Mentre torno alla metropolitana di Vimodrone (Milano) nella canicola del pomeriggio, penso che sto ricalcando i passi che, quattro anni fa, hanno fatto anche Monsef e Tarik. Solo che per loro era l’ultima volta. Bisogna conoscerla la storia dei due foreign fighter, i più giovani in Italia e tra i più giovani in Europa, partiti da qui per andare a combattere con le milizie del califfato. Monsef, vent’anni. Tarik diciannove. Perché in essa c’è tutto. L’immigrazione, il disagio dei giovani, le trappole di Internet, l’islamismo a poco prezzo, il fascino della violenza. In una parola, la mistura che per anni ha sconvolto l’Europa e prodotto combattenti per il Medio Oriente.

E ci aiuta a raccontarla don Claudio Burgio, da molti anni cappellano dell’Istituto Penale Minorile “Beccaria” di Milano e fondatore, a Vimodrone appunto, del Centro Educativo Kayròs, che accoglie adolescenti e giovani in difficoltà. Da qui fuggirono Monsef e Tarik in una fredda mattina del gennaio 2015.

Cominciamo dalla fine, da oggi. “Quello che sappiamo di Monsef è che si è consegnato alle forze curde nel Nord della Siria, dove è attualmente prigioniero. Prima di arrendersi, però, ha messo al sicuro in un campo profughi la moglie, una ragazza di 15 anni che gli era stata ‘fornita’ dallo Stato islamico, e i tre figli avuti con lei. Dalle notizie che arrivano sembra di capire che la sua fede islamista è rimasta intatta ma che la delusione è stata comunque enorme. Descrive i capi dell’Isis come dei mafiosi che sono scappati con il denaro e hanno abbandonato al nemico i semplici militanti come lui. Dopo la cattura si è identificato, ha raccontato la sua storia e ha espresso il desiderio di tornare in Italia e rientrare nella nostra comunità. Cosa che mi pare impossibile, anche perché Monsef non è cittadino italiano ma del Marocco, e quindi al massimo potrebbe essere rispedito là. Credo comunque che lui stia cercando di trattare, di ottenere qualcosa in cambio delle informazioni che può fornire. È rimasto con l’Isis per più di quattro anni, deve sapere molte cose”.

Monsef, in una foto scattata sul campo di battaglia

Tarik, invece, non può più raccontare nulla. È morto nella primavera del 2016, dopo essersi fatto mostrato su Facebook con la barba da islamista e il petto coperto di cartuccere. L’annuncio lo diede lo stesso Monsef, sempre via social: “Tarik, il mio primo fratello nell’islam, shahid nello Stato islamico. Inshallah“. Caduto in battaglia, immolato da kamikaze, ucciso da qualcuno più estremista di lui… Non si sa.

I due ragazzi, tra l’altro, non avrebbero potuto essere più diversi. Monsef aggressivo e strafottente, tormentato anche. Arrivato in Italia nel 2009 da solo, dopo aver lasciato in Marocco un padre, ex militare, che non si occupava di lui. L’approdo a Torino da una zia. Notti trascorse in strada. Poi il trasferimento a Milano presso la madre che si risolve in un disastro: lei lo denuncia per comportamenti violenti e minacce con un coltello, lui si presenta alla Polizia chiedendo di entrare in una comunità a causa della madre “poco accudente”. Ed è don Burgio ad accoglierlo e a sostenerlo anche nei momenti duri, come la breve detenzione nel carcere milanese di San Vittore, nel 2014, per lo spaccio di quattro grammi di cocaina.

Tarik, al contrario… Anche lui arrivato dal Marocco, però quello delle campagne (mentre Monsef era di Casablanca), uno dei tanti minori non accompagnati in missione di riscatto per conto della famiglia. Missione riuscita, però. L’ingresso nel Centro Educativo Kairos, gli studi, il diploma, un lavoro. “Tutti gli volevano bene, qui. Al contrario, Monsef non stava certo simpatico a tutti. Quando i due sono scappati, il dispiacere degli altri ragazzi era solo per Tarik”. Proprio come nei romanzi dell’Ottocento, il bravo ragazzo alla fine muore e lo sfrontato sopravvive.

Due anni fa don Burgio ha pubblicato un libro sulla vicenda, In viaggio verso Allah (Edizioni Paoline). In esso a un certo punto scrive: “Un jihadista in casa mia”. Uno choc che non è difficile capire. “Abbiamo scoperto che Monsef aveva provato a ‘convertire’ almeno una decina di ragazzi della comunità, tutti maghrebini e musulmani sunniti, per fortuna senza riuscirci. Nessuno di loro lo ha denunciato al momento, ce ne hanno parlato solo dopo la sua fuga. A me e agli altri educatori adulti, invece, Monsef non ha mai fatto parola. È rimasta traccia, invece, di una sua aspra discussione con l’imam di una delle moschee di via Padova, il quale era fortemente contrario a certe posizioni radicali”.

Una considerazione non secondaria, perché apre a un interrogativo decisivo: chi ha radicalizzato Monsef? Chi lo ha convinto a diventare un jihadista? Quando? E come? Le indagini della Digos escludono la rete delle moschee milanesi. Allora Internet? O forse il carcere di San Vittore? “Una cosa è certa”, commenta don Claudio:

Subito dopo la prigione, Monsef cambia totalmente stile di vita. Niente più alcolici o sostanze, via persino le sigarette. Da quel momento alla fuga passano otto mesi in cui i suoi discorsi a sfondo religioso diventano continui, quasi ossessivi

Forse con il reclutamento c’entrano anche promesse più concrete, perché “il tema dei soldi era sempre presente”.

Don Claudio Burgio e gli educatori di Kairos hanno ripensato a lungo a quei mesi. “Anche la Digos ci ha detto: come avete fatto a non capire? Certo, a posteriori è facile. I segnali forse c’erano, per esempio l’odio che Monsef manifestava per i valori della civiltà occidentale e per l’America in particolare, la sua visione della donna e così via. Ma a quell’epoca il fenomeno dei foreign fighter era solo all’inizio, se ne sapeva quasi niente, chi poteva immaginare? E in ogni caso le cose potrebbero essere un po’ più complicate di come sembrano. Siamo piuttosto sicuri che sia stato Monsef a convincere Tarik a partire per la Siria. Ma sulla ‘conversione’ religiosa e politica, chissà… Era Tarik quello religioso dei due, quello che spesso prendeva la bicicletta per andare alla moschea di Segrate. Era lui il credente, il vero musulmano”.

Dopo la fuga dei due ragazzi e la loro ricomparsa nei ranghi dello Stato islamico, il Centro Educativo Kairos è stato investito, com’è ovvio, dalle attenzioni degli investigatori. Indagini, controlli, qualche ragazzo fermato e poi rilasciato. Un ciclone che si è placato solo di recente e che ha comunque costretto don Claudio a prendere provvedimenti. “Non abbiamo rinunciato alla nostra cultura dell’accoglienza ma l’abbiamo resa più consapevole. La desertificazione religiosa non riguarda solo i ragazzi europei ma anche i musulmani, che dell’islam conoscono quasi sempre solo quattro parole d’ordine, per giunta mal comprese. Quindi cerchiamo di dar loro un’idea più completa della cultura islamica e della nostra. Però non in un’ottica sincretista, non crediamo a quei discorsi confusi tipo ‘siamo tutti uguali, abbiamo tutti lo stesso Dio’ e così via. Siamo diversi ma la diversità è una risorsa, apre la strada alla scoperta reciproca e al dialogo”.

Non resta che chiedere una cosa. Don Claudio, Monsef ha fatto sapere che vorrebbe tornare qui da lei, al Centro. Lo riprenderebbe? “È un’ipotesi solo teorica, nei fatti è impossibile che possa tornare qui. Di certo lo incontrerei volentieri. Se poi ci fosse una vera presa di coscienza da parte sua, se manifestasse la consapevolezza di aver frequentato il male assoluto e mostrasse di essere cambiato, allora sì, lo riprenderei. Dal punto di vista educativo farebbe un gran bene a lui, anche se forse non farebbe bene a noi. Ma sarebbe in ogni caso un testimone prezioso”.

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