L’ultimo attentato terroristico rivendicato dallo Stato islamico risale all’11 dicembre scorso, quando un uomo, Cherif Chekatt armato di pistola e coltello, si è fatto largo nello storico mercatino natalizio di Strasburgo, uccidendo 5 persone e ferendone altre 11. Un episodio che ha portato a 20 il numero delle vittime di attacchi jihadisti nel 2018.
Si tratta di un numero molto inferiore rispetto a quello degli ultimi 3 anni. Secondo un’analisi della ricercatrice Jytte Klausen, l’Europa si troverebbe alla fine dell’ondata di violenza jihadista, iniziata tre anni fa a Parigi. Il 13 novembre 2015 la capitale francese era stata sconvolta da una serie di attacchi terroristici, in particolare tre esplosioni e sei sparatorie in diversi luoghi della città, culminati con la strage del Bataclan, dove erano rimaste uccise 90 persone. Da quel momento, una serie di attentati, prontamente rivendicati dallo Stato islamico, ha colpito alcune delle principali città europee, causando 150 vittime nel 2015, 135 nel 2016 e 62 nel 2017.
La diminuzione degli attentati
Le ragioni che si celano dietro alla diminuzione del numero di attentati in Europa sono sostanzialmente due. Il primo motivo è dovuto al declino dello Stato islamico. Il 6 dicembre 2017, il presidente russo, Vladimir Putin, sostenitore del presidente siriano Bashar al Assad, ha annunciato la sconfitta militare dell’Isis nel territorio del fiume Eufrate nella Siria orientale. Qualche giorno più tardi, il 9 dicembre, veniva proclamata la fine dello Stato islamico anche in Iraq. Nonostante l’Isis continui a costituire un pericolo a livello internazionale, l’organizzazione è ormai in fase di declino rispetto al passato; il suo collasso in Medio Oriente ha reso più difficile per l’organizzazione il reclutamento di terroristi e, di conseguenza, l’organizzazione di attentati in Europa.
Nel 2018, almeno una dozzina di attacchi terroristici ha colpito l’Europa, in particolare in Francia e Gran Bretagna: tuttavia, quasi tutti stati condotti in modo, per così dire, amatoriale. A ciò si aggiunga che, nonostante i loro realizzatori avessero giurato fedeltà all’Isis, è più probabile che essi si ispirassero al gruppo, senza avere un vero legame con l’organizzazione. Secondo Klausen, nel corso di tutto l’anno, vi sarebbe stata soltanto un’eccezione, ovvero il caso di un piano sventato dalle autorità olandesi nel settembre 2018, che prevedeva una serie di attentati, con esplosioni e sparatorie, nei Paesi Bassi.
La seconda ragione che si cela dietro alla diminuzione degli attentati che hanno colpito il continente europeo è legata allo sviluppo del contro-terrorismo. Nonostante il rischio di attacchi di matrice jihadista rimanga ancora alto, negli ultimi anni gli Stati europei hanno incrementato la lotta al terrorismo, approvando nuove leggi e maturando maggiori competenze nello sventare piani terroristici.
L’Unione europea ha messo sotto pressione i Paesi membri, affinché migliorassero nel coordinamento e nella condivisione di informazioni, mentre, da parte sua, l’Europol ha incrementato il supporto operativo alle forze di polizia nazionali. Francia e Gran Bretagna, i Paesi più colpiti dal terrorismo nel 2018, hanno altresì migliorato le capacità delle proprie forze armate, in modo da renderle più efficienti nel contrastare eventuali attacchi. Ad esempio, il 3 giugno 2017, la polizia di Londra ha impiegato solo 8 minuti per rispondere all’attacco che aveva colpito il London Bridge.
Secondo i dati provvisori diffusi dall’Europol, nel 2016, erano stati sventati soltanto 3 tentativi di attentati, mentre 13 erano stati portati a termine; nel 2017, 11 attacchi erano stati sventati, mentre 10 erano andati a buon fine. Nonostante i dati del 2018 non siano ancora disponibili, si evince nel tempo un netto miglioramento nella capacità dei Paesi europei di contrastare il rischio di attacchi terroristici. Nel settembre 2017, le autorità britanniche hanno rivelato di aver bloccato circa un progetto di attacco terroristico al mese, nei 12 mesi precedenti.
Quale rischio per il futuro?
Se i dati diffusi dall’Europol mostrano una migliore capacità di risposta dei Paesi europei alla minaccia del terrorismo jihadista, tuttavia non si può sottovalutare il rischio di futuri attacchi. Secondo Klausen, il fenomeno del terrorismo jihadista avrebbe un carattere ciclico: le reti terroristiche mirano a utilizzare nuove tattiche per cogliere in fallo i governi e colpirli grazie a un “effetto sorpresa”. Di fronte alla nuova minaccia, i governi adottano nuove leggi antiterrorismo e migliorano la sicurezza nazionale, in modo da tenere il pericolo sotto controllo. A questo punto, le organizzazioni terroristiche si riorganizzano, cambiano tattiche e si preparano a iniziare una nuova campagna.
Al momento, esistono due minacce che potrebbero minare la relativa sicurezza dell’Europa. La prima è legata all’aumento del numero di jihadisti esperti presenti all’interno del continente. Tra il 2011 e il 2017, l’Isis ha attirato in Siria e in Iraq circa 40.000 foreign fighters, provenienti da 110 Paesi. Di questi, 6mila provenivano dall’Europa. Numerosi foreign fighters europei sono morti sul campo in Siria e in Iraq, più di mille si trovano nelle carceri curde nei due Paesi del Medio Oriente, ma molti altri sono tornati nei territori d’origine.
In Europa, numerosi foreign fighters sono stati arrestati, ma, nonostante le pene varino a seconda dei Paesi, la media europea è di 5 anni di detenzione. Un pericolo da non sottovalutare è il rischio di recidiva per coloro che terminano di scontare la pena detentiva. Nel 2019 avrà termine il periodo di reclusione per circa 500 detenuti condannati per terrorismo nelle carceri francesi e per circa 100 nelle prigioni britanniche.
La seconda minaccia che potrebbe minare la relativa sicurezza dell’Europa è il ritorno sulla scena internazionale di Al-Qaeda. Al momento, l’attenzione internazionale è concentrata sull’organizzazione Hayat Tahrir Al-Sham, conosciuta anche con il nome di Al Qaeda in Siria. Il gruppo è diffuso soprattutto nel governatorato siriano di Idlib e sembrerebbe aver abbandonato il desiderio di realizzare un califfato globale a favore di una dimensione maggiormente locale. L’obiettivo principale di Hayat Tahrir Al-Sham sarebbe, dunque, la realizzazione di un governo islamico in Siria, attraverso il rovesciamento del governo del presidente siriano, Bashar al Assad, e l’espulsione delle milizie iraniane dal Paese. Nonostante quanto affermato dall’organizzazione, questa strategia potrebbe avere implicazioni anche per l’Occidente, da non sottovalutare.
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