anno precedente, passando dai 13 episodi a 33. Dieci di questi attacchi si sono rivelati fatali e hanno tolto la vita a 62 persone. Tra gli episodi più violenti ricordiamo la bomba alla Manchester Arena a margine di un concerto di Ariana Grande e quello di Barcellona. A livello numerico il Paese più colpito è stato il Regno Unito, seguito fa Spagna e Svezia.

Accanto a un aumento della violenza c’è stato anche un incremento della macchina della giustizia. Se è vero, scrive l’Europol, che gli arresti complessivi per terrorismo sono calati, restano alti quelli di matrice jihadista. In particolare, se contiamo che i fermi sono stati 975 e che 184 sono avvenuti senza una particolare definizione (cioè senza indicare se ci si trova difronte a terrorismo religioso, nazionalista o di estrema sinistra), i restanti 791 casi sono quasi tutti di matrice islamista, 705 per la precisione. Un numero in linea con il 2016, che si era chiuso con 718 fermi.

Uno dei pochi indicatori in calo è stato quello dei fermi per chi cercava di raggiungere zone di conflitto all’estero. Nel 2017 infatti solo 28 persone sono state arrestate, mentre nel 2015 erano state 141. Tra i 705 fermati, 354 sono stati arrestati per l’affiliazione a una organizzazione terroristica, 120 perché stavano pianificando un attacco e 112 perché lo stavano preparando.

Gli autori del rapporto hanno spiegato che quasi tutti jihadisti che hanno colpito nel 2017 sono stati “Made in Ue”. Ciò significa che si sono radicalizzati nel proprio Paese di residenza senza viaggiare per raggiungere gruppi terroristici all’estero. Molti avevano un background criminale o erano conosciuti dalle forze dell’ordine ma nessuno aveva un passato certificato come terrorista. Quasi tutti hanno agito da soli o in piccoli gruppi e si sono mossi i ambienti che li ha tollerati. La maggior parte di loro, si legge nella scheda, non aveva legami con organizzazioni terroristiche in modo diretto anche se l’Isis si è assuntp la paternità di alcuni attentati come quello contro contro degli agenti sugli Champs Elysées a Parigi e la bomba che ha colpito la Manchester Arena. Ma proprio quest’ultimo è quello che presenta le ombre maggiori.

L’attacco del 22 maggio 2017 è stato realizzato con un Ied (un dispositivo esplosivo improvvisato) che ha richiesto un buon livello di conoscenze per essere costruito. L’autore dell’attacco, Salman Ramadan Abedi, prima dell’attentato aveva soggiornato in Libia a Sabrata. Secondo fonti di intelligence, lì sarebbe entrato in contatto con degli operativi del gruppo Katibat al-Battar al-Libi, una formazione legata all’Isis che prima di spostarsi in Libia aveva operato in Siria. Il gruppo, inizialmente composto da foreign fighter volati dalla Libia alla Siria, è stato collettore di combattenti francofoni provenienti da Tunisia, Francia e soprattutto Belgio. E proprio tra questi belgi c’era Abdelhamid Abaaoud, una delle menti degli attacchi di Parigi del Novembre 2015. L’incontro di Salman Ramadan Abedi con l’unità non ne fa direttamente un affiliato, ma segnala che le organizzazioni terroristiche possono arrivare con facilità a soggetti auto-radicalizzati. L’Europol ha però precisato che, se da un lato sono aumentati gli episodi di violenza, dall’altro è diminuita la sofisticazione con cui sono perpetrati, pur con i dovuti distinguo come abbiamo visto.

I rischi per il futuro: il pericolo dei foreign fighter di ritorno

L’aspetto forse più inquietante emerso nel rapporto riguarda il futuro. Lo scorso anno verrà ricordato anche per il crollo del Califfato inteso come entità statuale. Allo stesso tempo, i servizi di sicurezza di mezzo mondo hanno lanciato l’allarme sui “returnees” cioè i foreign fighter che hanno fatto ritorno nei Paesi di origine ponendo una seria minaccia per la sicurezza. Uno studio del think tank Soufan Center, pubblicato l’autunno scorso, ha cercato di mappare tutti i combattenti che hanno lasciato Siria e Iraq dopo il collasso dello Stato islamico. Per quanto riguarda l’Europa, si legge, i Paesi che si troveranno ad affrontare le sfide maggiori sono il Regno Unito (425 combattenti rientrati), la Germania (300), la Francia (271) e il Belgio (102).

L’Europol ha scritto che diversi Stati membri hanno segnalato come chi è rientrato abbia accumulato una certa esperienza operativa e di combattimento e abbia maturato anche abilità per progettare attentati. Non solo. Molti di loro avrebbero subito un processo di disumanizzazione e sarebbero facilmente inclini alla violenza. L’altra grande minaccia che pongono questi combattenti è quella legata al lavoro di reclutamento. Questi “returnees” infatti potrebbero fungere da modelli per spingere altri soggetti a veloci processi di radicalizzazione.

Un aspetto che forse non è stato sufficientemente evidenziato è stata la tendenza dello Stato islamico a cambiare la sua propaganda rispetto a soggetti radicalizzata. Quando i vertici dell’organizzazione si sono resi conto della loro progressiva debolezza, hanno cambiato il loro messaggio invitando i soggetti a non recarsi in Siria e Iraq ma a compiere attentati nel Paese di residenza. Un’impostazione iniziata già nel 2016 quando il portavoce dello Stato islamico, Abu Muhammad al-Adnani, invitò gli adepti delle bandiere nera a colpire gli “infedeli” con ogni mezzo possibile. Aspetto che si è puntualmente verificato, basti pensare all’attacco avvenuto il 3 giugno 2017 sul Westminster Bridge di Londra, dove un lupo solitario di 52 anni ha investito con la sua auto una cinquantina di persone, uccidendone cinque. Come se questo non bastasse, l’Europol ha messo in luce un’altra possibile minaccia. Diversi jihadisti di Paesi non Ue potrebbero puntare proprio all’Europa data la difficolta di convergere verso gli scenari di conflitto come l’Iraq e la Siria.

Resta un ultimo punto controverso. La possibilità che nei flussi migratori dall’Africa e Medio Oriente possano nascondersi dei miliziani. L’Europol esclude che questo possa essere un fenomeno diffuso, soprattutto per i rischi connessi al viaggio a fronte di un investimento nella formazione di un terrorista. Ma ci sono stati casi in cui alcuni Paesi membri, come l’Austria, hanno individuato dei soggetti legati o addirittura membri dello Stato islamico. Per il momento su questo punto l’Ue sta andando avanti in ordine sparso. Resterà da vedere come le mosse europee intorno alla questione migratoria affronteranno questa particolare minaccia.

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