Un attentato contro l’ambasciata irachena di Kabul, rivendicato prontamente dall’Isis. Quanto basta per riattivare, seppur minimamente, l’attenzione mediatica su uno scenario quasi dimenticato: l’Afghanistan.

Gli attacchi Isis in Afghanistan

Secondo l’agenzia dello Stato Islamico “Amaq” l’attacco è stato condotto da due persone fattesi saltare in aria davanti all’ingresso dell’ambasciata. Ancora però non c’è chiarezza sul reale numero delle vittime. Chiare d’altra parte appaiono invece le intenzioni del Governo filoccidentale di Kabul che in una nota ufficiale dichiara: “L’attacco terroristico all’ambasciata irachena di Kabul terminerà solo dopo l’uccisione di tutti i terroristi”. L’azione terroristica rivendicata dal Wilayah Khorasan, ovvero il ramo afghano dell’Isis (perché localizzato nell’omonima regione), è l’ultimo di una lunga serie di azioni condotte dalle bandiere nere in Afghanistan.

Solo lo scorso 23 luglio 2016 un altro attacco suicida targato Isis portava all’uccisione 80 persone di fede sciita, intente a manifestare per la continua mancanza di elettricità nel Paese. La riuscita dell’attacco certifica dunque l’ormai ferma presenza dell’Isis in Afghanistan, insediatosi nel gennaio 2015.

Un movimento che vince senza leader

Questo è potuto avvenire nonostante la recente perdita di tutti i leader del movimento che si sono succeduti. Solo lo scorso 15 luglio moriva infatti in un raid aereo americano l’ultimo capo del Wilayah Khorasan, ovvero Abu Sayed. La stessa sorte era poi precedentemente toccata sia ad Hafiz Sayed Khan, ucciso da un drone nel luglio 2016, sia Abdul Hasib, morto anche lui per mano americana nell’aprile 2016. Eppure nonostante quest’assenza di leadership lo Stato Islamico del Khorasan riesce ancora a dare filo da torcere nella stessa capitale afghana, costringendo James Mattis a dichiarare che in Afghanistan “Non stiamo vincendo”.

Perché i talebani combattono l’Isis?

La risposta a questo inspiegabile successo potrebbe trovarsi all’interno di un conflitto che ha trovato poca eco a livello mediatico. Ovvero lo scontro armato tra talebani e Isis. Sono pochi infatti i commentatori che riescono a porre l’attenzione sul perché due movimenti apparentemente affini, siano in realtà in guerra dal 2015. In un’analisi uscita sulla BBC venivano ben spiegate le differenze, rilevanti, tra i due movimenti. L’Isis, infatti, è un “movimento panislamista, ha un programma di jihad globale senza confini e ha l’obiettivo di stabilire una singola entità politica che comprenda tutti i territori e i Paesi musulmani”.

Proprio per questo infatti l’Isis ha sviluppato nel tempo diversi rami, come quello libico e appunto quello afghano. I talebani, invece, hanno il solo obiettivo dell’indipendenza e in ogni dichiarazione ufficiale del movimento viene sottolineato come essi depositeranno le armi nel momento in cui l’ultimo soldato di una potenza straniera avrà abbandonato il Paese.

Una differenza ideologica

Le differenze tra i i due movimenti non esistono solo a livello di obiettivi, ma anche a livello ideologico. Mentre infatti i militanti del Califfato si rifanno all’ideologia del wahhabismo/salafismo, i talebani sono legati alla corrente sunnita del sufismo. Qual è la differenza? I salafiti wahhabiti classificano come eresia/apostasia qualsiasi altra forma di islamismo diverso dalla corrente sunnita. Gli sciiti dunque sono ritenuti apostati e condannati alla pena capitale nei territori occupati dal Califfato. La corrente sufista invece disprezza la violenza intersettaria tra gli islamici, sia essi sunniti o sciiti.

Ecco perché l’attentato del 23 luglio 2016 condotto dall’Isis proprio contro una manifestazione sciita, venne fermamente condannato dai talebani. Tuttavia la strategia dell’Isis in Afghanistan è stata quella di attingere le nuove forze fresche proprio dal movimento talebano. Sempre la BBC riportava infatti come l’adesione allo Stato Islamico fosse divenuta economicamente più appetibile per gli afghani, considerato lo stipendio di 500$ mensili, cui il movimento talebano (in guerra dal 2001) non può sicuramente entrare in concorrenza. Dunque più si indeboliscono i talebani, più si rafforza l’Isis.

Il pericolo di un progressivo sbilanciamento di forze a favore delle bandiere nere era stato denunciato dallo stesso leader Mullah Omar in una lettera proprio rivolta al Califfo Al-Baghdadi. Nella stessa il Mullah intimava il Califfo di “non cercare di penetrare in Afghanistan” e che la sua azione stava “pericolosamente dividendo il mondo musulmano”. Una profezia piuttosto azzeccata, visto che è proprio il settarismo, sfruttato dall’Occidente secondo l’antica logica  del “divide et impera”, a portare alla frammentazione su base religiosa dei principali Paesi dell’area mediorientale, Afghanistan compreso.